Argentina, un Paese in default ciclici da 70 anni

Dal 24 agosto diventa effettivo il nuovo accordo sul debito dell’Argentina per rientrare dal suo nono default. Analisi storica di un caso economico unico alla luce della sfida di un nuovo “capitale sociale”.

Introduzione 

Il problema dell’assenza di capitali è stata sempe una costante nella storia della regione latinoamericana. Dal 1820 ai giorni nostri, molti dei suoi Paesi hanno registrato diversi default, per esempio, Brasile nove, Messico otto, solo per menzionare alcuni dei più importanti. Ma solamente l’Argentina registra, con quello del 2020 di questi giorni, a partire dal 1980, cinque dei nove default complessivi della sua storia, marcando una differenza importante con gli altri Paesi latinoamericani nello stesso periodo; solamente Venezuela e Uruguay ne hanno fatti registrare quattro (Venezuela a causa dello smantellamento dell’economia da parte dello Stato chavista in una situazione estrema e Uruguay trascinato anche dai default argentini), il resto del continente, nessuno o solo uno.

La domanda quindi è: perchè da settanta anni l’Argentina è in crisi finanziarie cicliche dalle quali non riesce ad uscire? Per capirlo, a nostro avviso, bisogna riflettere sia sul piano socio-istituzionale che su quello economico, e rispetto al primo filone di riflessioni si propone qui una categoria importante come quella della “dicotomia sociale”, che sarà il filo conduttore dei ragionamenti che seguono. Di fatto, dalla rivolta antispagnola della borghesia mercantile contro la nobiltà terriera del XVI secolo alla guerra civile fra unitari e federalisti, che portò alla prima dittatura (nota 1) del generale de Rosas del XIX secolo e dai colpi di Stato del secolo scorso, che determinarono diversi regimi autoritari, fino a pochi anni fa, con quella che si chiama la grieta (la breccia, la divisione) della società tra kirchneristi e il resto della cittadinanza, l’Argentina ha vissuto sempre di dualismi. Dualismi che hanno portato sempre alla lotta per il potere politico e sono stati il terreno fertile in cui si è sviluppato il populismo (nel grande dualismo con l’oligarchia terriera), dai tempi di Perón ai giorni nostri, e non hanno permesso di portare avanti mai una visione  collettiva di Paese.

Dal 1970 sempre gli stessi problemi

Dalla decade degli anni Settanta in poi l’Argentina vive un’epoca di default ciclici mai vista prima, in cui la bilancia dei pagamenti non riesce ad avere in maniera strutturale saldi tali che la mettano al sicuro dalla bancarotta. In questi anni, si sono alternati periodi di neoliberismo estremo- dall’epoca della dittatura (1975-1983) a Menem (1989-99) e Macri (2015-2019) – e periodi di forte populismo, dal kirchnerismo (2003-2015) all’attuale fase impersonata da Alberto Fernández, anch’esso kirchnerista (2019 ai giorni nostri), con una piccola parentesi, sei anni di radicalismo dal 1983 al 1989, caduto anticipatamente a causa di una mega inflazione del 3.000%. E nonostante l’alternanza di modelli antitetici, i problemi economici sono rimasti sempre gli stessi: deficit pubblico e inflazione. Anche se bisogna dire che l’inflazione è stata sempre il principale fantasma della sua economia ed ha portato alla caduta diversi governi. Ma per capire perché l’Argentina non andava in default tanto facilmente nelle decadi passate bisogna capire l’evoluzione della sua storia economica.

Prima del 1975

A grandi linee, dall’inizio del secolo passato fino alla II guerra mondiale, l’Argentina ha sviluppato un modello economico fortemente agro-esportatore (presente ancora oggi) che, facilitato dagli alti prezzi delle materie prime a livello mondiale, riusciva ad ottenere ingenti entrate che lo hanno portato ad accumulare grandi rendite finanziarie. Erano gli anni in cui la chiamavano il granaio del mondo. Si consolida in questi anni un’oligarchia terriera che successivi sarà sempre il nemico da abbattere del populismo.

