Trump, il super diffusore di disinformazione (con l’aiuto dei media)

Trump, il super diffusore di disinformazione (con l’aiuto dei media)

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Il 29 settembre scorso il primo dibattito presidenziale si è chiuso con il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, che ha reiterato la falsa affermazione che il voto postale sarebbe soggetto a frodi elettorali di massa, giustificando così il suo rifiuto di impegnarsi ad accettare i risultati delle elezioni in caso di sconfitta (singolare idea per cui solo in caso di sua vittoria si può parlare di “fair and free elections“).

La campagna di disinformazione portata avanti da Trump e dal Partito Repubblicano per ostacolare l’ampliamento del voto (visto il contesto della pandemia) via posta è cominciata sei mesi fa. E a quanto pare questa strategia di disinformazione sta funzionando. Diversi sondaggi (Pew Research Center, Morning Consult, Montmouth University Polling Institute), condotti fra agosto e settembre, rivelano che circa la metà degli elettori Repubblicani è convinta che i brogli elettorali siano uno dei principali problemi del voto postale, più della metà ritiene responsabili i Democratici di eventuali brogli. Al contrario gli elettori Democratici non temono brogli e sono convinti che il voto per posta sia una buona alternativa al voto di persona per evitare il più possibile situazioni a rischio contagi.

Non ci sono evidenze rispetto alle affermazioni di Trump, anzi esperti, accademici e inchieste giornalistiche indipendenti (qui BBC, qui CNN, qui New York Times) concordano: i brogli elettorali nel voto postale sono estremamente rari e lì dove si sono verificati si tratta di casi così limitati che difficilmente potrebbero avere un impatto sulle elezioni presidenziali. ProPublica, inoltre, ha smontato del tutto lo studio che sarebbe alla base delle affermazioni di Trump.

La campagna di disinformazione orchestrata da Trump e gli effetti che questa campagna hanno sull’elettorato, con un divario evidente come si vede dai sondaggi fra le due basi elettorali, potrebbero avere pesanti ricadute in termini di partecipazione al voto e di accettazione della legittimità dei risultati. D’altra parte sono mesi che Trump dichiara che una sua eventuale sconfitta si spiegherebbe solo con elezioni truccate.

La squadra di Yochai Benkler del Berkman Klein Center for Internet & Society dell’Università di Harvard ha analizzato quantitativamente e qualitativamente 55mila storie di media online (inclusi siti online di TV, giornali e radio locali e fonti esclusivamente online, forum di siti che vanno da Huffington Post e Breitbart a Townhall o DailyKos fino a blog personali) attraverso Media Cloud, 5 milioni di tweet attraverso Brandwatch, 75mila post di pagine Facebook usando CrowdTangle, relativi al voto per posta e al rischio brogli, pubblicati fra il 1 marzo e il 31 agosto 2020.

E contrariamente a quello che potremmo pensare, la disinformazione che ha portato potenzialmente milioni di americani a credere che il voto postale sia a rischio frode non ha origini dai social network o da un attacco di troll russi. Il più grande diffusore di disinformazione è il presidente degli Stati Uniti d’America, appoggiato dal suo partito e aiutato (anche non volendo) dagli stessi media mainstream che ne hanno amplificato il messaggio. I social media hanno avuto in questo contesto un ruolo di supporto secondario.

Dalla ricostruzione del lavoro “Mail-in Voter Fraud: Anatomy of a Disinformation Campaign” emerge che Trump ha dato inizio a questa strategia il 30 marzo durante una intervista nel programma Fox and Friends sul canale di proprietà di Rupert Murdoch Fox News (non propriamente un programma – così come il canale complessivamente – di giornalismo indipendente, quanto piuttosto una forma di intrattenimento propagandistico a supporto di Trump, con ascolti imponenti). Durante l’intervista Trump si vanta di aver fermato l’iniziativa dei Democratici che avrebbero voluto estendere il più possibile il voto postale, vista la pandemia, rendendolo anche più facile. E ammette candidamente che questo avrebbe attirato così tanti elettori che “non avremmo mai più avuto un Repubblicano eletto in questo paese”. All’intervista segue poi il tweet dell’8 aprile:

Da quel momento e per i successivi sei mesi Trump e il partito Repubblicano, con l’appoggio di gran parte dell’ecosistema mediatico che ne amplifica i messaggi, danno vita a una incessante e martellante campagna per screditare il processo di voto per milioni di americani.

