Plaza Dignidad – Lettere dal Cile

11 settembre 2020, 6 settimane al voto in Cile

Quarantasette anni fa il golpe cileno. Muore Allende e cala l’oscurità della dittatura sul Cile democratico. Durerà diciassette anni. Perché sforzare la memoria? Tra le tante ragioni, una è che la storia d’Italia cambiò quel giorno.

11 settembre 1973, era un martedì. Il presidente del Consiglio era Rumor, Peppino Di Capri aveva vinto San Remo, Puglia e Campania vivevano la paura del colera. I giornali riportarono la notizia del golpe cileno il giorno dopo.

Tra chi legge questa newsletter, qualcuno ricorderà l’emozione di quei giorni, altri avranno ascoltato una canzone degli Inti Illimani, altri ancora avranno incrociato uno dei cileni esuli in Italia, come racconta il film Santiago-Italia. La nostra ambasciata a Santiago si trasformò per qualche mese in campo profughi, comune autogestita, enclave protetta dal diritto diplomatico dall’orrore che correva lungo le strade del paese. Centinaia di cileni, soprattutto di discendenza ligure, vi entrano per chiedere asilo politico. Piero De Masi e Enrico Calamai, i nostri diplomatici, domandano istruzioni al Ministero degli Esteri. Da Roma solo silenzio, De Masi decide da solo e compra 43 biglietti Alitalia “soltanto dopo ho avvertito il ministero che stavano per arrivare”. Comincia così l’evacuazione di oltre 600 cileni dalla nostra ambasciata. In Italia ricevettero accoglienza, sostegno, alcuni anche un lavoro. La solidarietà italiana è una pagina di cui possiamo andare orgogliosi. In quell’occasione, i nostri partiti, PCI e PSI in testa, diedero il meglio di sé. Una targa nel cimitero della Recoleta, vicino alla tomba di Allende, ricorda Craxi per l’aiuto dato agli esuli.

A parte i ricordi personali, c’è un fatto più grande per cui il golpe cileno ci interessa: cambiò per sempre la storia del nostro paese. Il compromesso storico di Berlinguer, il tentativo di alleanza tra democristiani e comunisti, nasce dopo le bombe sulla Moneda. La storia non si fa con i se, ma qui possiamo chiederci: cosa sarebbe stato di Aldo Moro senza il golpe cileno? Le conseguenze dell’evento arrivarono anche tramite le persecuzioni degli esuli. Il 6 ottobre 1975, in via Aurelia a Roma, i neofascisti italiani di Stefano Delle Chiaie tentarono, per conto di Pinochet, di ammazzare il politico democristiano Bernardo Leighton e sua moglie Anita, esiliati con il sostegno della DC italiana.

Di recente, grazie al processo Condor, svoltosi nell’aula bunker di Rebibbia a Roma, sono stati individuati alcuni dei responsabili di torture e sparizioni delle dittature latinoamericane, come racconta brillantemente Alessandro Leogrande nel suo podcast. Le responsabilità politiche sono chiare.

E la memoria è viva. Se vi capita di passare da Santiago, visitate il Museo della Memoria. È gratis. Ed è una coltellata nello stomaco. C’è una grande parete con le fotografie di alcune delle trentamila vittime di Pinochet. Oggi voglio raccontarvi la storia di uno di loro, morto nel quinto giorno di dittatura, a causa del lavoro che faceva: era poeta.

Tardi ma arriva: Giustizia per Victor Jara

Victor Jara nacque nel 1932 in mezzo al fango e alle galline, nella regione agricola del Bio-Bio. Figlio di un contadino analfabeta, crebbe in un fondo agricolo dove i contadini vivevano una sottomissione feudale al padrone. Victor era il più piccolo di sei fratelli, nessuno dei quali doveva studiare secondo le intenzioni del padre, per aiutarlo nel lavoro. La mamma, che invece un poco sapeva leggere, insistette perché i figli studiassero almeno l’alfabeto. Lei era cantora, suonava alle feste e ai funerali. E si portava dietro Victor. Dopo qualche anno, madre e figli si trasferiscono nella capitale, vivono di stenti, ma Santiago apre nuove opportunità. Victor ha dieci anni, comincia a suonare, recita e scrive poesie, “era bello, con i capelli ricci e un sorriso da attore” ricorda un amico dell’epoca. È il 1947, la madre muore e Victor si sente smarrito, solo nella grande città. Si rifugia nella religione e finisce in seminario, pensa di farsi prete. Le strade di Dio sono infinite: in sacrestia comincia a frequentare corsi di teatro e di canto. Con il gruppo di teatro si trova a uno spettacolo, la ballerina sul palco lo colpisce. È bionda, alta e con gli occhi azzurri. È inglese, si chiama Joan Turner. E diventerà sua moglie.

Victor decide di dedicarsi alla carriera teatrale e alla ricerca musicale. Comincia a trascrivere i canti della tradizione popolare cilena, coinvolge gli amici del teatro, usa i fine settimana per andare nelle campagne a incontrare i contadini e, tra una chitarra e un vino, lavora alle sue ricerche. È la metà degli anni ’50, Pablo Neruda sostiene la necessità di ricostruire l’identità culturale cilena cancellata dalle mode straniere. Ci si buttano in molti in quell’impresa: nasce la Nuova canzone Cilena. La madre è Violeta Parra, la quale ha un influsso fortissimo su Victor.

