I morti nelle Rsa e quella società che considera gli anziani uno “scarto”

Il racconto puntuale e i dati che concludono quella che si immaginava potesse essere nient’altro che una dovuta e professionale espressione di trasparenza da parte di un attore pubblico responsabile di informazioni sul rispetto o meno dei diritti fondamentali dei cittadini dispensano da ogni commento specifico. Sono dati di fatto sui quali ognuno può esprimere la propria opinione.

I punti che seguono propongono un commento che colloca quanto è successo in un contesto che dovrebbe renderne più comprensibile (più o meno grave, o non scusabile, o interrogativo) il senso, ma più ancora le implicazioni.

Partiamo dai dati: Bergamo ha rappresentato nel quadro generale dell’impatto del Covid-19 sulla mortalità della popolazione, generale e delle Rsa, quello che si potrebbe qualificare l’eccesso nell’eccesso. Sia rispetto a situazioni italiane (tipicamente quelle milanesi, ma non solo) sia a quanto noto a livello internazionale.

Questo dato di fatto mette in evidenza due cose, complementari. La prima: l’eccesso dei “morti in Rsa” (quale che sia il loro nome istituzionale) è un dato globale, dice che la popolazione anziana tendenzialmente non autonoma rappresenta nelle “nostre” società uno “scarto”. L’entrata nel mondo Rsa coincide con la formalizzazione di questa diagnosi non medica, ma sociale e di civiltà. La seconda: essere un eccesso rispetto all’eccesso non è una scusante o qualcosa di simile, indica che c’è qualcosa di più specifico, più che da capire causalmente, da indagare nel contesto.

La logica della non comunicazione di dati di salute pubblica ad una richiesta giornalistica è stata riconosciuta illegale: “bene”, al di là del ritardo. Quanto è ‘informativa’ a livello di comprensione dei problemi e di informazione su quanto è successo sul serio? Tanto per fare un esempio (ovvio): la mortalità come si distribuisce geograficamente e istituzionalmente? In altri termini: l’eccesso è un evento legato alla cattiveria del virus? Con un’altra nota importante: tutti i bollettini ufficiali che da mesi ci accompagnano dal livello centrale sono un esercizio perfetto di reticenza, occultamento, disinformazione: legalmente perseguibili? E i giornalisti che hanno riempito pagine e talk show di numeri incommentabili, fuorvianti, contraddittori, non avevano un dovere di chiedere trasparenza, per non cedere al ricatto culturale, politico, di democrazia di accettare-subire la logica del segreto, della sicurezza, dell’essere “in guerra con un nemico”?.

Ci sarebbe molto da dire, ma altri lo faranno presto, ed in modo più complessivo.
Per le Rsa: che fare di questi eccessi che coincidono con la loro tragicità ai criteri di “al di là di ogni dubbio ragionevole”? Processi-giudizi? Amministrativi, civili, penali? Per responsabilità personali, istituzionali, locali, regionali, a scopo di rimborso o di dignità, attesi per quando? Non è qui ovviamente il luogo e lo spazio per rispondere: alla ovvietà legittima delle domande, non corrisponde, di fatto, nessuna risposta facile o risolutiva.

Occorre ritornare, e concludere, alla diagnosi di “scarto”. Che è qui fattuale, senza giudizi etici o di valore. Esiste di fatto nei modelli di sviluppo attuali la previsione-decisione di fare del welfare, dei diritti di salute e di dignità, della disuguaglianza economica, culturale, di autonomia dei “capitoli” di cui farsi carico solo se e nella misura in cui sono “economicamente” sostenibili, cioè redditizi: e perciò vendibili a tutte quelle forme di privato che vogliono guadagnare. Le Rsa sono parte di questo degrado, come sistema e ideologia. Non  tutte, né sempre: ce ne sono molte che non hanno avuto nessun “eccesso”. Comunicarne le mappe e i dati, a Bergamo o altrove, rompe le regole del mercato? E ci sono valutatori indipendenti, in questa tragica “gestione differenziata degli scarti”? Tribunali, o espressioni democratiche di un progetto di futuro che riconosce , a priori, ma nei fatti e nelle leggi attribuibili e non solo nelle promesse, che una società che prevede e gestisce “scarti umani” non può dirsi civile?

Concludo con un commento al presente-futuro. Il più pertinente, il più urgente per tutti. Fare del mondo degli anziani candidati ad essere scarti un’area di investimento pubblico trasparente: pubblico significa universale, è una sfida che sembra ovvia ma è molto difficile politicamente. È la stessa che interessa il Servizio sanitario nazionale, dove ci sono tanti scarti, visibili o meno, e tanti dati “secretati”. È all’incrocio tra parole che si sentono molto pronunciare per il dopo Covid-19: cura, solidarietà, diritto umano alla salute. Parole tutte rispettabili: a chi interessano sul serio? Assomigliano, tanto, a quei migranti di cui nessuno vuol farsi carico, e per i quali il tempo (salvo quello per morire) è senza tempo (come per gli anziani con poco tempo: sopra gli 88 anni dicono i dati da cui si è partiti).
Chi sa che la strana Commissione, certo multiculturale e multi-istituzionale, appena nominata dal ministro Speranza con un nome aperto al futuro per il popolo degli anziani trovi la libertà di dare alle parole-migranti che si sono nominate una obbligatorietà che si trasformi in una sperimentazione di civiltà.

Gianni Tognoni è stato direttore scientifico del centro di ricerche farmacologiche e biomediche della Fondazione Mario Negri Sud. È il Segretario generale del Tribunale permanente dei popoli

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/i-morti-nelle-rsa-e-quella-societa-che-considera-gli-anziani-uno-scarto/

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