Messaggio per la GMMR 2020: “Come Gesù Cristo costretti a fuggire …”

Don Gianni De Robertis, Direttore della Fondazione Migrantes

Il
messaggio di Papa Francesco per la GMMR 2020 è dedicato agli sfollati interni, una categoria di
persone che, a dispetto del loro numero (si stimano essere oggi circa 50
milioni), sono spesso invisibili. Persone
che pur condividendo con i richiedenti asilo e i rifugiati il dramma di essere
stati costretti a fuggire, i pericoli e la precarietà, non godono neanche di
uno status giuridico riconosciuto: la loro protezione è affidata a quello
stesso stato di appartenenza che a volte è la causa stessa dei loro mali. E questa
invisibilità è resa oggi ancora più grave dalla crisi mondiale causata dalla
pandemia COVID-19, che ha finito col far dimenticare tanti altri drammi che
pure continuano a consumarsi su questa nostra terra.

Potremmo
obiettare che però la realtà degli sfollati
interni
riguarda solo alcuni paesi devastati dalla guerra o da crisi
umanitarie, come la Siria, il Congo o il Venezuela, e in ogni caso non l’Italia
(anche se nel nostro paese sono presenti gli sfollati a causa dei terremoti
dell’Irpinia e dell’Aquila). Ma non possiamo fingere di non sapere che il
dramma di queste persone spesso ha le sue origini in Europa (basti solo pensare
alla produzione e al commercio delle armi, o all’inquinamento), e che ormai il
nostro prossimo è ogni essere umano. Inoltre il Papa estende il messaggio “dedicato agli sfollati interni, a tutti
coloro che si sono trovati a vivere e tuttora vivono esperienze di precarietà,
di abbandono, di emarginazione e di rifiuto a causa del COVID-19”
.

Il
messaggio parte dalla icona biblica della Fuga
in Egitto
che ispirò Papa Pio XII nello scrivere quella che è considerata ancora
oggi la magna charta del magistero moderno sulle migrazioni, la Costituzione
Apostolica Exsul Familia. Scrive Papa
Francesco:

Nella
fuga in Egitto il piccolo Gesù sperimenta, assieme ai suoi genitori, la tragica
condizione di sfollato e profugo «segnata da paura, incertezza, disagi
(cfr Mt 2,13-15.19-23).
Purtroppo, ai nostri giorni, milioni di famiglie possono riconoscersi in questa
triste realtà. Quasi ogni giorno la televisione e i giornali danno notizie di
profughi che fuggono dalla fame, dalla guerra, da altri pericoli gravi, alla
ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie»
(
Angelus, 29 dicembre 2013). In ciascuno di loro è presente Gesù, costretto, come ai tempi di
Erode, a fuggire per salvarsi. Nei loro volti siamo chiamati a riconoscere il
volto del Cristo affamato, assetato, nudo, malato, forestiero e carcerato che
ci interpella (cfr Mt 25,31-46).
Se lo riconosciamo, saremo noi a ringraziarlo per averlo potuto incontrare,
amare e servire”.

Ricordo
che il giorno di Natale 2017 scoppiò l’ennesima polemica contro Papa Francesco
perché nell’omelia della notte aveva osato parlare  – anche
in quel giorno!
-dei migranti:

“Nei passi di Giuseppe e
Maria si nascondono tanti passi. Vediamo le orme di intere famiglie che oggi si
vedono obbligate a partire. Vediamo le orme di milioni di persone che non
scelgono di andarsene, ma che sono obbligate a separarsi dai loro cari, sono
espulsi dalla loro terra”
.

Ma
la colpa, se di colpa si deve
parlare, non è di Papa Francesco, ma del Vangelo! Una delle cose più
sorprendenti, più inquietanti del Vangelo è proprio questa identità radicale
fra Gesù e il povero. Quel Gesù che ha detto durante l’ultima cena: “Questo è il mio corpo” – e noi
devotamente ci inginocchiamo davanti al mistero dell’Eucaristia – è lo stesso
che ha detto: “Ho avuto fame, ho avuto sete,
sono stato forestiero, nudo, ammalato, in carcere … quello che avete fatto a
uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”
(Mt.25,31-46).
Non ha detto: è come se l’avete fatto a me, ma proprio: l’avete fatto a me!