Musicisti, poeti, attori della Nuova Canzone Cilena sostengono il candidato Salvador Allende nel 1964 e poi nella vittoria del 1970. Allende e gli artisti hanno obiettivi comuni: la lotta anti imperialista, la democratizzazione del paese, la giustizia sociale. Victor arriva “al popolo attraverso i sindacati, le feste contadine, i gruppi di minatori. Anche se sono analfabeti, capiscono, si emozionano, mi confidano i loro problemi. La loro fede mi lusinga e mi spinge ad andare avanti”. In una delle mille iniziative in giro per il paese, Victor conosce cinque studenti universitari che sperimentano nuovi suoni con il flauto indigeno e il charango, una chitarra ricavata dal guscio di armadillo. Sono gli Inti Illimani.

Victor dedica le sue canzoni alla povera gente ammassata nelle poblaciones, case costruite con materiali di fortuna in terreni occupati. “Canto per quelli che non possono andare all’università, per quelli che vivono delle pene del proprio lavoro, agli abusati, a coloro che si chiamano popolo, con tutta la magnificenza che racchiude questa parola”.

Arriva il 1970, gli occhi del mondo guardano al Cile: Allende è il primo presidente socialista eletto democraticamente. Victor suona, lavora all’università, realizza spettacoli di teatro di massa con attori non professionisti. È innamorato di sua moglie e delle sue figlie. Vive un todo politico, il lavoro, la musica, il sostegno al governo. E vorrebbe “essere dieci persone, per fare dieci cose di cui il popolo ha bisogno”.

Il clima è teso, a maggio 1973 Pablo Neruda denuncia in tv la macchinazione per rovesciare il governo e il rischio di una guerra civile. C’è un bel film che racconta il Cile del 1973, Machuca, attraverso due bambini separati dalle fratture che dividono il paese.

Victor scrive: “Un artista è pericoloso come un guerrigliero, perché grande è il suo potere di comunicazione”.

Almeno su questo, i golpisti dovevano essere d’accordo con lui. Il giorno del golpe, Victor va al lavoro all’Università Tecnica UTE, lì riceve la notizia della morte del presidente, insieme ai colleghi decide di restare nell’edificio. Proprio alla UTE, per il 12 settembre era prevista l’inaugurazione dell’esposizione “Por la Vida Siempre”, dove avrebbe suonato Victor. E Allende avrebbe dovuto annunciare un referendum pensato per evitare il golpe. Non ci fu nessuna inaugurazione, arrivarono invece un gruppo di militari per trasportare tutti i presenti al Estadio Chile, un palazzetto dello sport trasformato in carcere. I prigionieri sono migliaia, i militari devono improvvisare per controllarli tutti, pongono delle mitragliatrici dagli spalti, insieme a dei fari accesi giorno e notte. Victor è seduto in un corridoio, con le spalle poggiate al muro. Chiede a un collega dell’università una penna. E scrive il suo ultimo canto:

 Estadio Chile

 Siamo cinquemila qui dentro, chissà quanti in tutto il paese….

 …Un morto, picchiato come non immaginavo si potesse picchiare un essere umano. Altri si sono voluti togliere la paura di dosso, uno è saltato nel vuoto, un altro ha preso a testate la parete, tutti guardando negli occhi la morte.

 Che orrore il volto del fascismo! Per loro il sangue è una medaglia, la mattanza eroismo. È questo il mondo che hai creato, Dio mio?

 Il mio canto è rotto quando devo cantare l’orrore. Orrore come quel che vivo, come quel che muoio, orrore.

Passa il testo a un collega. Poi tocca a lui. I militari lo riconoscono, gli offrono una sigaretta. “Non fumo”, “prendila” gli intima il militare lanciandola sul pavimento, Victor fa per prenderla, il militare gli schiaccia la mano con lo scarpone “adesso vediamo come suoni le tue canzoni comuniste”. Poi lo portano in uno spogliatoio. Gli puntano una pistola alla testa e giocano alla roulette russa, finché non parte il colpo che lo uccide. Riceve altre scariche. Quarantaquattro colpi. Il cadavere viene buttato in un terreno vicino al Cimitero Metropolitano e lì riconosciuto da un passante che avvisa la vedova.

L’esercito resiste 35 anni prima di dare i nomi dei militari del Estadio Chile. La verità arriva grazie alla moglie, Joan Turner, la ballerina con gli occhi azzurri che lo aveva fatto innamorare. Joan dedica tutta la sua vita per verità e giustizia, è un calvario, ma alla fine ci riesce. Nel 2018 otto militari vengono condannati a 15 anni per tortura e omicidio di Victor Jara e delle altre vittime del Estadio Chile.

Manca un colpevole all’appello. Si chiama Pedro Barrientos. Joan nel 2013 è riuscita a portarlo davanti ad un giudice, in un tribunale federale statunitense, paese nel quale ha ottenuto la cittadinanza, e lì è stato condannato. Il Cile ne ha chiesto l’estradizione, Barrientos vive ancora da uomo libero in Florida.

Oggi sono quarantasette anni dall’omicidio di Victor Jara. El derecho de vivir en paz, la sua canzone più famosa, è l’inno del movimento popolare del 2019, la sua faccia è sulle magliette e sui muri, c’è un asteroide che porta il suo nome. Victor Jara l’hanno ammazzato come un cane, ma non è mai morto. E oggi Plaza Dignidad – lettere dal Cile è dedicata a lui.

Alla prossima.

Per approfondire: sito della fondazione Victor Jara, report di CIPER, documentario Massacre at the Stadium. Sul ruolo dei diplomatici italiani durante il golpe: ‘Santiago’ di Piero De Masi e ‘Niente asilo politico’ di Enrico Calamai.

Fonte: I Siciliani – http://feedproxy.google.com/~r/isiciliani/~3/OoiqhAaoRsE/

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