Ancora sull’ipotesi di decoupling Cina-Usa

Ultimamente si parla di un forte ridimensionamento dei processi di globalizzazione. In relazione ai livelli di inquinamento allo sviluppo dell’automazione, al Covid alle politiche di Trump. Ma è molto più probabile che si verifichi un ridimensionamento e un mutamento delle sue caratteristiche.

Un quadro per lo meno articolato

Il 3 ottobre 2020 abbiamo pubblicato su questo stesso sito un articolo (L’economia cinese dopo il Covid 19) che cercava di fare il punto su alcune questioni economiche rilevanti che toccano la Cina in questo momento. Tra i temi affrontati nel testo c’era quello del supposto decoupling in atto tra la Cina e gli Stati Uniti e più in generale tra la Cina ed i Paesi occidentali, argomento di cui, tra l’altro, sono pieni in questo periodo i media. 

Con queste note proviamo a tornare sull’argomento, dal momento anche che il nostro interesse viene mantenuto vivo da una serie di notizie che nelle ultime settimane vengono riportate dalla stampa internazionale.

Alcune di esse mostrano un quadro molto articolato e non certamente in bianco e nero sul tema, come si poteva invece supporre. Altre mettono invece in rilievo delle tendenze che sembrano andare controcorrente rispetto all’ipotesi del decoupling e che anzi mostrano apparentemente un nuovo interesse delle imprese Usa e più in generale di quelle dei paesi avanzati per la Cina. 

Delle situazioni molto diverse

Per quanto riguarda la prima questione, ad esempio un articolo apparso di recente sul Financial Times (Hille, 2020) sottolinea come le imprese estere che hanno una presenza produttiva nel Paese al fine di collocare i propri prodotti nello stesso, come ad esempio per il settore dell’auto è il caso dei produttori tedeschi, Usa, coreani e giapponesi, non abbiano nessuna intenzione di lasciare il Paese. Il discorso si fa diverso in parte, ma solo in parte, per quelle imprese che avevano scelto di produrre in Cina per rifornire da tale punto i mercati esteri. 

In questo secondo caso la soluzione scelta dalle varie imprese appare abbastanza variegata e soggetta all’influenza di  diverse variabili, quali ad esempio la percentuale di esportazioni e quella di vendite in loco, il contenuto tecnologico dei prodotti, l’insieme delle analisi di convenienza tra la Cina e i Paesi di insediamento alternativi, che si gioca, tra l’altro, su fattori quali  l’efficienza logistica e il calcolo dei costi. 

Così nei settori a bassa tecnologia e ad alto contenuto di lavoro anche molte imprese cinesi, oltre che diverse tra quelle estere, stanno trasferendo da tempo alcune attività produttive per lo più nei paesi vicini.

Dei produttori stanno poi scegliendo una soluzione di compromesso, creando degli insediamenti anche all’estero senza abbandonare la Cina, magari riducendo le dimensioni delle attività nel secondo caso. Altri, in numero relativamente ridotto, stanno in effetti lasciando il paese. Incidentalmente si può ricordare che alcune di tali ultime imprese stanno cedendo le loro attività ad imprese locali.

Va peraltro ricordato che, in relazione alle difficoltà indotte dall’epidemia da coronavirus, molte imprese del tessile/abbigliamento europee che avevano decentrato la produzione e/o le forniture verso l’India ed altri Paesi asiatici, stanno ora ritornando ad attingere dal mercato cinese (Lang, Huifeng, 2020).  

Non è chiaro quale peso effettivo avrà poi nei prossimi mesi ed anni la constatazione fatta dai governanti di diversi Paesi della troppo forte dipendenza attuale dalle forniture cinesi in alcuni settori strategici. Una questione che ha anche allarmato diverse imprese estere è il fatto che, dopo lo scoppio della pandemia a Wuhan, fu ordinato alle aziende di chiudere i battenti e così i Paesi occidentali sono rimasti privi per qualche tempo di forniture. Questa mossa ha lasciato il segno in molti ed è suonata come un campanello di allarme. Peraltro, non è per molti versi così semplice cambiare rotta e gli entusiasmi per il mutamento nelle strategie di localizzazione sembrano con il tempo già raffreddarsi.

