L’Egitto sta vivendo un nuovo #MeToo grazie a un account Instagram di denuncia. Chi è la 22enne che lo ha lanciato

L’Egitto sta vivendo un nuovo #MeToo grazie a un account Instagram di denuncia. Chi è la 22enne che lo ha lanciato

8 min lettura

Sono trascorsi poco più di tre mesi da quando il movimento #MeToo è esploso in Egitto grazie alla pagina Instagram @assaultpolice creata, nella notte tra il 30 giugno e l’1 luglio, da Nadeen Ashraf, una giovane studentessa universitaria di filosofia che inizialmente ha tenuto nascosta la propria identità.

A spingere la ventiduenne ad aprire l’account è stata la sparizione di un post, pubblicato in un gruppo su Facebook, in cui una studentessa dell’Università americana del Cairo denunciava di essere stata molestata e ricattata – insieme ad altre due sue amiche – da un ragazzo di famiglia benestante.

Sconvolta per la scomparsa del post, Ashraf – come ha raccontato al New York Times – ha deciso, in forma anonima, di denunciare il giovane accusandolo di essere un molestatore sessuale, diffondendone nome, cognome e foto su @assaultpolice e invitando le vittime a condividere privatamente la loro storia.

Inaspettatamente, la mattina seguente, Ashraf ha trovato centinaia di notifiche di utenti che esprimevano apprezzamento per l’iniziativa e circa trenta messaggi di donne che confidavano di essere state aggredite – alcune anche violentate – dallo studente universitario 21enne Ahmed Bassam Zaki.

In due giorni le testimonianze sono diventate più di centocinquanta. Donne, ragazze e perfino bambine – alcune di appena 13 anni – denunciavano di aver subito abusi dall’uomo.

Tre giorni dopo l’apertura della pagina, la polizia del Cairo ha arrestato lo studente.

A una settimana dalla pubblicazione del primo post @assaultpolice era seguita da 70.000 utenti, ormai travolta da un’ondata di testimonianze di donne egiziane, stanche di subire umiliazioni e abusi. Oggi ha 200.000 follower.

Ahmed Bassam Zaki è stato accusato di violenza sessuale nei confronti di tre minorenni e di aver ricattato e molestato altre donne. Il suo processo è iniziato il 10 ottobre ed è stato aggiornato al 7 novembre.

L’intervento immediato delle autorità ha rappresentato una svolta importante per l’Egitto, dove molestie sessuali e aggressioni sono tristemente comuni e le vittime hanno timore di parlare per paura di ritorsioni a causa del pregiudizio secondo cui sono loro ad assumere comportamenti “provocatori” attirando l’attenzione di chi abusa.

Sebbene la percentuale di casi di violenza segnalati sia aumentata all’indomani della rivoluzione del 2011 e notizie di aggressioni sessuali, molestie e stupri avvenuti in piazza Tahrir, al Cairo, abbiano trovato spazio sui media locali e internazionali, la situazione delle donne in Egitto è rimasta seria e preoccupante.

Un sondaggio condotto dalla Thomson Reuters Foundation nel 2017 ha rilevato che il Cairo, per le donne, è la più pericolosa di 19 megalopoli. Già nel 2013 uno studio delle Nazioni Unite aveva appurato che il 99,3% delle egiziane intervistate avesse subito molestie sessuali.

Quanto sta accadendo oggi nel paese, a partire dall’estate scorsa, rappresenta quindi un cambio di passo non scontato nella difesa dei diritti delle donne.

Dopo aver denunciato le violenze commesse da Ahmed Bassam Zaki, @assaultpolice ha fatto luce, con un altro post pubblicato su Instagram a fine luglio, su un caso risalente al 2014, conosciuto sui social come “Fairmont Incident” e “Fairmont Crime”, in cui la vittima, all’epoca diciassettenne, sarebbe stata stuprata da almeno cinque uomini in una suite del Fairmont Nile City, un hotel a cinque stelle del Cairo.

Gli aggressori, tutti appartenenti a famiglie egiziane facoltose e potenti, avrebbero drogato la ragazza per trascinarla in una camera da letto e abusare di lei, avrebbero lasciato le loro iniziali sulla schiena della vittima per poi filmarla e condividere il video tra amici.

Il post di @assaultpolice ha riportato così all’attenzione pubblica una vicenda da tempo volutamente insabbiata cercando di dare nomi e volti agli autori della violenza chiedendo aiuto a chi fosse a conoscenza di quanto accaduto.

