I bambini ci indicano altre strade

L’economia per alcune settimane non è stata al centro del mondo. Con il virus si è aperta, anche se in un contesto drammatico e contraddittorio, un’improvvisa crepa. Tanti e tante cercano oggi di allargarla, ad esempio, animando un dibattito sulla scuola e sull’educazione intenso e non scontato. Quello che manca ancora è la capacità di coinvolgere e ascoltare i bambini e le bambine. Forse ci spaventano i loro linguaggi capaci di restituire immediatezza, autenticità, semplicità, creatività. Forse abbiamo paura dei loro inviti ad abbandonare saperi consolidati, abitudini, confini inventati. E forse è proprio quello di cui oggi il mondo ha più bisogno

Foto di Ambra Pastore

Il dibattito scolastico/educativo di questi mesi si è fatto intenso. Quello politico anche. Quello burocratico/giuridico sta al passo mentre quello che collega scuola e Covid sopravanza. Riflessioni, considerazioni legittime che colgono elementi centrali della ripresa scolastica e di ciò che questa porta con sé, soprattutto per quei soggetti che in questa ripresa sono coinvolti: insegnanti, dirigenti, educatori, genitori e via di seguito. Poi, anche se le bambine e i bambini sono gli attori principali dell’istituzione scolastica, in realtà, nella scuola entrano per ultimi….

Forse sono loro a non voler entrare nella scuola piena di attenzioni/tensioni e manifestazioni che non si sintonizzano con le loro frequenze sensibili, con ciò che sono e ciò di cui sono portatori. Come adulti coinvolti nei processi educativi, ci sentiamo sopraffatti dal senso di una responsabilità che non ci deriva dalla consapevolezza della relazione con loro, quanto piuttosto dal pesante fardello burocratico/istituzionale che ognuno vive come una specie di “grembiule” da mettere addosso ogni volta che si entra a scuola. In tutta la mia storia professionale ho constatato che l’impegno da tenere sempre alto era quello verso noi stessi, verso la nostra formazione, nella consapevolezza che il rischio dell’impoverimento e dell’indebolimento del “far leva su di sé”, anziché sul “fuori di noi”, rappresentasse una grave perdita di potenzialità e risorse che andavano continuamente attivate, animate e alimentate, non solo come forma di adattamento a realtà mobili e complesse, quanto piuttosto come riconoscimento di un unico focus un unico punto fermo, stabile, capace di trascendere il contingente:la relazione con i bambini, la nostra ricerca nel decostruirsi e ricostruirsi

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Le difficoltà che incontriamo con loro, come adulti, sono espressione di un nostro disagio e disorientamento che affondano nella nostra condizione sempre più precaria, incerta e instabile del vivere. La crescita di un bambino è “continuo movimento” inafferrabile, sfuggente, disordinato per noi che avvertiamo costantemente il bisogno di mettere ordine e controllo in una visione sempre asimmetrica e verticistica delle relazioni. Da qui il bisogno di definire, giudicare ogni pezzo di realtà, compresi i bambini. La realtà è che loro ci sgomentano, ci spaventano, ci mettono alla prova con un loro linguaggio capace di restituire immediatezza, autenticità, semplicità, creatività al nostro linguaggio impoverito di quell’essenzialità che è all’origine di ogni linguaggio sensibile: la coscienza sensibile. Mi vengono in mente due film che reputo straordinari di J. J. Annaud : La guerra del fuoco” del 1981 e L’Orso del 1988. 

Oggi avvertiamo che la parola, che dovrebbe evocare, richiamare, un senso e un significato ordinariamente sfuggente, può apparire decaduta, usurata, consumata nella sua potenza. Il movimento veloce di tutto la rende sfuggente, mentre lei avrebbe bisogno di depositarsi dentro di noi per riaffiorare poi con la sua forza visionaria, immaginifica. La parola ci consegna all’attenzione e ci induce ad ascoltare. Paradossalmente anche se oggi abusata, potrebbe sembrare fuori tempo. 

I bambini ci indicano altre strade e consapevolezze, energie e motivazioni profonde e ci invitano ad abbandonare i saperi consolidati delle nostre abitudini, ritualità, pregiudizi, confini. Pur vivendo pienamente il proprio tempo, sanno cogliere e mettere a fuoco l’insieme di ciò che avviene intorno a loro; quella che a noi può sembrare una loro estraneità o indifferenza o distacco, o ciò che definiamo disadattamento, è invece una perfetta ricomposizione interna e silenziosa di piccoli dettagli. 

Il bambino è conoscenza, l’adulto informazione. Il bambino è mobilità, l’adulto staticità. Il bambino è pensiero creativo, l’adulto pensiero omologato. Il bambino è multietnico, l’adulto razzista.

Il bambino è potenzialità, l’adulto confine. Il bambino è linguaggio, l’adulto parola. Il bambino è “la guerra del fuoco”, l’adulto “intelligenza artificiale”. Il bambino è pace, l’adulto è guerra.

E ancora: il bambino è storia dell’uomo, l’adulto un uomo senza storia. Il bambino è esubero, l’adulto mancanza. Il bambino è foresta, l’adulto taglialegna. Il bambino è originalità, l’adulto norma. Il bambino è musica, l’adulto suono. Il bambino è…

Capita a noi adulti di perdere il senso delle cose più semplici e naturali della vita, di perdere il senso della nostra educabilità…. 

Aloha” è il saluto degli Hawaiani: “alo” è lo spazio e “ha” il respiro. Chi dice Aloha intende: “Vieni, condividi il mio spazio, il mio respiro“. Forse è così che i bambini ci salutano.


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Fonte: comune-info – https://comune-info.net/i-bambini-ci-indicano-altre-strade/

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