Infatti, dalla II guerra mondiale in poi, in una maniera dicotomica con l’oligarchia terriera, con Perón che inizia il suo primo mandato nel 1946, si riesce a sviluppare un modello industriale ponendo in marcia quello che viene chiamato uno “Stato sociale industriale”, arrivando in alcuni anni anche alla piena occupazione. Anche se per alcuni Perón usava i poveri immigrati che arrivavano dal vecchio mondo e in cambio di un “piatto di lenticchie” rubava loro la libertà (secondo ciò che diceva il sociologo Gino Germani). Assoggettando la società alla politica, in quegli ann,i la povertà si ridusse notevolmente e si misero le basi per la creazione di una classe media industriale (ad ogni modo, la visione di Germani bisogna tenerla sempre presente perché ci fa capire i fenomeni di “assoggettamento” della società alla politica e il nuovo populismo laclaiano degli ultimi anni).

Dal 1970 al 2001

Fino agli anni 1970 si va avanti, con alti e bassi e variazioni sul tema come quella della corrente desarrollista (dello svilupppo) del radicalismo, con un modello di Stato che dà molto impulso all’industria locale, ma, con il “keynesianismo” in crisi a livello mondiale e con l’ascesa della globalizzazione economica, si installa il nuovo liberismo che presenta tratti finanziari tali da mettere in ginocchio il Paese e distruggere l’impresa nazionale. Prende vita così il processo di finanziarizzazione dell’economia argentina che va di pari passo con quello della deindustrializzazione. Si ricercano finanziamenti esterni (investimenti esteri diretti che, con la globalizzazione, crescono in tutto il mondo) senza un piano di sviluppo strategico interno, ciò che portò il PIL industriale a una caduta di 14 punti alla fine degli anni ‘90 e a un’inflazione del 3.000% nell’89. Per attrarre capitali esteri, si liberalizzano le politiche finanziarie che non dipendono piú da politiche nazionali (dalla Banca Centrale per intenderci ma dalle banche private) e i tassi di interesse attivi sui risparmi arrivano ad avere un 50% di rendimento l’anno in dollari USA. Per far fronte a tali rendimenti le banche chiedono alti tassi alle piccole e medie imprese locali senza potere di negoziazione, che a loro volta caricano tali costi sui prezzi dei beni che iniziano ad essere non competitivi ed escono dal mercato portando le piccole e medie imprese sull’orlo del fallimento. 

A poco a poco la logica dei capitali finanziari erode e smantella la capacità produttiva, infatti solo il 35% degli investimenti che entravano era destinato alla produzione, il resto era usato per comprare azioni e rivenderle per ottenere utili. Negli anni 1990 si arriva all’apice di questo modello, falliscono migliaia di piccole medie imprese locali fagocitate dalla logica della finanza e si privatizzano le bandiere nazionali svendendole. Si arriva agli inizi del nuovo secolo con un tessuto industriale e con una classe lavoratrice frammentata e senza alcuna competitività in rapporto alle sfide mondiali.

Le entrate, nella bilancia dei pagamenti, dalle esportazioni di materie prime e semilavorati si riducono notevolmente a causa della caduta dei prezzi a livello mondiale (a causa della globalizzazione economica che già si sta affermando). E a causa di una produzione interna fortemente debole nella capacità di creare valore aggiunto, il Paese è in balia delle importazioni pagate in dollari USA e dei mercati finanziari internazionali. In altre parole, distruggendo l’industria nazionale, dal 1970 in poi, il Paese si è progressivamente trasformato in una foglia al vento delle oscillazioni del mercato mondiale: non riesce ad avere più un mercato e una stabilità propria anche a causa di una forte contrazione dei salari della classe media, pari a un 30%. Si entra, così, nel nuovo millennio con una forza lavoro industriale fortemente indebolita e incapace di rinnovare la sua “sapienza” per affrontare le sfide competitive e tecnologiche del momento. Forse, almeno in parte, costituisce il famoso 30% strutturale di poveri attuali (i nuovi immigrati dei Paesi limitrofi dagli anni 1960 in poi) che non riescono ad integrarsi nel sistema e che oggi si mantengono solamente con piani assistenziali.