Un discorso parallelo si può sviluppare in particolare per le forniture di parti e apparecchiature. C’è chi ipotizza il caso estremo della formazione alla fine di tre catene di fornitura, la più grande in Asia con al centro la Cina e due più piccole centrate rispettivamente sugli Stati Uniti e la Germania (Hille, 2020). Ma ci sembra un’ipotesi difficile da accettare in maniera così netta. Vista la superiorità complessiva delle reti di fornitura cinesi nella gran parte dei casi, si può al massimo pensare che tali catene distinte si potrebbero forse formare in alcuni settori ben delimitati.

Peraltro non appare chiaro, ad oggi, quanto peseranno nelle scelte di localizzazione intanto lo sviluppo dei processi di automazione, che tendono a ridurre fortemente il peso del costo del lavoro e gli stessi divari di costi dello stesso lavoro tra i vari Paesi, elemento che era alla base di molte decisioni di decentramento produttivo; va, inoltre, considerata la crescente preoccupazione per i livelli di inquinamento, livelli che sistemi di fornitura a lunga distanza tendono a rendere molto importanti. Parallelamente, nei prossimi anni potrebbe pesare l’introduzione di una tassa carbone europea che disincentiverebbe almeno le imprese del nostro continente dal dilatare le loro reti di acquisti verso paesi lontani (Mouhoud, 2020).  

Alcuni casi controcorrente 

Ma la nostra attenzione appare attratta soprattutto dalla seconda questione sopra indicata. Qui di seguito, sfogliando i giornali delle ultime settimane, analizziamo così brevemente alcune notizie che mostrano una qualche tendenza che va controcorrente rispetto all’ipotesi del decoupling.

-Il settore dell’auto

Torniamo al settore dei veicoli. L’industria dell’auto tedesca occupa direttamente o indirettamente 2 milioni di persone in Germania ed è responsabile di più del 5% del Pil del Paese.

La società di componentistica Continental, dopo aver licenziato 20.000 persone l’anno scorso, annuncia che ce ne sono ora ancora 10.000 a rischio. Il gruppo Mahle, dal canto suo, informa che ha 7600 posti di lavoro in eccesso. La BMW, intanto, ha già ufficializzato 6000 licenziamenti, ma se ne attendono altri in un prossimo futuro. Per quanto riguarda i veicoli industriali, la società MAN, che fa parte del gruppo Volkswagen, ha manifestato l’intenzione di mandare a casa 9.500 persone, più di un quarto della sua manodopera complessiva (Miller, 2020).

Il fatto è che in agosto le vendite di auto nella Ue si sono ridotte del 18% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, mentre nello stesso mese esse sono aumentate di più del 9% in Cina (e del 12,8% nel mese successivo). 

Il settore dei veicoli tedeschi e, sullo sfondo, quello europeo si devono confrontare più in generale con la più grande crisi del dopoguerra, da una parte con un mercato che si va restringendo del 20% quest’anno (si pensa che si tornerà alla normalità solo nel 2025), in relazione anche alla crisi del virus, dall’altra con un grande mutamento tecnologico che spinge verso i veicoli elettrici e le tecnologie dell’idrogeno, oltre che, in un orizzonte solo pochissimo più lontano, con l’auto a guida autonoma; tale mutamento richiede enormi investimenti, che tendono a ridurre i margini delle imprese del settore.

La stessa Volkswagen, mentre blocca quelli in Germania, annuncia invece che insieme ai suoi partner locali ha deciso di avviare nuovi investimenti in Cina per 15 miliardi di euro nei prossimi quattro anni al fine di progettare e produrre 15 nuovi modelli per il mercato locale e di aumentare la capacità produttiva dei suoi insediamenti nel paese (Sheperd, 2020). Intanto le vendite e i profitti della Daimler si annunciano come record nei primi nove mesi dell’anno grazie al mercato cinese. 

