Il conflitto Armenia-Azerbaigian: le pulizie etniche, gli interessi economici e geopolitici e una guerra che non è mai finita

Il conflitto Armenia-Azerbaigian: le pulizie etniche, gli interessi economici e geopolitici e una guerra che non è mai finita

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«Non riesco a immaginare in tutto il mondo due popoli che si odino a vicenda tanto quanto gli armeni e gli azeri». A dirlo al New York Times Serob Smbatyan, 30 anni, cardiologo in attività nella città armena meridionale di Kapan che in passato ha prestato servizio militare a Nagorno-Karabakh, un territorio storicamente al centro di dispute, attacchi, rivendicazioni, guerre.

Dallo scorso 27 settembre la regione del Caucaso meridionale, contesa da Azerbaigian e Armenia, è nuovamente teatro di scontri armati che finora hanno provocato, secondo i dati forniti, più di settecento vittime militari e trenta civili tra gli armeni e sessanta morti e duecentosettanta feriti tra i civili azeri.

Si teme, però, che il bilancio sia molto più grave. Centinaia di soldati sarebbero stati uccisi da entrambe le parti. Risalire ai numeri ufficiali è impossibile perché se i funzionari armeni riportano il numero delle vittime militari, l’Azerbaigian tace.

Il territorio conteso, che ospita circa 150mila persone, è un’enclave internazionalmente riconosciuta come parte dell’Azerbaigian, con una popolazione, per la maggioranza di etnia armena, che vuole governarsi in autonomia o annettersi al proprio paese di origine.

Da poco più di tre settimane i civili da una parte e dall’altra sono coinvolti negli scontri più violenti registrati nella regione negli ultimi venticinque anni, sottoposti a colpi di artiglieria, carri armati, UAV (velivoli senza pilota) e aerei da combattimento.

Secondo quanto riportato nell’ultimo rapporto di Artak Beglaryan, difensore civico per i diritti umani di Karabakh, a partire dalla mattina del 27 settembre 2020, l’Azerbaigian ha iniziato ad attaccare indiscriminatamente con aerei e artiglieria la Repubblica di Artsakh (Repubblica del Nagorno-Karabakh) lungo l’intera linea di confine.

Beglaryan ha invitato la comunità internazionale a cessare i trasferimenti di armi all’Azerbaigian per impedire un genocidio degli armeni.

Villaggi, città e la capitale Stepanakert sono stati gravemente danneggiati.

Si è calcolato che dal 23 settembre al 9 ottobre 2020 siano state distrutte circa 5.800 proprietà private e più di 500 veicoli e che siano stati danneggiati 960 tra infrastrutture civili, strutture pubbliche e siti industriali.

Secondo il sito armeno Civil Net, che riporta quotidianamente i nomi e l’anno di nascita dei militari uccisi, dal 27 settembre al 18 ottobre 2020 sono morti almeno 720 soldati armeni, la maggior parte dei quali giovani di neanche 20 anni, “quasi tutti nati nel 2001 e nel 2002”, come riportato da Al Jazeera.

Da parte sua, l’Azerbaigian ha dichiarato, invece, che sia stata l’Armenia a sferrare un attacco di artiglieria oltre il confine, salvo poi rilasciare una dichiarazione il 27 settembre in cui il ministero della Difesa ha ammesso che l’obiettivo da raggiungere è cambiare lo status quo conquistando il territorio. “Le unità azere svolgono operazioni di combattimento per distruggere il nemico e liberare le nostre terre occupate” riferisce l’agenzia di stampa statale AZERTAC.

Gli attacchi ai civili non si sarebbero limitati alla zona del Karabakh controllate dagli armeni. Le forze armene hanno bombardato diverse grandi città sul lato della linea del fronte controllato dall’Azerbaigian.

Il 14 ottobre scorso, l’ufficio del procuratore generale azero ha dichiarato che erano stati uccisi 47 civili e più di 200 persone erano rimaste ferite.

Più volte bombardata Ganja, la seconda città dell’Azerbaigian. L’ultimo, feroce attacco ai civili il 16 ottobre ha provocato almeno tredici vittime e più di cinquantadue feriti nel corso di un raid missilistico che ha colpito alcune abitazioni durante la notte,  secondo quanto riferito dall’ufficio del procuratore generale.