Gli anni del 2001 e il gran default

Dopo 20 anni di neoliberismo sfrenato che portò a un debito pubblico esterno di 144 miliardi di dollari -con un incremento di circa 24 miliardi di dollari anno su anno (nota 2) – si produce la Grande crisi del 2001. È una crisi chiamata “globale” perché investì tutti i campi della vita pubblica e privata. Si ricorda un’indigenza di massa, praticamente inesistente prima degli anni ’90, e un aumento vertiginoso dei dati della povertà, che passa in pochi mesi, dal maggio del 2001 a dicembre dello stesso anno, dal 32,7% al 54,3%. (nota 3)

Fallirono circa 10.000 imprese in tutto il Paese, e al 2002 si fece registrare un tasso di disoccupazione del 21,5% seguendo un andamento crescente dal 1999 di 6 punti percentuali. (nota 4) Dato che insieme al tasso di sottoccupazione (ovvero di coloro che lavorano meno di 35 ore settimanali ma vorrebbero lavorare in condizioni di tempo pieno) arrivò ad essere del 40%. Si polarizza la ricchezza e cresce la sua disuguaglianza distributiva; l’indice di Gini si assesta su valori del 0,551 nel maggio 2002. Solo a partire del secondo trimestre del 2003, periodo in cui l’economia riprende a crescere, si avrà un cambio di tendenza di tale indice, che retrocede ad un valore di 0,491 (Rapoport, 2008).

L’incapacità di conseguire un lavoro, l’insicurezza sociale e la mancanza di risparmio porta a una crisi strutturale della società che “annulla” la classe media. Nasce, di fatto, un fenomeno inedito per l’Argentina, che è stato definito “la povertà di massa della classe media”. La gente mette in discussione il modello democratico, scende in piazza e, prima di tutto, si mobilita in una maniera mai vista prima per riappropriarsi di una democrazia fino ad allora in mano di scelte economiche e finanziarie che hanno portato il Paese alla bancarotta. Nascono i piqueteros, le imprese recuperate, le assemblee di quartiere che danno una nuova visione e forza al “movimentismo sociale” che abbraccia tutti gli ambiti della vita pubblica (sono questi in parte anche i movimenti popolari di cui parla Papa Francesco).

Gli anni del populismo kirchnerista e il breve default del 2014

È in questo contesto di forte fermento sociale che nel 2003 si insedia il kirchnerismo. Prende vita dalle macerie della crisi e si inventa un nuovo modello populista che cerca di canalizzare la spinta movimentista con la costruzione permanente della legittimità dello Stato, ispirandosi alla “nuova ragione populista” di Ernest Laclau.

Riprendendo Hegel e Gramsci, che reinterpreta in una versione statalista-populista, Laclau coniuga il ruolo della società civile gramsciana con il “sommo bene” che lo Stato hegeliano rappresenta. E lo fa proponendo un nuovo ruolo dello Stato, quello di incorporare progressivamente dentro le sue maglie pezzi di società e gestirli per costruire il suo consenso, e questo lo chiama “popolo” a cui rivolge principalmente la sua azione in termini di risposte possibili e non ideali. Il resto della società è il “nemico” nei termini di Carl Schmidt, sul quale legittimarsi o da conquistare per portarlo dentro e ampliare le maglie della ragione populista. L’antica dicotomia tra oligarchia terriera e classe media ritorna nuovamente vigente, il Paese vive di nuovo un odio sociale alimentato permanentemente con il linguaggio dei discorsi ufficiali ma che ha radici profonde, negli anni Trenta, nel forte scontro tra proletariato incipiente (los cabecitas negras) e oligarchia terriera e che tuttora non è stato superato.