Analizzando 55mila storie pubblicate dai media relative alla presunta frode del voto elettorale, la mappa che ne emerge di rete e interconnessione fra i vari “attori” in campo mostra innanzitutto quella che gli autori dello studio nel precedente lavoro “Network Propaganda” avevano definito polarizzazione asimmetrica dell’ecosistema politico-mediatico americano. Con un ecosistema mediatico di destra distintivo e chiuso e il “resto” dei media che include tutti gli altri, da agenzie di centro come Reuters e AP fino a media orientati a sinistra come MSNBC e Daily Kos, passando per Wall Street Journal (centro con orientamento a destra), New York Times, Washington Post etc etc. Tra l’altro i risultati di questo nuovo studio sono del tutto coerenti con i risultati delle analisi dell’ecosistema mediatico americano nel periodo 2015-2018, pubblicati proprio in “Network Propaganda”: Fox News e la campagna di Trump sono stati molto più influenti nel diffondere false notizie e disinformazione rispetto ai troll russi o ai professionisti del clickbait su Facebook. Dinamica che si è ulteriormente rafforzata in questo ciclo elettorale. Probabilmente perché, suggeriscono gli autori dello studio, la posizione di Trump come presidente e la sua leadership nel partito Repubblicano gli consentono di operare direttamente sulle élite politiche e mediatiche senza dover fare affidamento su media online (vedi Breitbart) come è stato costretto a fare nel 2015 e nella prima metà del 2016 da outsider del suo stesso partito.

“I nostri risultati ci dicono – si legge nello studio – che Donald Trump ha perfezionato l’arte di sfruttare i media mainstream per diffondere e talvolta rafforzare la sua campagna di disinformazione utilizzando tre pratiche standard fondamentali del giornalismo professionale”. E cioè: focus sull’élite istituzionale (se lo dice il presidente, è una notizia); l’inseguimento di titoli ad effetto (“se c’è sangue, vende”); cercare di essere equilibrati (col rischio di alimentare la dinamica “false balance” mettendo sullo stesso piano per esempio esperti e non, come è successo con la copertura climatica, la ricerca di “neutralità” per evitare di sembrare faziosi).

In “Network Propaganda“, gli stessi autori firmano uno studio portentoso delle radici della attuale crisi epistemica della comunicazione politica americana, con un focus specifico sulle elezioni americane del 2016 e il primo anno di presidenza Trump.

Gli autori hanno analizzato circa 4 milioni di contenuti online sull’elezione e sulla politica nazionale, pubblicati tra aprile 2015 e il primo anno di presidenza Trump (dal 2015 al 2018), usando Media Cloud, un sistema di analisi dell’ecosistema mediatico sviluppato da una decina di anni dall’Harvard’s Barkman Klein Center insieme al MIT’s Center for Civic Media. Due milioni di storie pubblicate durante la campagna elettorale del 2016 e altri due milioni durante il primo anno di presidenza di Trump. Sono state analizzate le modalità con cui queste storie venivano linkate le une alle altre – come i media si citano gli uni gli altri come autorità o fonti, a questo abbinando una analisi dei testi per capire di cosa queste storie parlavano e quando. Questo ha fornito un “insight” ai ricercatori rispetto al lato di produzione / offerta di informazione politica negli Usa. Hanno poi analizzato come queste storie sono state twittate e condivise su Facebook, e da questo hanno dedotto gli schemi di attenzione dell’audience. Quindi da una parte la produzione, dall’altra il consumo. A questo hanno aggiunto uno studio dettagliato di casi al centro di particolari polemiche, per esempio come sono state coperte le mail di Clinton o i presunti scandali della Fondazione Clinton, o come è stata coperta l’indagine sui collegamenti fra Trump e la Russia durante il 2017. Per questi studi sono state aggiunte analisi dei testi della copertura televisiva all’analisi delle comunicazioni online.

