Gli attentati terroristici in Francia, Austria, Afghanistan e le rivendicazioni dell’ISIS

Gli attentati terroristici in Francia, Austria, Afghanistan e le rivendicazioni dell’ISIS

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Nelle ultime due settimane due attentati terroristici in Europa e un terzo in Afghanistan hanno provocato decine di morti e altrettanti feriti. L’ISIS ha rivendicato due di questi attacchi. Ecco cosa sappiamo finora.

Cosa è successo in Francia

Giovedì 29 ottobre tre persone sono state uccise con un coltello a Nizza, in Francia, all’interno della basilica di Notre-Dame. Jean-François Ricard, procuratore anti-terrorismo francese, in una conferenza stampa, ha dichiarato che l’attentatore è arrivato giovedì mattina a Nizza in treno, poi, dopo essersi cambiato, è entrato intorno alle 8:29 (ora locale) nella chiesa. Lì ha ferito mortalmente tre persone con un coltello. Il procuratore ha dichiarato che le vittime sono state «prese di mira per il solo motivo che erano presenti in chiesa in quel momento»

via BBC

La polizia, una volta arrivata sulla scena, dopo che l’attentatore – che aveva con sé tre coltelli e due telefoni cellulari – si è avvicinato in “maniera minacciosa”, gridando in maniera ripetuta “Allahu Akbar (Dio è il più grande)”, lo ha prima assalito e poi lo ha colpito con diversi colpi di arma da fuoco. L’uomo, gravemente ferito, è stato successivamente portato in ospedale, dove è attualmente ricoverato (è tra l’altro risultato positivo al nuovo coronavirus).  

In base alle informazioni riferite dalle autorità e media francesi e italiani, l’attentatore è un cittadino tunisino nato nel 1999 e si chiama Brahim Aioussaoi. È arrivato in Europa lo scorso 20 settembre, tramite un’imbarcazione a Lampedusa e da qui è arrivato in Francia. Le autorità francesi hanno dichiarato che l’uomo non era noto ai servizi di sicurezza francesi. Un funzionario delle autorità giudiziarie tunisine ha affermato che l’uomo non era nell’elenco dei terroristi neanche nel suo paese d’origine, mentre sono stati riscontrati precedenti penali relativi a comportamenti violenti e spaccio di droga. Secondo quanto ha riferito la madre all’Afp il giovane, che riparava motociclette nella città tunisina di Sfax, da due anni era dedito alla preghiera, non usciva e non comunicava con altre persone. 

Mercoledì 3 novembre, la polizia francese ha arrestato quattro persone con legami differenti con l’attentatore e poi le ha successivamente rilasciate, riporta Le Monde. Il giorno dopo, è stato arrestato un ragazzo di 17 anni, sospettato di aver scambiato messaggi con Aioussaoi.

Gli inquirenti francesi contano in particolare sui due cellulari che l’attentatore aveva con sé e sulle indagini aperte in Tunisia dalla procura antiterrorismo per ricostruire il suo viaggio, scoprirne il motivo e stabilire se abbia beneficiato di complicità. Ad oggi, si sa che dopo essere arrivato a Lampedusa dalla Tunisia il 20 settembre tramite uno sbarco autonomo con un barchino insieme ad altre decine di persone, Brahim Aioussaoi è stato identificato, gli è stato fatto un tampone per capire se positivo al nuovo coronavirus, è rimasto due settimane a bordo di una nave quarantena, è stato poi trasferito a Bari il 9 ottobre dove ha ricevuto l’ordine di lasciare l’Italia entro 7 giorni, infine è arrivato a Nizza il 27 ottobre.

Su come sia riuscito ad arrivare oltralpe stanno indagando i servizi segreti italiani e la Procura di Bari. Anche la procura di Palermo sta indagando sui contatti che l’attentatore ha avuto nel corso della sua permanenza sull’isola.

L’attentato a Nizza è avvenuto due settimane dopo che un insegnante di francese, Samuel Paty, a nord di Parigi, era stato decapitato fuori dalla scuola da un estremista islamista di 18 anni nato a Mosca, che è stato ucciso poi dalla polizia. L’insegnante aveva mostrato in precedenza ai suoi alunni vignette satiriche sul Profeta Maometto pubblicate dalla rivista Charlie Hebdo durante una lezione sulla libertà di parola. Secondo informazioni fornite da Afp sull’inchiesta in corso – che vede diverse persone indagate –, il giovane, che non era noto fino a quel momento ai servizi di intelligence e che lo scorso 4 marzo 2020 aveva ottenuto un permesso di soggiorno valido fino al marzo 2030, sarebbe stato in contatto con un combattente di lingua russa in Siria.  