È in questo scenario che sono stati vissuti 12 anni di populismo kirchnerista, che ha diviso praticamente la società in due – la famosa grieta – che rispolvera e ripropone in una nuova veste un odio sociale mai vissuto nelle ultime decadi. Famiglie, gruppi di amici, ambiti privati e pubblici si dividono. Sono dodici anni di un modello che si è acutizzato ancor più nel periodo dominato dalla moglie di Nestor Kirchner, Cristina Fernández. Si cerca di risolvere i problemi economici che sono sempre uguali da 70 anni, finanziandosi internamente, ovvero emettendo moneta, e tassando ulteriormente l’esportazione del settore agro-pecuario per sostenere la forte domanda di piani sociali messi in campo con il fine di arginare la marginalità della crisi e aumentare la domanda di consumo, che viene fatto principalmente con l’aumento dei piani sociali. Ma l’inflazione aumenta, a testimonianza di un problema nella matrice produttiva, e nonostante la chiusura del Paese al dollaro (cepo cambiario), la distanza del peso dalla moneta statunitense aumenta anch’essa progressivamente fino ad arrivare a dover svalutare di nuovo di un 27% nel gennaio del 2014 (si annullarono di un terzo i risparmi locali in pesos in un solo giorno). Situazione che porta anche in quest’anno l’Argentina a entrare in un nuovo default non avendo, o volendo, potuto pagare un gruppo di bonisti (detentori privati di obbligazioni non sono ancora stati risarciti) che avevano iniziato un giudizio nel tribunale di New York.

Le condizioni economiche sono critiche, l’industria interna dopo lievi benefici iniziali per l’immissione di liquidità attraverso piccoli finanziamenti dipende sempre dai mercati esteri primo fra tutti Brasile. A tutto ciò si aggiunge che esplodono casi di corruzione usata per “autofinanziarsi” (secondo alcuni) mai vista neppure negli anni di Menem, e ciò porta la maggioranza della società a condannare tale modello proprio nei suoi presupposti populisti, che erano diventati: gestione del voto popolare con piani sociali (il famoso “piatto di lenticchie” di Germani) senza aver mai sviluppato un tessuto produttivo autonomo (una borghesia indipendente) che potesse dare indipendenza alle classi meno abbienti rimaste perciò sempre a livelli di sussistenza. Basta ricordare che al 2015, quando il kirchnerismo cedette letteralmente il bastone del potere (nota 5), si registrava ancora circa un 27% di povertà, praticamente ai livelli prima della crisi del 2001 nel suo pieno momento neoliberista, e un minimo storico delle riserve della Banca Centrale (perché negli ultimi anni si attingeva alle sue risorse per finanziare politiche interne). Secondo alcuni analisti continuando di questo passo si sarebbe andati di nuovo verso una grave crisi di sistema.

Gli anni del neoliberismo selvaggio di Macri e le basi del default del 2020

In tale condizioni, a dicembre del 2015, più per un sentimento ormai diffuso di rifiuto e condanna del kirchnerismo, la maggioranza parlamentare per pochi voti si affida a un modello diametralmente opposto all’anteriore, che ricorre ai mercati per finanziarsi, emettendo debito pubblico estero e aumentando in maniera spropositata (fino anche a un 1.000%) le tariffe dei servizi pubblici per ridurre il deficit pubblico e l’inflazione. Inoltre, per rallentare la fuga all’estero di capitali in dollari Buenos Aires crea buoni del Tesoro in pesos che hanno un rendimento in alcuni casi fino a un 80% annuale, alterando tutte le variabili economiche e creando impossibilità per le banche a mantenere questa tassa di interesse già nei primi anni.

Tutto ciò, porta il Paese a dover chiedere di nuovo aiuto al Fondo Monetario Internazionale (FMI), perché i mercati hanno risposto in maniera inaspettata. Ovvero hanno acquistato sempre più dollari a causa di un lieve aumento del 0,25% della tassa di interesse attiva negli USA. Del resto risparmiare in dollari USA è stato per gli argentini sempre un rifugio per ottemperare alle vertiginose oscillazioni dell’economia locale.

