Più benefici che costi: il lavoro straniero in Italia visto dalla Fondazione Moressa

21 Ott Più benefici che costi: il lavoro straniero in Italia visto dalla Fondazione Moressa

21 Ottobre 2020

Si fa presto a dire “invasione”. E ancora prima “ci rubano il lavoro”. La retorica “e i 35 euro allora?” che fa il paio con la filastrocca macabra del “si prendono i soldi degli italiani” fa presa al momento del voto e cavalca i movimenti di pancia. Eppure, oltre quest’orizzonte di propaganda resta la realtà dei fatti. 
Una realtà che, economicamente parlando, racconta la visione di un’Italia diversa, visione insindacabile come i dati che la descrivono. Sono quelli racchiusi all’interno dell’annuale Rapporto sull’economia dell’immigrazione, giunto alla sua decima stagione e curato, pubblicato e presentato a inizio ottobre dalla Fondazione Leone Moressa. 

Nell’ultimo decennio, è il punto di partenza della Fondazione, l’immigrazione è diventata uno dei temi centrali dell’agenda politica. Dai governi di centrodestra a quelli di centrosinistra passando ancora dal centrodestra e, ultima in ordine di tempo, l’esperienza giallorossa, tutti hanno messo mano a decreti, leggi e sanatorie, accordi e trattati che, nei fatti, paradossalmente e nemmeno troppo, peggiorano le condizioni di chi migra alla ricerca di lavoro. 
Sugli arrivi, per esempio, Fondazione Moressa dice: stranieri in aumento, ma ingressi per lavoro in calo. In un decennio, dal 2010 a oggi, gli stranieri residenti in Italia sono passati da poco più di tre milioni e mezzo a oltre cinque milioni, con un incremento del 44% e una rappresentanza  delll’8.7% sul totale della popolazione (superando il 10% in molte regioni). Ma i nuovi permessi di soggiorno sono diminuiti del 70%, frutto di una riduzione netta di quelli per lavoro (addirittura -97%). Gli stranieri extra Unione dunque arrivano soprattutto per ricongiungimento familiare o motivi umanitari.

I numeri. Due milioni e mezzo: questa è la cifra dei lavoratori stranieri in Italia. Numero che, dal 2010, è aumentato di 600mila unità (+31% dal 2010). Per la maggior parte sono uomini (il 56%) tra i 35 e i 54 anni, di cui oltre la metà aventi come titolo la licenza media e una percentuale di laureati intorno al 12% del totale. Sono impiegati in lavori meno qualificati, complementari rispetto a quelli svolti dagli italiani. Il valore aggiunto creato dai lavoratori stranieri è di 146.7 miliardi di euro, pari 9.5% del Pil. Valore ridimensionato da presenza irregolare, lavoro nero e poca mobilità sociale.

Le imprese straniere. Nell’ultimo decennio, con l’imprenditoria italiana in calo, gli imprenditori stranieri hanno fatto registrare un +32.7%: cinesi, rumeni, marocchini, albanesi, ma soprattutto bengalesi e pakistani. Il 95% di queste imprese è di proprietà straniera “esclusiva”, senza soci italiani e producono un valore aggiunto di 125.9 miliardi, l’8% del totale.

Impatto fiscale. La sintesi migliore è: più benefici che costi. I 2 milioni e 290 mila contribuenti stranieri in Italia nel 2019 hanno dichiarato redditi per 29 miliardi e versato Irpef per 3.66 miliardi. Sommando addizionali locali e contributi previdenziali e sociali si arriva a 17.9 miliardi, con un saldo tra entrate (tasse e tributi) e costi (servizi e previdenza) ancora positivo (+500 milioni). Gli stranieri sono giovani e incidono poco su pensioni e sanità, principali voci della spesa pubblica. Ma i lavori poco qualificati e la poca mobilità sociale possono portare nel lungo periodo ad un saldo negativo.

(piero ferrante)

Fonte: Gruppo Abele – https://www.gruppoabele.org/piu-benefici-che-costi-il-lavoro-straniero-in-italia-visto-dalla-fondazione-moressa/

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