Senza una fine dei combattimenti all’orizzonte, i civili hanno iniziato a fuggire dalla zona. Si stima che siano circa 75.000 le persone che hanno attraversato il confine con l’Armenia per cercare riparo.

Gli ultimi decenni

Per circa un secolo la battaglia per la conquista della regione Nagorno-Karabakh si è combattuta a intermittenza.

Più recentemente, nel 1988, il parlamento locale dell’enclave ha deciso di chiedere l’annessione all’Armenia. La richiesta ha scatenato episodi di pulizia etnica da una parte e dall’altra. Le popolazioni turco azere di Nagorno-Karabakh hanno abbandonato la zona mentre gli armeni dell’Azerbaigian se ne sono impossessati.

Nel 1991, all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’Azerbaigian si è dichiarata indipendente da Mosca e la regione del Nagorno-Karabakh, non riconoscendo la sovranità di Baku, si è autoproclamata indipendente.

Negli anni dal 1992 al 1994 il conflitto è sfociato in una guerra sanguinosa che ha ucciso più di 30mila persone e causato più di un milione di profughi. Il cessate il fuoco dell’11 maggio 1994, mediato dal Gruppo di Minsk dell’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) ha portato a una vittoria armena ma entrambe le parti hanno continuato a rivendicare quanto ritenevano gli fosse stato sottratto.

L’Armenia, segnata dalla pulizia etnica compiuta dagli azeri negli anni ’80, ha sempre rifiutato di rinunciare alle altre sette province azerbaigiane che attualmente occupa, impedendo a 700mila azeri di tornare nelle case dalle quali sono fuggiti.

Il processo di pace tra i due paesi è ormai fermo dal 2009 e le violazioni del cessate il fuoco si sono frequentemente ripetute con un’escalation nel 2016.

Il conflitto oggi

Amnesty International ha sollecitato tutte le parti coinvolte nel conflitto a dare massima priorità alla protezione dei civili. L’invito è arrivato dopo che la ONG ha validato le immagini, fornite dalle autorità de facto della regione, relative all’uso di bombe a grappolo a Stepanakert e a ulteriori bombardamenti nella capitale e nella città di Shushi, in Azerbaigian.

Gli esperti di Amnesty International hanno identificato bombe a grappolo M095 DPICM di fabbricazione israeliana lanciate su zone residenziali di Stepanakert presumibilmente dalle forze dell’Azerbaigian.

«L’uso di bombe a grappolo in qualsiasi circostanza è vietato dal diritto internazionale umanitario, per cui il loro utilizzo per attaccare aree civili è particolarmente pericoloso e causerà solo ulteriori morti e feriti», ha affermato Denis Krivosheev, capo ad interim di Amnesty International per l’Europa orientale e l’Asia centrale.

«Le bombe a grappolo sono armi intrinsecamente indiscriminate e il loro dispiegamento nelle aree residenziali è assolutamente spaventoso e inaccettabile. Mentre i combattimenti continuano a intensificarsi, i civili devono essere protetti, non deliberatamente presi di mira o incautamente messi in pericolo», ha proseguito Krivosheev.

Il Cremlino, che un tempo governava entrambi i paesi, si è offerto di ospitare i colloqui di pace e ha invitato a Mosca i leader dei rispettivi paesi che nella notte tra il 9 e il 10 ottobre hanno negoziato per dieci ore un cessate il fuoco umanitario limitato, iniziato alle ore 12.00 del 10 ottobre, che permettesse di recuperare le vittime, secondo i criteri stabiliti dalla Croce Rossa, e di procedere con uno scambio di prigionieri.

In base a quanto previsto dall’accordo, l’Azerbaigian e l’Armenia si sono nuovamente impegnati a negoziare per una pace duratura.

Le speranze che l’accordo tenesse sono durate poco perché soltanto dodici ore dopo gli abitanti di Stepanakert hanno dichiarato di aver sentito una serie di esplosioni e le sirene dei raid aerei. Armenia e Azerbaigian hanno ricominciato ad accusarsi reciprocamente di aver lanciato nuovi attacchi e a minacciarsi.

Il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliev ha dichiarato che le forze armate del suo paese avrebbero preso il controllo di tutte le regioni che circondano il territorio se l’Armenia avesse proseguito ad “agire negativamente”.