Negli ultimi due anni (2017-2019), l’indebitamento statale quindi aumenta spropositatamente, passa dal 57 al 90% del PIL, non solo a causa del debito contratto ma anche perché si svaluta il peso per poter pagare i rendimenti finanziari in moneta locale. Oggi, un dollaro costa quattro volte in più rispetto al peso dell’inizio del 2017. In questa situazione il governo Macri nel 2018 arriva a un accordo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) per ottenere un prestito per 50.000 milioni di dollari USA, una cifra enorme con la quale si impegna a ridurre il deficit e l’inflazione facendo opere pubbliche. Ma questo credito non è andato a creare infrastrutture o altre opere, è servito solo a contrastare l’ulteriore acquisto di dollari. Naturalmente si stima che questi dollari siano stati comprati da coloro che avevano un alto potere d’acquisto producendo un’enorme fuoriuscita di capitali dal Paese.

Il debito pubblico globale del Paese supera 311 miliardi di dollari a metà 2019, oltre il 90% del prodotto interno lordo (PIL). E così già a dicembre del 2019 si dichiara il default selettivo perché si è incapaci di pagare alcune scadenze.

Due mesi dopo l’elezione, nel febbraio 2020, Alberto Fernández afferma che così com’è il debito argentino è impagabile e richiede che il FMI e gli obbligazionisti rinegozino i termini, il capitale e gli interessi. Il debito dell’Argentina nei confronti del FMI ammonta attualmente a 44 miliardi di dollari USA. E il 22 maggio 2020, il governo dichiara formalmente default perché non può pagare una quota di circa 503 milioni di dollari USA.

Nei giorni scorsi si è chiusa la negoziazione. La cifra finale del valore delle azioni è stata fissato a 54,8 su ogni 100 USD. L’interesse medio scende dal 7% iniziale al 3%. Dal 24 di agosto l’accordo diventa effettivo. Il governo ha accettato di anticipare le date di pagamento delle nuove obbligazioni al 9 gennaio e al 9 luglio di ogni anno, invece che al 4 marzo e al 4 settembre, come stabilito nella proposta originale. Anche la scadenza delle obbligazioni è stabilita e verranno emessi titoli a copertura degli interessi maturati in questi mesi. Ciò permette di aumentare il valore dell’offerta, senza che l’Argentina debba pagare di più. D’altra parte, i creditori rinunciano alla riscossione delle spese di ristrutturazione, che saranno “coperte esclusivamente dagli obbligazionisti”. Infine il governo di Buenos Aires ha accettato di adeguare le clausole di azione collettiva (o “CAC”), una questione spinosa che nelle ultime settimane era balzata al centro dell’attenzione. In sostanza, questo accordo permette al governo di risparmiare circa 37 milioni di USD. Per altri debiti, invece, si è solo posticipato il loro pagamento poiché è previsto il pagamento degli interessi dei nuovi buoni a partire dal 2025 e il risparmio menzionato sarà procrastinato fino al 2030 poiché i possessori di buoni che scadono nel 2023 possono rinnovarli per altri dieci anni e avranno un regime di prestito più alto di quello pattuito in questo accordo. Ad ogni modo, a differenza del 2001, bisogna dire che la predisposizione del FMI diretto da Kristalina Georgieva è senza dubbio diversa, c’è un clima di fiducia, anche perché il fondo non vuole perdere i soldi che ha prestato in situazioni economiche assolutamente instabili.