Successivamente, come riportato da Daily News Egypt, un account anonimo su Twitter – poi disattivato – ha pubblicato i nomi di sette presunti assalitori, confermati anche da un post su Facebook che ha poi cancellato due nomi.

Dopo aver ricevuto un rapporto dal Consiglio nazionale delle donne (NCW) – che includeva la denuncia della donna coinvolta nella vicenda, nonché altre testimonianze sul crimine – il 5 agosto scorso il procuratore generale egiziano ha ordinato l’apertura di un’indagine sul presunto stupro di gruppo al Fairmont.

Quando, a causa di varie e gravi minacce, l’account di @assaultpolice è stato sospeso per dieci giorni, altre pagine Instagram – tra cui “Gang Rapists of Cairo”, “The Mental List”, “Moghtasebon” – hanno proseguito la raccolta di informazioni su quanto accadde nel 2014, continuando a dare forza al movimento #MeToo egiziano.

Il 24 agosto, dopo settimane di richieste pressanti sui social, la pubblica accusa egiziana ha emesso nove mandati di arresto nei confronti di altrettante persone coinvolte nella violenza al Fairmont.

Ma anche questa vicenda, come la maggior parte dei casi di violenza sulle donne in Egitto, non è stata risparmiata da dinamiche consolidate che non solo impediscono alla giustizia di fare il suo corso ma che colpiscono chi decide di esporsi per far emergere la verità.

Secondo quanto riferito da Human Rights Watch (HRW), alla fine del mese di agosto le autorità egiziane hanno arrestato quattro testimoni, insieme ad altre due persone non direttamente coinvolte nel caso. I sei sono stati accusati di “violazione delle leggi sulla “moralità” e di “dissolutezza”” e sono stati oggetto di campagne diffamatorie su Internet oltre ad aver subito test della verginità e anali.

Hoda Elsadda, docente presso l’Università del Cairo, ha espresso forte preoccupazione per gli sviluppi della vicenda.

«Che un caso chiaro con prove tangibili si trasformi in un procedimento in cui i colpevoli diventano vittime e i testimoni vengono accusati è spaventoso», ha dichiarato ad AFP.

Della stessa opinione è Rothna Begum, ricercatrice senior sui diritti delle donne presso HRW. «L’apertura di un caso nei confronti di testimoni e la campagna diffamatoria contro di loro e contro chi è sopravvissuto allo stupro inviano un messaggio agghiacciante a chi è scampato a violenze sessuali e ai testimoni che rischiano di andare in prigione nel momento in cui denunciano», ha detto.

Diversi media pro-regime, infatti, hanno fornito un resoconto completamente diverso del presunto stupro di gruppo, raccontandolo come se si fosse trattato di un’orgia finita male.

Il Consiglio nazionale per le donne egiziano, che aveva incoraggiato i testimoni a farsi avanti, si è trovato al centro di polemiche per non averli protetti, soprattutto all’indomani del via libera a un provvedimento del 18 agosto con cui il parlamento ha approvato un emendamento al codice penale che concede automaticamente l’anonimato alle persone che denunciano casi di violenza sessuale. L’emendamento, che mira a incoraggiare la denuncia di violenze sessuali, vieta alle autorità investigative di divulgare informazioni sulle vittime e sui sopravvissuti di tali crimini, tranne che ai pubblici ministeri e agli imputati. Per la parlamentare Ghada Ghareeb la legge è solo un passo compiuto “in un lungo cammino verso l’emanazione di provvedimenti che tutelano i diritti delle donne”.

Su Deutsche Welle la giornalista Wafaa Albadry si è chiesta quanto il movimento egiziano #MeToo rappresenti un’opportunità e quanto un danno per le donne che, dopo aver denunciato su Internet le violenze delle quali sono state vittime, si sono trovate a doversi difendere da hate speech e victim blaming. Per ovviare al problema c’è chi ha suggerito di trovare un mediatore più “credibile” della rete per parlare apertamente di violenza sessuale, invece di affidarsi a testimonianze anonime sui social. Una soluzione del genere, però, determinerebbe, secondo la giornalista, un numero inferiore di confessioni e maggiore frustrazione.