Cosa è successo in Austria

Intorno alle 20 di lunedì 2 novembre a Vienna, nei pressi della sinagoga in Seitenstettengasse, un uomo – armato con un fucile automatico, una pistola e un machete e con indosso un giubbotto suicida poi rivelatosi falso – ha iniziato a sparare sulle persone che stavano bevendo e mangiando fuori da caffè e ristoranti. Quattro persone sono state uccise e altre 22 sono rimaste ferite, tra cui un agente di polizia. Le forze speciali sono arrivate quasi subito sul luogo e l’attentatore è stato ucciso intorno alle 20:09 vicino alla chiesa di St Rupert.

via BBC

Inizialmente autorità e media avevano parlato della possibilità che l’attacco fosse stato eseguito da più attentatori. Il ministro dell’interno, Karl Nehammer, in una conferenza stampa di mercoledì 4 novembre, ha dichiarato però che dopo l’analisi di migliaia di ore di riprese video, è stato stabilito dagli investigatori che l’uomo ha agito da solo. Le indagini sono attualmente in corso. Nel frattempo sono state arrestate 14 persone, tutte tra i 18 ei 28 anni con un passato migratorio e alcune con la doppia cittadinanza, con l’accusa di essere coinvolte in un’organizzazione terroristica. 

Nehammer ha tenuto a sottolineare il fatto che durante l’attentato due cittadini austriaci di origine turca, Mikail Ozen e Recep Tayyip Gultekin, hanno aiutato diverse persone ferite, compreso l’agente di polizia. «Siamo musulmani di origine turca, odiamo qualsiasi tipo di terrorismo. Siamo con l’Austria, con Vienna, rispettiamo l’Austria» hanno dichiarato successivamente i due. 

Un gesto che, ha affermato sempre il ministro dell’Interno, dimostra “che tutte le persone in Austria restano unite” e che “nessun attacco terroristico sarà in grado di lacerare la coesione della nostra società e dividerla”. Ümit Vural, presidente della Comunità di fede islamica in Austria, ha condannato “l’attacco codardo e rivoltante”, definendolo “un attacco alla nostra Vienna” e “un attacco a tutti noi”.

Secondo quanto riferito finora delle autorità, l’attentatore si chiamava Fejzulai Kujtim, era un uomo di 20 anni nato a Vienna, con la doppia cittadinanza austriaca e macedone, e simpatizzante del cosiddetto “Stato Islamico”. Un funzionario della sicurezza austriaco, citato dal Wall Street Journal, ha dichiarato che l’uomo si sarebbe radicalizzato dopo aver frequentato una moschea a Vienna. Il giorno dopo l’attentato, il luogo di preghiera, situato in un seminterrato di un edificio, è stato prima perquisito e poi chiuso. 

Fejzulai era inoltre noto alle forze dell’ordine austriache. Nell’aprile del 2019, Kujtim era stato condannato a quasi due anni di carcere per aver tentato di andare in Siria per unirsi all’ISIS. L’uomo era stato rilasciato dal carcere otto mesi dopo, a dicembre, e, in libertà vigilata per tre anni, era andato ad abitare in appartamento sovvenzionato all’interno di un progetto di edilizia residenziale a Vienna nell’ambito di un programma di deradicalizzazione per facilitare il reinserimento nella società. 

Il suo ex avvocato Nikolas Rast ha spiegato che la buona condotta del suo cliente in carcere aveva portato al suo rilascio anticipato e all’inserimento nel programma di deradicalizzazione. Le autorità austriache hanno spiegato che le prove trovate nella sua casa martedì indicano che dal giorno del suo rilascio dalla prigione avrebbe condotto una doppia vita: in pubblico si mostrava integrato nella società, mentre in privato era un soggetto radicalizzato e simpatizzante di un gruppo terroristico.

L’uomo, inoltre, dopo essere stato scarcerato era andato in Slovacchia per cercare munizioni per un fucile d’assalto. In base alle informazioni riportate da diversi media austriaci l’acquisto però non sarebbe riuscito perché Fejzulai non era in possesso di un porto d’armi. I servizi segreti slovacchi avevano avvertito in estate quelli austriaci dell’accaduto. Le autorità giudiziarie austriache hanno però negato di aver ricevuto una simile informazione. Il ministro dell’Interno austriaco ha dichiarato che in questa fase qualcosa è andato storto nelle comunicazione tra servizi segreti, proponendo l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sull’accaduto.  

Il 3 novembre, il gruppo terroristico dell’ISIS ha rivendicato l’attacco, definendo l’assassino un “soldato del califfato”, secondo una dichiarazione tradotta dal SITE Intelligence Group, che monitora i messaggi di estremisti online. Non è però chiaro dal messaggio se il gruppo terroristico abbia realmente contribuito a pianificare l’attacco o se lo abbia ispirato. Anche in questo caso le indagini sono in corso.