L’Armenia ha accusato la Turchia, alleato dell’Azerbaigian, di non consentire agli aerei che trasportano aiuti di emergenza di entrare nel suo spazio aereo, nonostante i timori annunciati di un disastro umanitario.

L’incapacità del cessate il fuoco di porre fine ai combattimenti ha alimentato ulteriori timori sulla sicurezza degli oleodotti dell’Azerbaigian che forniscono i mercati internazionali di gas naturale e petrolio sollevando, inoltre, preoccupazioni di un coinvolgimento maggiore di Turchia e Russia che scatenerebbe un conflitto di portata più ampia.

Per il presidente Aliyev il processo di pace potrebbe effettivamente aver luogo soltanto quando la Turchia sarà inclusa nei colloqui di mediazione, a lungo guidati da Russia, Francia e Stati Uniti, co-presidenti del gruppo di Minsk, che si sono espressi a favore di un cessate il fuoco tra le forze azere e armene.

«In questa situazione la Turchia gioca un ruolo, per cui è un suo diritto. È storicamente così», ha dichiarato Aliyev all’emittente turca NTV.

Da parte sua il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha detto che il suo paese era pronto ad attuare gli accordi previsti dal cessate il fuoco ma l’autodeterminazione di Nagorno-Karabakh è una “linea rossa” che non può essere superata.

Dopo l’ennesima violazione da entrambe le parti il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, ha rivolto telefonicamente un nuovo appello per la pace ai ministri della Difesa azero e armeno, esortando i paesi a “rispettare pienamente gli impegni” presi nell’ambito del cessate il fuoco umanitario mediato da Mosca.

La Russia ha anche lanciato l’idea di dispiegare “osservatori militari” per monitorare il rispetto dell’accordo ma ha detto di aver bisogno del consenso sia di Baku che di Yerevan per farlo.

Ma gli scontri sono proseguiti fino alla mezzanotte del 18 ottobre (22.00 ora italiana) quando è entrato in vigore un nuovo tentativo di cessate il fuoco annunciato dai ministri degli Esteri armeno e azero a seguito di contatti telefonici intercorsi tra il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e i suoi omologhi, in cui Lavrov ha fortemente esortato i due paesi a rispettare l’accordo di Mosca.

Il presidente della repubblica francese Emmanuel Macron ha accolto con favore l’accordo e ha sottolineato che dovrebbe essere rigorosamente rispettato da entrambe le parti.

“Questo cessate il fuoco deve essere incondizionato e osservato rigorosamente da entrambe le parti”, ha detto l’ufficio del presidente in una dichiarazione. “La Francia vigilerà e continuerà a impegnarsi affinché le ostilità cessino definitivamente e possano iniziare rapidamente colloqui credibili”.

Ma anche stavolta la tregua non è stata rispettata. Pochi minuti dopo l’entrata in vigore funzionari armeni hanno accusato le forze azere di usare artiglieria e missili.

“Ancora una volta, violando il cessate il fuoco umanitario, il nemico ha sparato proiettili di artiglieria in direzione nord dalle 00:04 alle 02:45 e ha lanciato razzi in direzione sud dalle 02:20 alle 02:45”, ha scritto la portavoce del ministero della Difesa armeno, Shushan Stepanyan, in un tweet.

Sull’altro fronte il ministero della Difesa dell’Azerbaigian ha detto che le forze armene hanno “gravemente violato un altro accordo”, accusandole di sparare colpi di artiglieria e di mortaio in varie direzioni e di lanciare attacchi lungo la linea del fronte.

Funzionari del Nagorno-Karabakh hanno dichiarato che le forze azere hanno lanciato un attacco alle posizioni militari dell’enclave provocando vittime e feriti sia tra gli azeri che tra gli armeni.

Il coinvolgimento di Russia e Turchia

Come raccontato anche da Simon Ostrovsky nei reportage per PBS NewsHour e NewsHour Weekend la regione di Nagorno-Karabach minaccia di attirare grandi potenze. La vicina Repubblica di Armenia sta combattendo a fianco dei suoi confratelli a Karabakh, inviando truppe e armi. La Turchia sostiene l’alleato Azerbaigian fornendo armi ad alta tecnologia, oltre a mercenari dalla Siria, nonostante Ankara lo neghi.

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All’inizio degli ultimi scontri un consigliere per la sicurezza nazionale del presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha rilasciato una dichiarazione in cui ha condannato l’Armenia. «Crediamo che questo conflitto possa essere risolto attraverso negoziati pacifici, ma finora la parte armena non ha mostrato alcun interesse», afferma il comunicato.