L’Argentina è, così, di nuovo in bilico,  senza menzionare i dati che la crisi covid19 sta producendo con un’economia bloccata da 150 giorni; si stimano 12 punti di perdita del PIL e un 70% di povertà a fine anno, oltre a registrare il secondo posto al mondo per l’indice di miseria, secondo Bloomberg, a causa dell’elevato tasso di inflazione, secondo solo al Venezuela. Tutto ciò perchè, da oltre 70 anni non si risolvono problemi economici strutturali che nessuno dei due modelli, populismo e neoliberismo, hanno affrontato, ovvero: un piano di crescita industriale del Paese basato sull’aumento del valore aggiunto della produzione che crei una volta per tutte un mercato interno stabile e un tasso di consumi coerente con il tasso di crescita dell’economia nazionale.

Ma tutto questo è difficile anche a causa di una debolezza istituzionale e sociale fortemente dicotomica menzionata all’inizio, dovuta a vari fattori come: 

– Sindacalismo debole (si pensi che esiste una sola centrale sindacale nazionale riconosciuta per legge) che tiene sotto scacco matto il Paese, non permettono di creare infrastrutture come una rete ferroviaria che migliorerebbero il trasporto e il costo delle merci, perché un sindacalista storico di peso è il segretario del sindacato camionisti;

– Assenza di una società civile e un’economia sociale e civile forte, utilizzate permanentemente dalla politica secondo la nuova ragione populista di Laclau e per questo permanentemente frammentata e in guerra che dà vita a relazioni dicotomiche e non reciproche.

– Corruzione endemica della politica e assenza di uno Stato di diritto forte che vanifica tutti gli sforzi economici (si legga, l’epoca di Menem in cui si svendevano imprese nazionali, i casi di corruzione strutturale del governo Kirchner, la fuga di capitali del governo Macri, ecc.).

Sul piano economico invece bisogna menzionare: 

– l’esistenza di oligopoli in settori strategici produttivi e agro-esportatori che tengono sotto scacco l’economia e i prezzi facendo il bello e il cattivo tempo che va di pari passo con un tasso di consumo molto più alto di quello produttivo (che incide in un’inflazione strutturale, cosa che fa la differenza rispetto a tutti gli altri Paesi latino-americani).

Conclusioni

Le cause delle ripetute crisi argentine che portano il Paese a default ciclici, come la punta di un icebreg appare dal fatto che si consuma più di quanto si produce e la bilancia dei pagamenti non riesce ad avere numeri positivi tali in entrata da mantenere sotto controllo i costi interni e, prima di tutto, dello Stato. Ciò, a nostro avviso, dipende da due ordini di problemi: 

– l’assenza di un’economia produttiva competitiva che permetta una stabilità economica a causa di un’economia agro-esportatrice che ricerca solamente rendite finanziarie senza nessuna capacità di investimento interna. È in tale prospettiva che si possono leggere anche le parole di un economista importante come Stefano Zamagni che afferma che “l’oligarchia terriera che aveva accumulato ingenti guadagni dal comparto agricolo ha impedito la nascita di una borghesia industriale illuminata, sul modello di quanto avvenuto in Paesi come Gran Bretagna, il Nord-Italia, la Germania, la Francia etc. In questo scenario, quindi, è la ricerca di rendite finanziarie il vero problema dell’Argentina”. Per esempio, il Paese limitrofo, il Brasile, con Lula ha sviluppato un sistema industriale e negli ultimi 70 anni, nonostante la sua propenzione del passato (si ricorda che sono stati 9 i default brasiliani dal 1820), non è andato in default come è successo invece all’Argentina. Di fatto, l’Argetina registra un deficit delle partite di conto corrente alto, ovvero quello relativo all’importazione dei beni e servizi per vivere.

– l’esistenza di una dicotomia sociale forte che non permette di creare un piano di sviluppo per il Paese. Sempre, in tale direzione, si possono leggere le parole di Zamagni quando afferma che “Perón anziché porsi alla guida di una classe borghese produttiva ha preferito l’alleanza con i descamisados, attuando politiche redistributive di tipo assistenzialistico”. A  questo, aggiungiamo noi, che è stato lo stesso Perón a non aver permesso la nascita di una borghesia indipendente perché ha sempre voluto che fosse gestita dallo Stato, riconducendo i problemi economici sempre al piano della politica (il famoso “piatto di lenticchie” di Germani), per costruire il bacino di voti su cui mantenere al potere il peronismo (come si sa, ha espresso correnti di destra e di sinistra con modelli assolutamente antitetici, utilizzando categorie europee).