Lo studio dimostra così che la disinformazione e la polarizzazione hanno avuto il loro centro di propagazione nell’ecosistema mediatico di destra, nella radicalizzazione del partito Repubblicano (dove si assiste alla dinamica definita “feedback loop propaganda” per cui più gli elettori si radicalizzano più i politici stessi si spostano su posizioni estreme radicalizzando sempre più a loro volta l’elettorato e così via; chi anche da destra si dissocia o non aderisce a questo tipo di propaganda basata su false notizie e disinformazione che confermano la propria identità politica, i propri pregiudizi e le proprie posizioni, viene penalizzato ed espulso dalla “cerchia”, perdendo consenso. In una dinamica che si rafforza reciprocamente fra media di destra ed élite politica. La disinformazione e la manipolazione che hanno dominato la campagna elettorale ha radici profonde nel sistema stesso culturale-mediatico-politico americano. I troll russi, i bot, gli algoritmi “si innestano” e “fanno leva” su un qualcosa che già esiste, non ne sono la causa. I risultati di questo studio evidenziano chiaramente come l’ecosistema mediatico di destra (che ha il suo epicentro nel canale televisivo Fox News, nel sito Breitbart e nei talk radiofonici) non sia saldamente ancorato a principi giornalistici fondati sulla verifica delle notizie, a differenza di quelli che ruotano intorno all’ecosistema di centro e sinistra (dal Wall Street Journal al NYT a testate più radicali) che tendono a rimanere ancorati a questi principi. Per fare un esempio: la notizia infondata dello stupro di Trump ai danni di una ragazza di 13 anni viene sottoposta a processo di verifica e quasi subito la sua diffusione viene contenuta e bloccata; la falsa accusa a Hillary Clinton di far parte di un circolo di pedofili si diffonde senza alcun contrasto giornalistico negli ambienti politici-mediatici di destra che non sono interessati al controllo e alla verifica della notizia, quanto piuttosto alla conferma dei loro pregiudizi (gli autori parlano a proposito appunto di asimmetria mediatica, da un lato predomina la dinamica “feedback loop propaganda”, dall’altro “reality check dynamic”).

Le pratiche di condivisione della narrativa seguono percorsi fondamentalmente diversi a destra rispetto al resto dell’ecosistema mediatico, e questa asimmetria è ciò che ha reso gli elettori e i politici repubblicani particolarmente sensibili alle false percezioni e alla manipolazione.

A questo si aggiunge una fragilità dell’ecosistema di “sinistra” che attori malevoli di destra hanno saputo brillantemente sfruttare. Una di queste debolezze si potrebbe definire “complesso di neutralità / oggettività”. L’ossessione di essere percepiti come neutrali / oggettivi da parte dei media “blasonati” di sinistra è stata quasi un cavallo di troia della propaganda media-politici di destra. Per esempio, il presunto scandalo della mail di Clinton (poi inesorabilmente sgonfiatosi) è stato cavalcato dal NYT con prime pagine e centinaia di articoli come se fosse lo scandalo del secolo, in modo del tutto sproporzionato rispetto alla reale portata della vicenda, come giustamente ha evidenziato a suo tempo Matthew Yglesias su Vox. O quando Fox News, nel bel mezzo delle indagini sulle interferenze russe e i legami con Trump, ha riesumato la storia dei fondi russi a Hillary Clinton, quando era segretario di Stato, in cambio degli accordi sull’estrazione dell’uranio. Fox News si è fatta forte della pubblicazione da parte del NYT dell’anteprima del libro “Clinton Cash: The Untold Story of How and Why Foreign Governments and Businesses Helped Make Bill and Hillary Rich”, che ha dato validità, credito e autorevolezza alla storia. L’autore del libro è Peter Schweizer, a quel tempo ricopriva il ruolo di Senior Editor at Large a Breitbart, aveva fondato con Steve Bannon l’organizzazione GAI, Government Accountability Institute, che ha sostenuto finanziariamente la ricerca sui cui si basa il libro. A finanziare GAI, a sua volta, Robert Mercer, uno dei maggiori investitori di Breitbart e tra i maggiori donatori della campagna di Trump. La storia si rivelò del tutto priva di evidenze, piena di falle e basata su omissioni e manipolazione dei fatti, come dimostrarono tra gli altri il Washington Post e Factchecker e Politifact.