Esortandola a “smettere di violare il diritto internazionale”, la dichiarazione prosegue rassicurando il governo e il popolo dell’Azerbaigian che la Turchia si schiererà contro qualsiasi tipo di aggressione da parte dell’Armenia o di qualsiasi altro paese.

Assente dal campo di battaglia, finora, c’è Mosca, alleata dell’Armenia.

Ancora una volta, quindi, Russia e Turchia, come accaduto per Libia e Siria, appoggiano parti opposte in guerre civili. Allo stesso tempo, i due paesi mantengono fra loro rapporti commerciali e stipulano accordi sul gas. Poco più di un anno fa la Turchia ha acquistato missili antiaerei dalla Russia.

Molti ritengono che sia stata la Turchia a orchestrare il conflitto nel Nagorno Karabakh e che stia usando armi – comprese alcune fornite dagli Stati Uniti – contro la popolazione della regione, dopo che un caccia F-16 turco ha abbattuto un jet armeno.

Inizialmente la Turchia ha negato le accuse ma quando immagini satellitari hanno rivelato la presenza di F-16 parcheggiati sul piazzale di un aeroporto azero, il presidente dell’Azerbaigian ha ammesso che gli aerei turchi sono presenti nel suo paese senza che però prendano parte alle offensive.

In base a informazioni ricevute, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha dichiarato che centocinquanta alti funzionari dell’esercito turco avrebbero assunto posizioni di comando dell’esercito azero, dirigendolo e guidandolo.

In un’intervista rilasciata alla Reuters Pashinyan ha accusato la Turchia di farsi strada nella regione del Caucaso meridionale per promuovere le proprie ambizioni espansionistiche rimuovendo gli armeni che rappresentano l’ultimo ostacolo.

Pashinyan ha ribadito le accuse – smentite da Ankara – secondo cui la Turchia starebbe portando avanti la politica dell’Impero Ottomano dell’inizio del XX secolo, definita dal primo ministro una prosecuzione del genocidio armeno degli anni 1915-1916 che portò all’uccisione di 1,5 milioni di armeni e all’espulsione dei sopravvissuti.

«Sono convinto che finché la posizione della Turchia rimarrà invariata, l’Azerbaigian non smetterà di combattere», ha detto.

La Turchia – prosegue Ostrovsky – non è l’unico paese a fornire armi all’Azerbaigian nella sua guerra di conquista del Nagorno-Karabach. Al termine di alcuni i bombardamenti è stato, infatti, ritrovato un missile Grad di fabbricazione sovietica.

In effetti, poco meno del 3% delle armi in possesso dell’Azerbaigian proviene dalla Turchia. Più della metà del suo arsenale è stato importato, negli ultimi cinque anni, dalla Russia. E un ulteriore 41% degli acquisti proviene da Israele.

In sostanza la Russia, pur facendo parte con l’Armenia ed altri paesi dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, è l’unico fornitore di armi di entrambi gli attori coinvolti nel conflitto.

Tuttavia, molti a Karabakh sperano che il Cremlino intervenga a loro favore sebbene Putin abbia recentemente affermato che l’alleanza militare difensiva alla quale hanno aderito i due paesi non includa la regione di Nagorno-Karabach.

I mercenari inviati dalla Turchia

Per quanto Ankara continui a negare di aver inviato mercenari siriani a Nagorno-Karabach i racconti di quanto sta accadendo nella regione dicono altro. All’inizio del mese di ottobre – come riferisce il Washington Post – alcune famiglie si sono riunite in un posto di frontiera siriano-turco per recuperare i corpi di cinquantadue uomini siriani uccisi in una guerra a quasi mille chilometri di distanza.

Si trattava di mercenari reclutati dalle milizie appoggiate dalla Turchia in Siria per combattere, come truppe d’assalto, per conto dell’Azerbaigian contro l’Armenia, hanno riferito i parenti.

«Sono andati ad abbattere i confini», ha dichiarato un cugino di Mahmoud Najjar, combattente siriano di 38 anni morto a Nagorno-Karabach. L’uomo, intervistato telefonicamente e protetto dall’anonimato, ha raccontato che il corpo di Najjar recuperato dal camion che lo ha riportato in patria era contrassegnato con il numero 12.

