Caserma dei carabinieri di Piacenza: i sintomi di una malattia mortale

Stefano Anastasia su il manifesto del 23 luglio ha fatto importanti osservazioni sul “potere enorme e diffuso che può finire in mani sbagliate”.
È un articolo importante perché reca due pregnanti osservazioni: una relativa alla reazione dei vertici politici e militari ai fatti della caserma dei carabinieri di Piacenza circa la presa di distanza e la stigmatizzazione dei quei fatti e il riconoscimento dei “110mila Carabinieri in servizio che ogni giorno lavorano con altissimo senso delle istituzioni”.

Ma l’altro rilievo di Anastasia sul potere di polizia che “definisce ciò che è legale e ciò che non lo è” lasciando i cittadini liberi di tenere alcune condotte e non altre, e che “vive nella pratica e nell’esercizio discrezionale dei suoi titolari” implicando la necessità di una continua attenzione su di esso da parte dei vertici della polizia, dei suoi singoli appartenenti, della magistratura, dei parenti di chi è privato della libertà, dell’opinione pubblica e di forze politiche libere dal complesso di inferiorità verso la polizia come denunciato da Luigi Manconi, necessita, a parere dello scrivente, di un’ulteriore considerazione.

Deve cioè evidenziarsi che le condotte criminali e drammatiche di cui si sarebbero rese responsabili le cosiddette “mele marce”, sono successive alla “sospensione della democrazia”, in occasione del tristemente famoso G8 del 2001 a Genova, diciannove anni fa, quando quella gigantesca catastrofe che vide implicati centinaia di appartenenti alle forze dell’ordine (carabinieri, polizia di Stato, polizia penitenziaria, guardia di finanza) e che lesero l’integrità psicofisica di centinaia di cittadini innocenti, condusse pure a una condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), non solo per la pratica della tortura, ma perché gli apparati delle forze dell’ordine non collaborarono con la magistratura che indagava su quegli orribili fatti.

Ebbene, ciononostante, altre gravissime condotte delle cosiddette “mele marce” (casi Cucchi e Aldovrandi, per fare due esempi) si sono accompagnate a coperture omertose. Ne consegue il bisogno di gridare forte che questi sono i sintomi di una malattia mortale a cui è necessario porre rimedio prima che sia troppo tardi.

Individuare questo rimedio non è l’oggetto di questo intervento, ma va chiarito che “l’attenzione” suggerita dal pregevole articolo di Anastasia non è, a parere di chi scrive, un rimedio sufficiente.

Sul punto devono evidenziarsi due aspetti.
Uno attiene alla condizione di chi (e non si dubita trattarsi della stragrande maggioranza degli appartenenti alle forze dell’ordine, in ogni livello) si dissocia, si è sempre dissociato e si dissocerà in futuro dalle condotte criminali delle “mele marce” e da chi, in superiori posizioni gerarchiche, le copre o finge di non vederle.
L’altro ricava la propria giustificazione argomentativa da quanto previsto ex lege per l’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) ai sensi dell’art. 54 bis d.lgs. 165/2001 e ai sensi della legge n. 190/2012, il cosiddetto whistleblowing, che consente al whistleblower, il dipendente pubblico che intende segnalare illeciti di interesse generale e non di interesse individuale, di farlo nei termini di cui alla determinazione n. 6 del 28.4.2015.
Vogliamo richiamare cioè la possibilità fornita al dipendente pubblico (ex art. 1 comma 2 e comma 3 D.lgs. 165/2001) come pure quello di un ente pubblico economico o di un ente di diritto privato sottoposto a controllo pubblico (ex art. 2359 del codice civile), onesto, ma per comprensibili motivi timoroso di esporsi, di segnalare le condotte illecite.

Tuttavia va detto che i destinatari del whistleblowing non sono necessariamente gli appartenenti alle forze dell’ordine, ma alla Pubblica amministrazione in senso lato, e questa non ha il monopolio della violenza né il compito di reprimere i reati.

Tuttavia ci sono voluti anni di riflessione e la consapevolezza della gravità del fenomeno per predisporre questo rimedio, ancora, purtroppo, poco efficiente.

Detto questo, e riprendendo l’analogia con la diffusione dell’attuale malattia planetaria, così come si affida a una elite di scienziati il compito di trovare un vaccino, i cui test ne dimostreranno l’efficacia, chi scrive invoca la costituzione di una task force di giuristi, sociologi, psicologi ed esperti affinché ricerchino ed esaminino il modo di attivare utili anticorpi nell’organismo delle forze dell’ordine, ben al di là dell’attenzione doverosa richiamata da Anastasia e Manconi.
Sono necessari rimedi nuovi, giuridicamente efficaci e soprattutto praticabili, affinché si mettano in grado di agire tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine contro le cellule maligne che, lasciate libere, rischiano di contaminare tutto l’organismo e di portare alla morte la democrazia, intesa come procedura condivisa per l’esercizio del potere, per il suo controllo, nella tutela di tutti i cittadini, come identificati in Costituzione.

Quindi una strenua formazione culturale sulla legalità, un rafforzamento delle convinzioni circa la doverosa legittimità dell’azione, necessari e indispensabili strumenti normativi, la costituzione di alleanze istituzionali con tutti gli organi dello Stato col fine precipuo di garantire il rispetto della legge e la repressione, sia sul piano disciplinare sia su quello penale, dei crimini e delle condotte illecite e riprovevoli, e soprattutto, la tutela concreta di coloro che dovranno avere il coraggio di azionare la difesa delle istituzioni prima che sia troppo tardi.

Roberto Settembre, magistrato dal 1979 al 2012, ha redatto la sentenza di appello sui fatti del G8 di Genova a Bolzaneto, a riposo come presidente di sezione di Cassazione.

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/caserma-dei-carabinieri-di-piacenza-i-sintomi-di-una-malattia-mortale/

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