La crisi epistemica attuale ha una forma indissolubilmente di parte. La sfiducia nei media e la mancanza di capacità di distinguere vero o falso non sono simmetrici, rispetto alle due parti contrapposte. E la spiegazione di questa differenza non può essere attribuita a Facebook, alla Russia o alle nuove tecnologie. Ma ha radici lontane nei cambiamenti della politica americana avvenuti negli ultimi decenni. Gli autori non sostengono che la tecnologia non conti, che i russi non abbiano interferito nella politica americana, o che l’algoritmo di Facebook non sia importante. Ma quello che sostengono e spiegano è che tutti quelli che potremmo definire i “soliti sospetti” hanno agito attraverso e dipendono da un ecosistema di parte (fazioso) asimmetrico che si è sviluppato negli ultimi 40 anni.

In termini pratici questo significa che focalizzare le possibili soluzioni sull’algoritmo di Facebook porterà ad affrontare le cause a breve termine e questo difficilmente migliorerà il nostro discorso pubblico nel lungo periodo.

La tecnologia non produce determinati risultati per il solo fatto di essere adottata. Ma specifiche tecnologie, sotto specifiche condizioni istituzionali e politiche, possono certamente contribuire alla crisi epistemica.

Durante le elezioni 2016, sono stati la già pre-esistente architettura asimmetrica dei media e gli asimmetrici atteggiamenti verso il giornalismo professionale governato da norme di “oggettività” ad alimentare differenti schemi di comportamenti dei media online.

È stata proprio questa architettura asimmetrica, la refrattarietà dei media e dell’audience di destra (un ecosistema fortemente “insulare” e chiuso) alle regole del giornalismo professionale, che ha reso il sistema mediatico complessivamente più suscettibile ai fabbricatori di clickbait, alla propaganda russa, e a bufale estremiste iperpolarizzate come il Pizzagate.

La mappa illustra i media che hanno pubblicato storie relative al tema della frode elettorale per posta. La dimensione e la posizione dei media si basa sull’interconnessione tra le loro storie online sull’argomento. L’account twitter di Trump gioca un ruolo centrale nella rete. Fox News è centrale a destra. Da notare il ruolo notevole che l’AP, Reuters, NPR, USA Today e le reti televisive giocano insieme ai siti tradizionalmente dominanti del New York Times, Washington Post e CNN.

Dall’analisi emerge il ruolo centrale giocato dall’account Twitter di Donald Trump nell’ecosistema mediatico, un ruolo pari ai siti di media più influenti e, in effetti, – spiega Yochai Benkler – si configura come la fonte di informazioni più influente con un pubblico di orientamento di destra. L’account Twitter di Trump è anche l’unico sito di destra posizionato saldamente al centro della mappa, il che indica che è influente per i media di centro, di centro-sinistra e di destra.