Najjar, che lavorava in una fabbrica tessile ad Aleppo, era stato recentemente reclutato come guardia di sicurezza del tribunale locale di Marea, a nord della Siria. Con due figli piccoli e la necessità di un guadagno maggiore ha deciso di andare a combattere in Azerbaigian per 2.000 dollari al mese, quando gli è stata offerta la possibilità dal nipote diciottenne. Da poco erano rientrati in Siria, “pieni di soldi”, alcuni giovani reclutati dalla Turchia per combattere in Libia, per cui la proposta gli era sembrata allettante.

«I soldi sono l’unica ragione», ha detto il cugino di Najjar. «Chi vuole andare in Azerbaigian? Chi sa nemmeno dove si trovi l’Azerbaigian?».

Così Najjar, suo nipote e decine di compagni sono partiti totalmente impreparati rispetto a quello che sarebbe successo.

Giunti a destinazione gli sono state consegnate le uniformi mimetiche.

Il giorno successivo sono stati mandati al fronte, accompagnati da tre guide azere, dopo aver camminato sulle montagne per nove ore.

Quando Najjar ha ricevuto l’ordine di andare a sgombrare un edificio è stato colpito al capo dal proiettile di un cecchino, come testimonia una foto mostrata dalla famiglia al Washington Post a condizione che non fosse pubblicata. Lo stesso giorno è stato ucciso anche il nipote di Najjar.

I corpi sono stati prelevati il giorno successivo perché sarebbe stato troppo pericoloso recuperarli al momento.

Il dispiegamento di mercenari siriani a Nagorno-Karabakh ha ripetuto una modalità già utilizzata in Libia. Anche in quel caso la maggior parte dei combattenti siriani è stata presa in carico dalla Turchia, che sponsorizza milizie che all’interno della Siria si oppongono al governo del presidente siriano Bashar al-Assad. Da parte sua, un’agenzia di sicurezza sostenuta dal Cremlino che opera in Libia ha reclutato combattenti siriani alleati di Assad.

Le preoccupazioni dell’Iran

Anche l’Iran si è offerto di mediare nella guerra tra Armenia e Azerbaigian. «Chiediamo a entrambe le parti di esercitare moderazione, di porre fine immediatamente al conflitto e di riprendere i negoziati», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Said Chatibsadeh.

E l’Iran non è affatto una terza parte non coinvolta nel conflitto, specialmente per quanto riguarda l’Azerbaigian.

Il ministro degli Interni iraniano Abdolreza Rahmani Fazli ha avvertito che se i combattimenti tra Armenia e Azerbaigian per il territorio conteso del Nagorno-Karabakh si estenderanno al suolo iraniano, il suo paese reagirà. L’intervento di Fazli è avvenuto dopo che un missile ha colpito un villaggio nella regione di confine nel nord-ovest dell’Iran. Ai governi di Azerbaigian e Armenia è stato detto di mantenere un controllo più stretto sui combattimenti perché se la situazione non migliorerà saranno adottate misure adeguate.

Ciò che Teheran vuole a tutti i costi evitare è il coinvolgimento nel conflitto della società iraniana. L’Iran ospita sia una minoranza armena che una azera. La minoranza armena con i suoi circa 100mila abitanti è significativamente più piccola di quella dei cosiddetti “turchi azeri”, cittadini iraniani con radici azere, che sono circa quindici milioni in un paese di ottantadue milioni di abitanti.

In sostanza ci sono più azeri in Iran che nello stesso Arzebaigian in cui vivono 10,3 milioni di persone.

Gli azeri sono uno dei gruppi etnici più influenti in Iran e controllano la gran parte del bazaar più importante del paese. Lo stesso leader spirituale iraniano, Ali Khamenei, è di origine azera da parte di padre.

Quattro deputati conservatori hanno pubblicato una dichiarazione in cui si legge che “non c’è dubbio” che la regione del Nagorno-Karabakh appartenga all’Azerbaigian. Il presidente Hassan Rouhani ha detto al primo ministro armeno Pashinian che l’Armenia deve cercare di porre fine al conflitto.

Queste dichiarazioni – come osservato da Deutsche Welle – riflettono l’equilibrio del potere interno in Iran. A differenza degli armeni molti azeri sostengono apertamente i loro “fratelli musulmani” in Azerbaigian. La scorsa settimana, infatti, hanno organizzato diverse grandi manifestazioni nelle città dell’Iran occidentale urlando “morte all’Armenia” nel corso delle proteste interrotte dalle forze di sicurezza.