Tutto ciò, sempre per citare Zamagni, perché: “L’Argentina ha un capitale sociale di tipo bonding (esclusivo, centrato su famiglie e nuclei di potere forte che produce una mancanza di fiducia nelle relazioni sociali e istituzioni in generale), e non bridging (inclusivo ed eteregoneo, che produce una fiducia generalizzata). E mentre, come affermava Ricardo (1820), la quota della rendita sul prodotto nazionale non deve superare il 15-16%, se un Paese vuole progredire, in Argentina, tale quota supera il 40%!”. (nota 6)

In altre parole, se non si sviluppa un capitale sociale inclusivo e una produzione con valore aggiunto portata avanti da una classe media indipendente e pluralista, il Paese non ha una relazione stabile tra consumi e produzione e rimane in una situazione che lo portano a default ciclici in quanto dipende in maniera importante dalla vendita di materie prime di cui, oggi, beneficiano solo 70 famiglie senza investimenti nel Paese (rendite). 

Verso una domanda diritti

Cosa fare? A nostro avviso, c’è bisogno di costruire un nuovo tipo di capitale sociale che potrebbe essere definito “etico” (Vigliarolo, 2011), “come insieme di relazioni basate su valori comuni, e non interessi, trasversali a tutte le classi o cittadini che si istituzionalizzano in norme e in beni e servizi (l’ambiente, l’educazione, la sanità, la forza lavoro, … per esempio) che trasformano la produzione in visione di vita comunitaria”. Ma tutto ciò implica un assetto istituzionale forte, uno Stato di diritto che funzioni, superi la manipolazione sociale da parte della politica e, forse, aspetto più importante, metta in discussione le teorie dominanti e il paradigma “della domanda di consumo” per proporre quella che possiamo definire una “domanda di diritti del Paese” che orienti di nuovo l’economia in termini di ragione ontologica, capace di coniugare le libertà individuali e l’interesse generale, e non lasci il Paese in balia di capitali finanziari sciolti senza un legame con la produzione. Tutto ciò, sempre a nostro avviso, è possibile solo attraverso un “patto sociale ed economico” che metta insieme la maggioranza delle parti sociali, incluso i famosi movimenti popolari nati nel 2001. E permetta al Paese dirigere di nuovo le risorse verso settori strategici attraverso la formazione di una classe lavoratrice e leader sociali e imprenditoriali illuminati, adeguati alle sfide del tempo, capaci di costruire poco a poco stadi progressivi di diritti comuni a cui corrispondono stadi di coscienza sociale basati sui bisogni che esulano dal potere politico di turno, ma che lo stesso accompagni e non viceversa.

Note

1 Il termine dittatura in questo caso è controverso in quanto il contesto è da considerarsi sicuramente differente. Resta il fatto che fu una presa del potere politico con la forza delle armi che vide una conseguente gestione militare.

2 Fonte ministero dell’Economia argentino, www.mecon.gov.ar

3 Dati secondo il rilevamento della “Encuesta Permanente de Hogares”, programma per la rilevazione dei dati socio-economici dell’INDEC argentino, l’Istituto Nazionale di Statistica del Paese.

4 Bisogna dire che dal 1999 il tasso di disoccupazione veniva crescendo passando dal 14,5% al 16% nel 2001. Il salto incontrollato si ebbe dal 2001 al 2002. Solitamente il tasso di disoccupazione era stabile tra il 2-6%.

5 Il bastone è il simbolo con cui si passa il potere da un presidente all’altro.

6 Le parti tra tra parentesi sono nostre per spiegare le differenze dei due tipi di capitale sociale.

Fonte: Sbilanciamoci.info – https://sbilanciamoci.info/argentina-un-paese-in-default-ciclici-da-70-anni/

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