“Emerge chiaramente anche la centralità di Fox News per l’ecosistema dei media di destra – osserva ancora Benkler –. Più sorprendente, forse, è che i media di ‘centro destra’ come il Wall Street Journal e il New York Post, che nella maggior parte delle nostre analisi sono più vicini al centro, siano stati spinti sempre più nell’ecosistema di destra, lontano dal ‘resto’ dell’ecosistema (alternativo alla media-sfera di destra)”. Nei dibattiti sul voto postale e sulle frodi, i reportage sul Post e gli editoriali sul Journal hanno rafforzato la legittimità della campagna e sono quindi fortemente linkati e rilanciati dai siti di destra. Nessun sito orientato a sinistra gioca un ruolo importante, a eccezione del Brennan Center for Justice, un’organizzazione no profit che combatte la soppressione del voto ed editore di una rassegna di studi sulla frode elettorale negli Stati Uniti molto citata dai media.

Come spiega sempre Benkler: “La dimensione dei nodi dipende da quanti altri siti si collegano alle loro storie, che prendiamo come misura dell’influenza tra i produttori mediatici. Per questa analisi, abbiamo creato una fonte sintetica, ‘Trump Twitter’, che aggrega tutti i link in tweet di @realDonaldTrump, l’handle di Twitter del Presidente. La vicinanza dei nodi è determinata dalla frequenza dei collegamenti: sono vicini l’uno all’altro quando uno dei due si collega spesso alle storie dell’altro e più distanti se nessuno dei due si collega spesso all’altro. Più un nodo è centrale nella mappa nel suo insieme, più è influente per i media nell’ecosistema. I nodi prendono il loro colore dall’orientamento politico del loro pubblico Twitter, che abbiamo diviso in: destra (rosso), centro-destra (arancione), centro (verde), centro-sinistra (azzurro) e sinistra (blu scuro). Fox, che è sia grande che separato dal nucleo centrale, è grande perché influente e non centrale perché la sua influenza occupa una sottorete relativamente insulare: l’ecosistema dei media di destra”.

Un’altra figura mostra l’intensità della copertura del tema dei brogli elettorali del voto postale. I picchi di attenzione sui social media e nelle storie pubblicate dai media mainstream sono chiaramente correlati. E raccontano in maniera evidente che ogni volta sono stati scatenati prevalentemente da una dichiarazione rilasciata da Trump attraverso uno dei suoi tre canali principali: Twitter, incontri con la stampa, interviste televisive. Il partito Repubblicano e i suoi esponenti giocano un ruolo prominente nel rilanciare le false affermazioni del presidente. Solo un picco importante è stato messo in moto da articoli del Washington Post e del New York Times che riguardavano i ritardi nella consegna delle Poste dovuti alle modifiche del servizio postale.

“I nostri dati – avverte Benkler – non possono escludere la possibilità che annunci o campagne mirate su Facebook, che puntavano a tenere fuori un pubblico accuratamente selezionato, influenzino il voto in gruppi specifici. Né negano che estremisti possano usare Facebook per organizzare azioni violente. Queste sono e rimangono valide preoccupazioni sugli abusi delle piattaforme di social media. Ma i nostri dati mettono in dubbio che Facebook o Twitter abbiano un ruolo significativo come primi responsabili del sospetto con cui i Repubblicani considerano il voto postale, e questo in controtendenza con le critiche ai social media accusati di essere le principali sorgenti di disinformazione e l’origine della sfiducia nei ‘fatti’ e nelle istituzioni. In questa campagna di disinformazione, i social media giocano un ruolo decisamente secondario e di supporto. La stessa campagna di disinformazione è guidata dalle élite e trasmessa principalmente attraverso i mass media, compresi i mainstream che ruotano nell’ecosistema di centro-sinistra”.

