Schiavone (Asgi): «Tornare allo Sprar? Affinché funzioni tutti i comuni devono aderire»

I decreti sicurezza voluti dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini sono stati modificati. Il Consiglio dei ministri ha infatti approvato il nuovo decreto in materia di sicurezza e immigrazione proposto dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. «È un bene che finalmente si sia intervenuto su quei decreti», dice Gianfranco Schiavone, dell’Asgi, Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione. «Sono stati modificati in molte parti e in maniera importante. In particolare il ripristino della protezione umanitaria (denominata speciale) quale terza forma di protezione nel nostro ordinamento è la parte più chiara dell’intervento riformatore con un allargamento estremamente significativo all’obbligo di rispettare il diritto alla vita privata e famigliare dello straniero che si è ricostruito una vita nel nostro Paese. Ma è il caso di concentrarci su quello che non c’è ancora e che invece avrebbe dovuto esserci. In molti confondono quello che tutti ci auspichiamo – una riforma delle normative su immigrazione e diritto d’asilo – con un ambito molto ristretto: quello dei decreti sicurezza appunto». Si abbassano anche le maxi multe alle navi delle ong che entrano in acque territoriali italiani dopo aver soccorso i migranti, viene reintrodotta la protezione umanitaria – chiamata ora protezione speciale che durerà due anni e sarà convertibile in permesso per motivi di lavoro, si torna al sistema di accoglienza Sprar, che verrà ribattezzato SAI (sistema di accoglienza ed integrazione), ma non è abbastanza.

Cosa si poteva fare e non è stato fatto?
Innanzitutto questo decreto doveva concentrarsi sulla disciplina delle procedure accelerate per l’esame delle domande nelle zone di transito e frontiera. La norma voluta da Salvini e purtroppo non modificata, si presta ad abusi con straordinaria facilità con riduzione drastica dei diritti dei richiedenti in fase amministrativa e così c’è ancora il rischio che lo straniero fermato per avere eluso o tentato di eludere i controlli di frontiera o subito dopo (il testo della norma è sul punto così vago che si presta ad applicazioni massicce) che abbia presentato domanda di protezione internazionale dopo l’espulsionesi veda esaminata la sua domanda con procedura di fatto sommaria mentre è trattenuto in condizioni e luoghi persino imprecisati (si prevede l’invio non solo ai cpr ma genericamente strutture a disposizione della PS) e inaccessibili di fatto a difensori e organizzazioni di tutela dei diritti. Occorre invece ricordare che la presentazione della domanda di protezione internazionale in frontiera rischia di applicarsi spesso persone rese ulteriormente vulnerabili dalle condizioni traumatiche del viaggio ed alle quali andrà perciò in ogni caso garantito un esame adeguato della domanda di protezione internazionale e l’applicazione delle garanzie e dei diritti previsti a tutela dei richiedenti protezione internazionale dalle disposizioni nazionali e dell’Unione Europea. C’è inoltre la questione legata alla introduzione della nozione di “Paese sicuro” e alla nozione di “area interna sicura nel Paese di origine”; si tratta di due nozioni giuridiche entrambe estremamente scivolose, che meritoriamente l’Italia non aveva mai recepito nel proprio ordinamento e che non sono state non dico abrogate ma neppure modificate. Si tratta di temi cruciali che stanno passando.

Viene ripristinato lo Sprar
Sì, il decreto ripristina lo Sprar e rimarca il principio che l’accoglienza deve essere un sistema unico per i richiedenti asilo e i titolari di protezione internazionale. Il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati che viene attuato dagli enti locali attraverso di progetti di accoglienza integrata accedono, nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo. A livello territoriale gli enti locali, con il supporto delle realtà del terzo settore, garantiscono interventi di “accoglienza integrata” che superano la sola distribuzione di vitto e alloggio, prevedendo in modo complementare anche misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico. Ma in questo “ritorno al prima” non possiamo dimenticare che il decreto legislativo 142 del 2015 era comunque stato smantellato con troppa facilità dai decreti Salvini perché era un impianto fragile. Infatti l’ex Sprar ha sempre solo coperto una piccola parte dei posti necessari. La maggioranza dei richiedenti asilo è sempre stata nei Cas.

