La buona scuola 

Come il liceo Spedalieri di Catania affronta il virus. 

“È iniziata la scuola finalmente, lo Spedalieri ha scelto di gestire le lezioni in presenza, questo comporta che i ragazzi non possono scambiarsi le penne, i libri, andare in bagno con l’amica, abbracciarsi in corridoio. Tutto ciò è triste, scuola significa socialità, non solo lezione” racconta la professoressa Marta Aiello, docente del liceo catanese N. Spedalieri.

L’euforia del primo giorno di scuola è contagiosa: “Non solo gli studenti sono felici di tornare qui, ma anche noi docenti siamo entusiasti. La didattica a distanza ha creato un distacco  tra me e i ragazzi, è stato faticoso resistere per mesi e mesi. Noi professori abbiamo scelto di fare questo lavoro per instaurare un rapporto con gli studenti, tolto questo, non abbiamo più niente” continua la professoressa Aiello.

La prima campanella suona, i ragazzi non possono correre per i corridoi come ogni anno per conquistare il posto migliore, devono seguire il percorso indicato per terra.

“Noi insegnanti dobbiamo imporre regoli incredibili: non ti mangiare le unghie! Non puoi usare le macchinette! Non tenere per mano la tua fidanzatina!” spiega la professoressa Aiello.

Diverse le strategie utilizzate per fronteggiare il nemico invisibile a scuola, le celebri classi “pollaio” hanno mutato forma: “Qui allo Spedalieri abbiamo deciso di adottare tutte le precauzioni stabilite dal governo, le classi popolate da trenta ragazzi, infatti, sono state divise a metà, quindici ragazzi in una classe, quindici nell’altra. Gli spazi ridotti non aiutano di certo, è dura per noi professori seguire più classi, ma non abbiamo alternative al momento.”

Le conseguenze dettate dai tagli netti che hanno logorato dall’interno la scuola italiana nel corso degli anni si fanno sentire, soprattutto in un momento così delicato: “Abbiamo pochissime risorse al momento, i fondi ricevuti servono per i banchi a rotelle, i gel igienizzanti e le mascherine. Il resto è uguale, le difficoltà economiche persistono.”

“Il virus ci ha messo alle strette, la didattica a distanza è stato un metodo valido per fronteggiare l’emergenza sanitaria, ma ad oggi se saremo costretti a mantenere la formula “scuola virtuale” qualora dovesse accadere qualcosa, non faremo che regredire. Noi professori abbiamo si acquisito nuove competenze informatiche, ma l’approccio diretto con gli studenti è tutt’altra cosa” – continua la docente- “Io credo che l’oggetto detta il metodo: in alcuni casi possiamo tollerare l’uso di strumenti digitali, in altri no. Il futuro della scuola deve essere la presenza fisica, dobbiamo preservare a tutti i costi la socialità. È lungimirante pensare che la scuola è fatta di corpi, materia, persone, voci, rumori.”

Fonte: I Siciliani – http://feedproxy.google.com/~r/isiciliani/~3/-QHbPKbTqrI/

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