Nelle conclusioni dello studio, gli autori sottolineano con forza il ruolo nei prossimi mesi prima e dopo le elezioni del 3 novembre dei media nazionali e locali, di cui si fidano i cittadini meno impegnati politicamente e, in alcuni casi, meno attenti alla politica. È fondamentale non cadere nella strategia che il presidente Trump ha usato così abilmente negli ultimi sei mesi. I giornalisti non dovrebbero preoccuparsi delle inevitabili accuse di partigianeria ogni volta che chiameranno una campagna di disinformazione con il suo nome. Così come è fondamentale “non contribuire a confondere i propri lettori / spettatori / ascoltatori usando false equivalenze o distogliendo l’attenzione su attori esotici ma del tutto secondari come ‘artisti’ del clickbait su Facebook o troll russi”.

Scrive Yochai Benkler in un articolo in cui spiega come non si dovrebbe coprire la campagna di disinformazione sui brogli elettorali: “L’alternativa a chiamare le falsità per quello che sono, non è essere neutrali, è essere complici”. I giornalisti dovrebbero verificare i fatti, prima ancora di riportarli, e se il presidente e il suo partito sono impegnati in una campagna di disinformazione sistematica, bisogna chiamare la campagna per quello che è, una campagna di disinformazione, appunto, e i giornalisti dovrebbero trattare quelle falsità esattamente come farebbero se a diffonderle fossero propagandisti russi o spacciatori di clickbait.

Una delle sfide principali per il giornalismo è proprio “resistere” alla campagna di disinformazione di Trump, evitare di farsi megafoni di propaganda, resistere alla tentazione di voler apparire a tutti i costi neutrali e chiamare finalmente le cose con il loro nome: bugie, falsità, manipolazione e distorsione malevola dei fatti. Ma, come sottolinea Rasmus Kleis Nielsen, direttore del Reuters Institute e professore di comunicazione politica all’Università di Oxford, siamo a ottobre 2020, mesi dopo che un team di fact-checking ha scritto che Trump ha fatto oltre 20.000 dichiarazioni false e fuorvianti, e ancora ogni giorno, titoli anche di organizzazioni giornalistiche di qualità amplificano lui e il messaggio della sua campagna quando fanno affermazioni prive di evidenze.

Un modo importante con cui i media possono contrastare la disinformazione invece di amplificarla, suggerisce Benkler, è usare “il metodo sandwich“, detto anche “sandwich della verità”, in cui vengono presentate immediatamente le informazioni corrette, seguite dalle notizie dell’ultima falsa affermazione o minaccia fuorviante, chiudendo con il fact-checking delle dichiarazioni. Vox, ad esempio, ha recentemente utilizzato il metodo sandwich con una storia che già nel titolo smontava le dichiarazioni false: “Il voto postale non è pieno di frodi, nonostante le affermazioni di Trump”. L’articolo poi riporta prima le informazioni accurate, poi la falsa affermazione, quindi la verifica nel dettaglio di quella affermazione.

Scrive Margaret Sullivan sul Washington Post: “Desiderosi di sembrare neutrali – e preoccupati di essere accusati di partigianeria di sinistra – le principali testate giornalistiche di tutto lo spettro politico hanno fatto di tutto per aiutare e sostenere la campagna di disinformazione di Trump sul voto elettorale facendo esplodere le sue false affermazioni nei titoli, nei tweet e nelle notizie dell’ultim’ora”.

“Se Biden dovesse vincere grazie al voto postale – ha detto Benkler a Sullivan – potremmo benissimo avere milioni di persone convinte che quelle elezioni siano state rubate”. E, aggiunge Sullivan, la loro indignazione potrebbe tradursi in violenza.

Dimenticate i troll russi e i bot, conclude Sullivan, o almeno cerchiamo di non sopravvalutare la loro influenza. La vera questione che definisce i media di questa era è il rifiuto del giornalismo mainstream di negare a Trump un megafono gigante ogni volta che tende la mano.

Dello stesso avviso Joshua Yaffa che sul New Yorker, ben prima della pubblicazione dello studio di Harvard, si domandava se non stessimo sovrastimando l’effettiva pericolosità dell’ingerenza russa. “La sfida nel dare un senso alle operazioni di disinformazione è districare l’intento dall’impatto… La disinformazione russa – e la visione del mondo cinica e distorta che porta con sé – è un problema, ma la natura del problema potrebbe non essere esattamente quella che immaginiamo”.