Da quando l’Azerbaigian ha proclamato la sua indipendenza l’Iran monitora molto attentamente la situazione a causa di una serie di preoccupazioni: da un lato teme che il governo azero, con il supporto degli Stati Uniti, voglia annettere le province iraniane dell’Azerbaigian occidentale e orientale, dall’altro non gradisce la stretta collaborazione con Stati Uniti e Israele che considerano l’Azerbaigian un paese chiave nel Caucaso meridionale, sia dal punto di vista militare che economico. Altra fonte di timore è il coinvolgimento di Russia e Turchia. Teheran mantiene relazioni fragili e complesse sia con Mosca che con Ankara. In Siria, Iran e Russia sono schierate con il regime di Assad mentre la Turchia sostiene i suoi oppositori. Ma sia Iran che Turchia sono legati da un’animosità più o meno forte nei confronti di Israele. Entrambi hanno respinto il recente accordo di normalizzazione di Tel Aviv con Emirati Arabi Uniti e Bahrein, firmato alla Casa Bianca. Entrambi si schierano con l’emirato del Qatar che sta affrontando un boicottaggio guidato dai sauditi.

Anche gli aspetti economici giocano un ruolo importante nelle relazioni di Teheran con la Turchia e l’Azerbaigian.

L’Azerbaigian ha stretto legami con la Turchia in particolare nel settore delle materie prime. Nel 2005 è stato inaugurato un gasdotto lungo più di 1.700 chilometri che collega Baku e il porto turco di Ceyhani. Anche prima dell’applicazione delle sanzioni, l’oleodotto era in concorrenza con le esportazioni di petrolio iraniane perché ha consolidato le relazioni commerciali turco-azere e i legami dei due Stati con l’Europa.

L’economia di Azerbaigian e Armenia tra le cause del conflitto?

La regione di Nagorno-Karabakh ha una delle più piccole economie del mondo, fortemente dipendente dall’estrazione di minerali, pietre preziose e metalli, comprese gemme, oro, rame e materiali da costruzione, con un PIL di 603 milioni di euro nel 2019. Eppure nell’ultimo decennio ha sostenuto una crescita economica intorno al 10% e oltre il 17% nel 2017, secondo le statistiche del governo locale citate dal quotidiano economico russo RBC.

Tre quarti delle esportazioni del Karabakh vengono inviati al suo vicino e benefattore, dove possono essere rietichettate come “Made in Armenia”, mentre il resto è destinato alla Russia. La regione è autosufficiente in termini di elettricità e esporta energia dalle sue dighe idroelettriche in Armenia.

Questi risultati economici, però, cadranno rapidamente nel dimenticatoio se alle rigide misure adottate per l’emergenza sanitaria del nuovo coronavirus – che hanno bloccato le catene di approvvigionamento locali, lasciando molte delle esportazioni del Karabakh bloccate in Armenia – si aggiungerà la prosecuzione dei combattimenti.

Quest’anno l’economia si è contratta dell’1,5% ed è probabile che precipiti ulteriormente a causa del conflitto.

Secondo alcuni esperti della regione sebbene la violenza sia principalmente dovuta a una disputa etnica e territoriale, i problemi economici potrebbero aver contribuito a un ritorno alle ostilità.

«Il nuovo coronavirus, insieme al crollo del prezzo del petrolio, ha danneggiato l’economia dell’Azerbaigian proprio mentre stava attuando le riforme tanto necessarie», ha detto a Deutsche Welle la giornalista ed esperta del Caucaso meridionale Silvia Stöber, riferendosi alla corruzione endemica che è stata alimentata da un’economia dipendente dall’energia.

Nonostante i tentativi di diversificazione, il settore del petrolio e del gas rappresenta ancora circa il 40% del PIL dell’Azerbaigian ed è responsabile del 90% delle esportazioni che da gennaio ad aprile di quest’anno sono diminuite di un quarto, secondo la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS), che prevede un ulteriore calo del 3% rispetto all’anno precedente. La BERS ha osservato che le rigide misure di lockdown introdotte all’inizio di quest’anno hanno colpito duramente l’economia nazionale, in particolare il settore finanziario.