-Le imprese coreane

La Corea del Sud ha introdotto già nel 2013 una legislazione che mirava a ridimensionare la tendenza molto forte, già in atto tra le imprese industriali in quel periodo, a collocare una parte crescente delle produzioni in stabilimenti nei Paesi esteri ed in particolare in Cina (Ge Yang, 2020); questo attraverso varie misure prese dal Paese, quali alleggerimenti fiscali, incentivi agli investimenti, affitti agevolati di proprietà statali e così via. Più di recente, a tale tendenza si sono uniti altri paesi, tra cui Giappone, India, Australia. Sempre il governo della Corea del Sud ha poi, negli scorsi mesi, esteso la legislazione citata anche al settore dei servizi ed alle imprese dell’IT.

Intanto dal 2000 ad oggi sono state più di 23.000 le imprese coreane che hanno collocato una parte delle loro operazioni in Cina. Ma la legislazione coreana non sembra avere avuto grandi effetti. Solo circa 80 imprese in tutto hanno riportato almeno una parte delle loro produzioni in patria. Ora diverse tra quelle che pensano ancora di ridimensionare le loro attività estere lo faranno spostandosi verso altri paesi del Sud-Est asiatico e non verso la madre patria. Non molta miglior fortuna sembra arridere per il momento alle analoghe e già citate iniziative del Giappone. 

-Il settore del lusso 

Guardiamo ora al settore del lusso, con riferimento in particolare ad un articolo apparso sulla South China Morning Post (www.scmp.com, 2020). La Cina costituisce ormai il più importante mercato in tale campo e la percentuale di vendite in loco si avvicina al 40% del totale mondiale; anzi, con l’economia di molti paesi in difficoltà per il coronavirus, essa si è collocata temporaneamente, negli ultimi mesi, intorno al 50%. 

Quest’anno le vendite nel Paese in tale settore dovrebbero aumentare, secondo le previsioni, di circa il 30% rispetto all’anno precedente, in relazione anche al fatto che i ricchi cinesi che acquistavano all’estero i prodotti del lusso a prezzi di frequente più convenienti ora, non potendo viaggiare, lo fanno in patria. Così, ad esempio, le vendite del gruppo Prada sono aumentate nel Paese asiatico del 60% in giugno e del 66% in luglio, mentre quelle delle altre grandi marche non si stanno comportando molto diversamente. Le marche internazionali del comparto stanno cercando di rafforzare in tutti i modi gli insediamenti commerciali in Cina, tendendo tra l’altro ad aprire molti nuovi negozi, mentre in Occidente i piani di espansione delle reti sono bloccati o molto ridimensionati.

 -Il settore finanziario 

Nel campo finanziario, in relazione all’apertura da parte cinese alla possibilità per le istituzioni estere del settore di operare nel paese non più soltanto in posizione societaria di minoranza, ma ora anche con il pieno controllo azionario delle attività in loco, diverse grandi istituzioni occidentali, dalle statunitensi  Goldman Sachs, Morgan Stanley,  JPMorgan, Citygroup, Black Rock (Jenkins, 2020), alla britannica Standard Chartered,  alla francese  Amundi (Ren, 2020), nonché alcune società di assicurazioni di vari Paesi,  si sono nei mesi scorsi precipitate ad ampliare le loro attività in Cina, attraverso varie operazioni societarie.

Intanto, sempre nel settore finanziario, si va sviluppando negli ultimi mesi una vera corsa da parte degli investitori istituzionali ad acquisire titoli azionari ed obbligazionari cinesi; tra l’altro, gli investitori possono guadagnare circa il 2,7% ed anche più di interessi all’anno sui titoli pubblici locali a dieci anni, contro lo 0,8% di quelli equivalenti statunitensi (Szalay, Lockett, 2020). D’altro canto, in questi giorni un’offerta di titoli di stato cinesi in dollari riservata agli investitori Usa è stata sottoscritta per più di quattro volte (l’offerta era di 6 miliardi di dollari, la domanda è arrivata a 27).  