Per
questo i cristiani sanno che è Lui che incontriamo in ogni forestiero che bussa alla nostra porta, anche quando “ i
nostri occhi fanno fatica a riconoscerlo: coi vestiti rotti, con i piedi
sporchi, col volto deformato, il corpo piagato, incapace di parlare la nostra
lingua”.

Ai
quattro verbi – accogliere, proteggere, promuovere e integrare – che Papa
Francesco indicava nel suo messaggio per la GMMR 2018 come risposta alla sfida
pastorale provocata dalle migrazioni, egli aggiunge ora altre sei coppie di
verbi, legati fra loro da una relazione di causa-effetto. E’ interessante
notare che si tratta ancora di verbi,
di azioni concrete. Davanti al dramma che ci è di fronte non possiamo limitarci
a qualche brillante analisi o pia considerazione, siamo chiamati ad agire. Gesù
non ha promesso il Suo Regno a chi ripete Signore,
Signore
, ma a chi fa la volontà
del Padre Suo che è nei cieli (Mt.7,21).

Di
queste coppie di verbi mi limito a richiamarne un paio, lasciando le altre alla
vostra riflessione.

Anzitutto
Papa Francesco ci ricorda la necessità di
conoscere per comprendere
. Non si può comprendere né amare ciò che non si
conosce. E si conosce bene solo da vicino:

“Molti non vi conoscono e
hanno paura. Questa li fa sentire in diritto di giudicare e di poterlo fare con
durezza e freddezza, credendo anche di vedere bene. Ma non è così. Si vede bene
solo con la vicinanza che dà la misericordia … Da lontano possiamo dire e
pensare qualsiasi cosa, come facilmente accade quando si scrivono frasi
terribili e insulti via internet”
(papa Francesco
alle comunità migranti, Bologna, ottobre 2017)

Oggi
la vera linea di demarcazione rispetto ai migranti è fra quelli che li guardano
da lontano – e per loro sono solo dei numeri,
una categoria:
parlano di extracomunitari, di neri, di immigrati – e coloro
che si sono avvicinati fino a riconoscere nel loro volto il volto di un
fratello, e allora parlano di Leila, di Ibrahim, di Youssuf. Per questo è
importante moltiplicare le occasioni di incontro, di ascolto, di buon vicinato.

Un’altra
coppia di verbi a cui ci richiama il Papa è coinvolgere
per promuovere
i migranti. Troppo spesso essi sono, nella migliore delle
ipotesi, l’oggetto (non il soggetto!) della nostra carità, il piedistallo che
mette meglio in evidenza la nostra bontà. Un certo pietismo, il voler sempre e
in tutto provvedere all’altro e scusarlo, senza mai chiedere il suo aiuto o
pensare di poter anche imparare da lui, gli toglie la parità, lo spinge a una
bassa considerazione di se stesso e a pensare che tutto gli è dovuto perché non
si è capaci.

“A volte lo slancio di
servire gli altri ci impedisce di vedere le loro ricchezze. Se vogliamo davvero
promuovere le persone alle quali offriamo assistenza, dobbiamo coinvolgerle e
renderle protagoniste del proprio riscatto”
.

Il messaggio si conclude con una preghiera suggerita dall’esempio di San Giuseppe. Di Giuseppe si dice nel brano da cui abbiamo preso le mosse che “destatosi, prese con sé il bambino e sua madre, nella notte,e fuggì in Egitto”. Il mio augurio è che in questa Giornata che abbiamo celebrato il 27 settembre  scorso, molti di noi, destandoci, lo imitiamo, non limitandoci a dei bei discorsi, ma facendo almeno qualcuna delle azioni che Papa Francesco ci ha suggerito in questo messaggio.

Fonte: Pax Christi – http://www.paxchristi.it/?p=17495

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