“La disinformazione prodotta dalla Russia esiste certamente;– scrive Yaffa –  questa primavera, all’inizio della pandemia COVID-19, gli account sui social media collegati alla Russia hanno diffuso una teoria secondo cui il virus era un’arma biologica inventata dall’esercito americano per danneggiare la Cina. Ma rispetto, ad esempio, alle ‘star’ di Fox News come Tucker Carlson e Sean Hannity, per non parlare dello stesso Trump, la minaccia percepita dei troll russi supera di gran lunga la loro portata effettiva. Quanto sono udibili, per non parlare delle conseguenze, gli sforzi russi per aumentare le affermazioni secondo cui il voto postale porta a frodi quando il presidente suona regolarmente la tesi a volumi assordanti?”

In molti casi, la risposta dei media ai resoconti russi ha l’effetto di ingrandire la loro portata ben oltre qualsiasi cosa che potrebbero ottenere da soli. “E instillare quel senso di pericolo è precisamente l’obiettivo della disinformazione”.

Trump risulta anche la principale fonte di disinformazione e diffusione di falsità e teorie del complotto sul nuovo coronavirus, secondo uno studio dei ricercatori della Cornell University che hanno analizzato 38 milioni di articoli sulla pandemia in lingua inglese nel mondo. I riferimenti a Trump, per qualche sua dichiarazione, costituiscono circa il 38% di tutte le conversazioni dominate da misinformation, facendo del presidente il principale motore dell’infodemia, nei primi sei mesi di pandemia.

Lo studio ha identificato 11 argomenti di disinformazione, comprese varie teorie del complotto, come quella emersa a gennaio che suggeriva che la pandemia fosse stata fabbricata dai Democratici in coincidenza con il processo di impeachment di Trump. L’argomento di gran lunga più diffuso di disinformazione riguarda le “cure miracolose”, inclusa la promozione da parte di Trump di farmaci antimalarici e disinfettanti come potenziali trattamenti per COVID-19. Questa rappresenta una tipologia di disinformazione più potente di tutte le altre dieci messe insieme, riportano i ricercatori.

Fonte: Cornell Alliance for Science

Trump non è l’unico da biasimare, sottolinea Vox: lo studio ha anche rilevato che solo il 16% delle notizie analizzate includeva il fact-checking. Questo suggerirebbe che “la maggior parte della disinformazione sulla COVID è stata riportata senza nessuna messa in discussione o correzione”.

Joshua Yaffa chiude il suo articolo sul New Yorker ricordando la figura del diplomatico e ambasciatore George F. Kennan, che tra l’altro coniò il concetto di “political warfare“. Nel 1946 Kennan nel suo Long Telegram da Mosca scrisse a Washington su come contrastare le grandi ambizioni del Cremlino di infiltrarsi e indebolire l’Occidente: “Molto dipende dalla salute e dal vigore della nostra società”, paragonando il Cremlino e i suoi ideologi a un “parassita maligno che si nutre solo di tessuti malati”. In quanto tale “ogni misura coraggiosa e incisiva per risolvere i problemi interni della nostra società, per migliorare la fiducia in se stessi, la disciplina, il morale e lo spirito comunitario del nostro popolo, è una vittoria diplomatica su Mosca che vale mille note diplomatiche e comunicati congiunti. Se non possiamo abbandonare fatalismo e indifferenza di fronte alle carenze della nostra società, Mosca ne trarrà profitto”.

I troll russi, a questo punto, possono mettersi comodi su un divano, mangiare popcorn e godersi lo spettacolo.

Foto anteprima: “Donald Trump” di Gage Skidmore licenza CC BY-SA 2.0

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/trump-disinformazione-media/

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