In sostanza, alla fine, come titolava recentemente un giornale asiatico, si vede che Wall Street era distratta e non si è accorta del decoupling predicato da Trump.    

Conclusioni

Da qualche tempo e da molte parti, al di là del caso Cina-Usa, si tende a prevedere un forte ridimensionamento dei processi di globalizzazione. E questo in relazione al peso crescente di molte variabili, dall’andamento dei livelli di inquinamento allo sviluppo dell’automazione, dallo scoppio del Covid alle politiche di Trump e di altri Paesi. 

Ora, ci sembra che, in generale, tali previsioni siano un poco forzate e che più che ad una morte della globalizzazione assisteremo nei prossimi anni soltanto al massimo ad un qualche ridimensionamento della stessa, insieme ad un mutamento di molte sue caratteristiche. Così, ad esempio, la globalizzazione nel settore industriale potrebbe ritrovarsi in qualche modo un poco ridotta, mentre potrebbe invece crescere quella nei servizi (Mouhoud, 2020; The Economist, 2020). 

In particolare, probabilmente nei prossimi anni assisteremo ad una qualche riduzione dei legami economici tra molte imprese statunitensi e quelle cinesi, oggi molto intensi, forse con la tendenza, tra l’altro, al formarsi delle reti di fornitura parzialmente distinte tra le due aree e ad un qualche spostamento di produzioni altrove da parte delle imprese occidentali, anche se non appare ancora del tutto chiaro quali dimensioni raggiungerà tale separazione; ma le vendite, gli acquisti, gli investimenti di imprese Usa e più in generale occidentali nel Paese asiatico resteranno molto rilevanti. La Cina è ormai un Paese troppo importante per essere trascurato.

L’articolo ha teso a mostrare come, d’altro canto, accanto a qualche tendenza più o meno rilevante alla separazione di diverse attività, continui invece ad essere importante, ed anzi in certi casi ad aumentare, l’attrazione che il Paese esercita su molte imprese industriali e finanziarie occidentali, come ad esempio indicato in queste settimane dalla corsa degli investitori occidentali all’acquisto di asset cinesi. Tra l’altro, una alternativa invece che vada in direzione di una separazione netta sarebbe dannosa per ambedue i campi.  

Più in generale, sarebbe importante per i destini del mondo intero che si sviluppasse invece una più stretta collaborazione tra le due aree economiche per tentare di risolvere insieme le grandi sfide attuali dell’umanità, a partire da quelle relative al cambiamento climatico e alla sanità. 

Testi citati nell’articolo

-Hille K., The great uncoupling, www.ft.com, 7 ottobre 2020

-Ge Yang, South Korean firms reluctant to bring production back from China, www.caixinglobal.com, 6 ottobre 2020

-Jenkins P., The great Wall (Street) of China, www.ft.com, 12 ottobre 2020

-Lang S., Huifeng H., Looking for lingerie ? Chinese production lines pick up slack, www.scmp.com, 17 ottobre 2020 

-Miller J., German car industry counts cost of Covid and technological change, www.ft.com, 29 settembre 2020

-Mouhoud E. M., Reconfigurer la mondialisation, Le Monde, 11-12 ottobre 2020

-Ren D., Foreign wealth management giants to tap China’s US 3,7 trillions market, www.scmp.com, 8 ottobre 2020

-Scmp, Luxury bands in China double down as sales surge, www.scmp.com, 3 ottobre 2020   

-Sheperd C., VW and Chinese partners pour 15bn euros into country’s electric car market, www.ft.com, 28 settembre 2020

-Szalay E., Lockett H., Booming demand for Chinese assets boosts renmimbi’s global role, www.ft.com, 8 ottobre 2020

The Economist, Special report, The world economy, 10 ottobre 2020  

Fonte: Sbilanciamoci.info – https://sbilanciamoci.info/ancora-sullipotesi-di-decoupling-cina-usa/

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