Anche l’Armenia, che lo scorso anno ha registrato la sua crescita più forte dal 2007 al 7,6%, dovrebbe vedere una contrazione del 3,5% nel 2020, secondo le previsioni della BERS. Quando l’emergenza sanitaria è esplosa a marzo anche l’Armenia aveva appena avviato le riforme per affrontare decenni di corruzione che hanno scatenato la Rivoluzione di velluto del 2018.

Il paese, che fa affidamento su centinaia di milioni di dollari in rimesse in valuta estera rimandate dagli armeni che lavorano all’estero, ha visto prosciugarsi le sue entrate. Al culmine della prima ondata della pandemia, i trasferimenti di denaro dall’estero sono diminuiti di quasi il 40%.

«Il conflitto è una distrazione dalla situazione economica e sociale», ha proseguito Stöber. «Ha incoraggiato le persone – anche quelle critiche nei confronti dei loro governi – a radunarsi attorno alla loro bandiera».

Senza contare che una prosecuzione del conflitto potrebbe causare ingenti danni economici nel momento in cui le infrastrutture energetiche di entrambi i paesi diventassero obiettivi da colpire. L’Azerbaigian si è già lamentato, infatti, per un attacco di razzi armeni all’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, accuse che Yerevan ha respinto definendole “bugie vere”.

Le due popolazioni coinvolte nel conflitto

Per Thomas de Waal, esperto britannico della regione, la pacifica convivenza in epoca sovietica era un po’ un’illusione. «Vivevano insieme, ma anche in mondi paralleli, sia per quanto riguarda la comprensione della storia, sia rispetto a cosa appartenesse a chi».

«In parole povere, vivere insieme è impossibile», ha detto al New York Times Shahen Babayants, armeno, che ha lasciato l’Azerbaigian nel 1989. I giorni in cui l’Unione Sovietica teneva sotto controllo i conflitti e gli azeri e gli armeni vivevano insieme in pace, appartengono a un mondo irrevocabilmente perduto.

«Ognuno dice di essere il padrone di questa terra», prosegyue Babayants che si è stabilito in Armenia, appena oltre il confine. Pochi anni dopo il suo arrivo, il villaggio dove abitava è stato dato alle fiamme dalle forze azere.

Per Babayants restituire i territori attualmente in possesso degli armeni è fuori discussione. Per gli azeri la loro perdita è stata una tragedia nazionale.

Gli azeri che hanno perso le loro case in Armenia e nel territorio controllato dall’Armenia costituiscono circa il 10 per cento della popolazione dell’Azerbaigian. Il desiderio di tornare spiega il sostegno interno al loro presidente nell’escalation del conflitto.

«Hanno continuato a fare pressione sulle autorità perché gli fossero restituite le case», ha detto Avaz Hasanov, un sostenitore della pace azero che ha tenuto frequenti colloqui con gli armeni durante gli sforzi di mediazione compiuti dalla società civile. Per Hasanov l’Azerbaigian ha sopportato questo stato di cose per ventisei anni. «Sia noi che loro siamo finiti in questo buco e uscirne sarà molto difficile», ha aggiunto.

Nonostante l’opinione diffusa che Baku sia guidata da un governo corrotto e repressivo, il suo popolo vuole la guerra. Ogni perdita aumenta la richiesta popolare di giustizia e di vendetta.

Khadija Ismayil, giornalista investigativa azera che in passato è stata molestata e incarcerata per ordine del presidente Aliyev per i suoi reportage, per la prima volta si trova d’accordo con le azioni del governo.

«Il nostro governo è dittatoriale, ma quello che stiamo vivendo è peggio del regime», ha detto al Guardian. «Si tratta di persone comuni che hanno sofferto negli ultimi trent’anni perché vittime dell’occupazione e delle difficoltà proprie della vita dei rifugiati. Per noi la guerra non è mai finita».

Sia in Azerbaigian che in Armenia, la visione dell’altro come nemico si è rafforzata col passare del tempo, fino a quando i ricordi di convivenza pacifica sono andati definitivamente perduti con le nuove generazioni.

Foto anteprima: Rifugiati Azeri, Karabakh 1992-1993 di Ilgar Jafarov, <a href="http://CC BY-SA 4.0  via Wikimedia Commons

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/nagorno-karabakh-conflitto-armenia-azerbaigian/

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