Il piano del Paese è davvero andare verso un sistema di accoglienza unico allora?
Oggi, allo stato dei fatti, non lo sappiamo. Immagino tristemente che per molti richiedenti asilo che stanno dei Cas da qui ai prossimi mesi non cambierà nulla. Continueranno a stare nei Cas, in un livello di degrado che non è accettabile. Perché questo è oggi il sistema di accoglienza italiano per quasi tutti: un parcheggio degradato in strutture periferiche dove le persone si trovano in una condizione di inattività forzata. Sprar e cas sono due mondi talmente lontani che la norma avrebbe dovuto affrontare il tema cruciale di come si fa concretamente a passare dalla situazione in cui siamo all’obiettivo enunciato nei decreti modificati.

Come si arriva concretamente a una riforma strutturale del sistema di accoglienza?
Il governo non ha voluto affrontare questo nodo che ha sempre eluso anche in passato. Ovvero il nodo del superamento della volontarietà dell’adesione dei singoli comuni. Oggi un comune può decidere di aderire o di non aderire al sistema Quindi siamo al paradosso: il modello di “accoglienza diffusa” che ora ritorna continua, come in passato, a dipendere quel modello dipende da una volubile volontà politica locale. E finché non sarà affrontato anche questo tema il nuovo sistema SAI (ovvero ex-sprar) e i centri di accoglienza straordinari conviveranno, perché se l’accoglienza diffusa non c’è bisogna comunque assistere i richiedenti asilo nei centri straordinari. Così torniamo al dilemma del 2015 con i centri straordinari che sono esplosi in numero e diffusione, e rischiamo di riprodurlo all’infinito senza superarlo mai. Fin dal 2015 ASGI aveva proposto, rimanendo inascoltato, che il percorso di riforma necessario per superare l’eterno approccio emergenziale in cui si trova il sistema dell’accoglienza in Italia fosse quello di un progressivo trasferimento ai comuni delle funzioni amministrative per la gestione dell’accoglienza ai richiedenti asilo, dentro un quadro chiaro di criteri e procedure previste dalla norma e un coordinamento da parte dello Stato. In pratica un progressivo inserimento dell’accoglienza all’interno della rete dei servizi sociali del territorio, non più opzionale. Oggi ancora invece nessuno può dire “io no”. E addirittura qualcuno non solo lo dice ma ci fa anche campagne elettorali su questo. Adesso corriamo due rischi: quello di un nuovo arretramento o addirittura di una non partenza.

Quali dovrebbero essere i punti cardine della riforma su immigrazione e diritto d’asilo?
La riforma degli ingressi per lavoro in primo luogo; oggi è di fatto impedito a uno straniero di venire in Italia in modo regolare per lavoro e non è previsto l’ingresso per ricerca lavoro a condizioni e garanzie precise. Il risultato non è che le persone non vengono ma che vengono irregolarmente ovvero entrano regolarmente se possono farlo e poi rimangono irregolarmente entrando nel micidiale meccanismo del lavoro nero e dello sfruttamento che vengono alimentati da una normativa irrazionale. In secondo luogo la riforma della disciplina delle espulsioni, oggi il punto peggiore della nostra normativa che qui raggiunge livelli inauditi di irragionevolezza e ferocia. Le espulsioni sono inevitabili in ogni sistema ma dovrebbero essere limitate ai casi (che si scoprono alquanto ridotti) legate a seri profili di pericolosità sociale e nei quali un percorso di integrazione sociale non è possibile. Oggi, all’opposto, colpiscono (sulla carta senza poi trovare effettiva attuazione) una platea teoricamente immensa di persone che non meriterebbero tale trattamento. E infine naturalmente la profonda riforma della cittadinanza (la normativa italiana è la più chiusa d’Europa) riconoscendo ciò che avviene in tutte le società aperte ovvero che, oltre che per discendenza, la cittadinanza di acquisisce, in tempi ragionevoli, per lunga permanenza sul territorio e adesione alla vita della comunità nazionale.

Fonte: Vita.it – http://www.vita.it/it/article/2020/10/09/schiavone-asgi-tornare-allo-sprar-affinche-funzioni-tutti-i-comuni-dev/156939/

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