Per Aldabry, in un contesto sociale e politico difficile come quello egiziano, le donne stanno cercando di creare uno spazio per dare voce alle proprie esperienze. Le vittime hanno il diritto di scegliere il modo e il mezzo che preferiscono per le loro rivelazioni. La società deve tenere conto delle difficoltà che le donne potrebbero dover affrontare qualora i loro racconti diventino pubblici o sia svelata la loro identità. Ciò che succede a ogni singola donna ha un significato politico, è di vitale importanza per ciascuna di loro e la loro sicurezza e i social possono rappresentare lo spazio giusto per discutere nell’ambito del movimento #MeToo. Chi vuole veramente spingere per il cambiamento nel paese deve riflettere sulle leggi e sui valori necessari per regolamentare e reprimere l’incitamento all’odio e la criminalità sul web, invece di stabilire dove, come e quando le donne debbano parlare. Dovrebbe, con forza, prendere posizione contro chi cerca di minare gli sforzi delle donne e di vittimizzarle.

Va riconosciuto, quindi, che in tre mesi, il movimento egiziano #MeToo ha smascherato aggressioni sessuali, sollecitato riforme e incoraggiato a parlare centinaia di vittime di abusi, incluse personalità del mondo dello spettacolo, favorendo un dibattito atteso da tempo sulla disuguaglianza di genere.

La missione che @assaultpolice si è assegnata quando è stato riattivato l’account, dopo i dieci giorni di sospensione ad agosto, è aiutare le donne a comprendere quali siano i loro diritti.

«In inglese si usa spesso la parola “consenso”», ha spiegato Nadeen Ashraf . «Non ho mai sentito pronunciare l’equivalente in arabo “taraadi”. Per questo con @assaultpolice proviamo a tradurre questi concetti, a scomporli, a spiegarli».

Da qualche tempo Ashraf ha deciso di uscire dall’anonimato poiché sapeva che la sua identità sarebbe stata presto scoperta, per cui ha ritenuto prudente svelare il suo nome. «Ho pensato che se i malintenzionati stavano per scoprire chi sono, era giusto che anche le brave persone lo sapessero», ha detto, per sentirsi protetta anche da loro.

Per gli attivisti dei diritti delle donne, come riportato dalla giornalista Menna A. Farouk su Reuters, per mantenere vivo il movimento, bisogna riuscire a portare il messaggio di #MeToo “offline”. In tal modo si riuscirebbe a raggiungere le donne di ceti meno abbienti, meno istruite, che non hanno accesso a Internet e che vivono nelle zone rurali. Parimenti è necessario un cambiamento del sistema giudiziario con l’adozione di provvedimenti forti e severi contro stupratori e molestatori sessuali.

«Spero che questo slancio non rimanga nei segmenti della società delle classi media e alta, ma che si sposti anche verso le classi sociali inferiori», ha detto Entessar El-Saeed, avvocato per i diritti delle donne, a capo del Centro per lo sviluppo e il diritto del Cairo.
«Ci sono molte donne non istruite che sono esposte a molestie sessuali e che continueranno a non parlare fino a quando avranno paura dello stigma sociale e non saranno a conoscenza delle procedure legali”, ha dichiarato El-Saeed.

Randa Fakhr El-Deen, direttrice dell’Unione delle ONG contro le pratiche dannose su donne e bambine, ha affermato che nelle aree più povere molte donne non hanno telefoni cellulari e sono poco consapevoli delle tendenze sui social media.

Secondo i dati forniti dal rapporto 2020 dell’agenzia creativa internazionale We Are Social, solo il 54% della popolazione egiziana è connessa a Internet. Nelle zone rurali, la percentuale scende al 19,1%, come riportato da un rapporto del 2019 dell’Istituto nazionale di statistica CAPMAS.

El-Deen ha suggerito di far arrivare il movimento #MeToo in quelle aree organizzando workshop durante i quali le donne possano condividere le loro storie e facendo formazione per sensibilizzarle sui loro diritti e su come affrontare la violenza di genere.

Per il regista Shady Noor, in prima linea nel sostenere i diritti delle donne, il movimento egiziano #MeToo è “una rivoluzione femminista” e le donne di tutte le classi sociali devono poterne trarre vantaggio.

«Sappiamo che è in atto una grande resistenza», ha detto. «Ma non vogliamo che questo movimento tra un po’ scompaia come è già successo».

immagine via The American University in Cairo

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/egitto-metoo-instagram/

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