Come si legge sul Guardian “sebbene l’Austria non abbia assistito a molti attacchi terroristici jihadisti di alto profilo negli ultimi anni, sin dai primi anni ‘90 il paese è stato un centro per l’attività islamista estremista, quando l’Arabia Saudita e altre organizzazioni del Golfo lo utilizzavano come base per le loro operazioni a sostegno dei combattenti mujahidin in Bosnia”. Questo ruolo è stato poi consolidato durante i successivi conflitti nei Balcani e ripreso nei primi giorni della guerra civile siriana, con “centinaia di giovani austriaci andati in Siria per combattere tra il 2012 e il 2014. Viaggi e reclutamenti facilitati da una serie di reti, con sedi a Vienna, Graz e in altre città, smantellate poi dai servizi di sicurezza austriaci”. Secondo uno studio tedesco del 2016, in Europa l’Austria, dopo il Belgio, è stato il paese che ha visto più persone partite per combattere in Siria in proporzione rispetto alla propria popolazione.  

Dopo lo smantellamento di queste reti, però, “i problemi con la radicalizzazione sono continuati e ci sono stati diversi tentativi di attacchi, anche se alcuni per motivi poco chiari, negli ultimi anni. Molte reti austriache sono strettamente collegate ad altre in Germania, Svizzera e altri paesi vicini”. Johannes Saal, esperto di estremismo austriaco presso l’Università di Lucerna, in Svizzera, ha dichiarato: «Il terrorismo jihadista non è nuovo in Austria, ma [negli ultimi anni] abbiamo assistito solo ad attacchi di basso profilo da parte di persone che usano qualsiasi arma disponibile… e non sono in grado di acquisire esplosivi o AK-47. Quello che sorprende non è che ci sia stato un attacco, ma il modo in cui è stato effettuato».

Jason Burke, interrogandosi se ci sia una nuova ondata di terrorismo in Europa, scrive che le vittime per tutte le forme di terrorismo nel vecchio continente sono in netta diminuzione e che in base agli ultimi rapporti dell’Europol –agenzia dell’Unione Europea finalizzata alla lotta al crimine –, nel 2019 ci sono stati 21 piani jihadisti nell’UE, rispetto a 24 e 33 nei due anni precedenti. Di questi 21, quattro sono falliti, 14 sono stati sventati e tre sono stati eseguiti. Questi dati, però, non devono far abbassare la guardia. «Il fatto che il numero di attacchi ispirati [da Isis] sia diminuito nell’UE non significa che la minaccia sia scomparsa (…)» ha sottolineato in una recente intervista Gilles de Kerchove, coordinatore antiterrorismo dell’Unione europea.

Cosa è successo in Afghanistan

Lunedì 3 novembre c’è stato un attentato terroristico all’Università di Kabul, capitale dell’Afghanistan. Almeno 35 persone sono state uccise e altre decine sono rimaste ferite quando diversi uomini armati assaltato gli studenti. I sopravvissuti hanno raccontato che intorno alle 11:00 di mattina un attentatore suicida si è fatto esplodere all’interno del campus, mentre altri tre uomini armati hanno iniziato a sparare in maniera indiscriminata sulle persone.

Gli attentatori hanno anche preso ostaggi e portato avanti degli scontri a fuoco con le forze afghane di sicurezza e con i commandi statunitensi per più di cinque ore. Uno studente di 23 anni, Fraidoon Ahmadi, ha detto all’Afp«Eravamo molto spaventati e abbiamo pensato che potesse essere l’ultimo giorno della nostra vita … ragazzi e ragazze gridavano, pregavano e piangevano chiedendo aiuto».

Il giorno dopo il primo vicepresidente del paese Amrullah Saleh aveva puntato il dito contro i talebani – impegnati in difficili colloqui di pace con una delegazione del governo afghano –, che però hanno respinto qualsiasi responsabilità. Successivamente l’attentato è stato rivendicato dal gruppo terroristico dell’ISIS, sostenendo che era stato preso di mira un raduno presso la facoltà di Giurisprudenza di giudici e altre persone legate al “governo afghano apostata”.

Sempre l’ISIS, il mese scorso, ha rivendicato un altro attentato suicida in cui sono morti 24 studenti in un centro educativo nel quartiere a maggioranza sciita di Dashte Barchi a Kabul. Gli afghani, riporta Stefanie Glinski da Kabul, “temono che i livelli di violenza aumentino: l’Onu ha già documentato quasi 6.000 vittime civili nei primi nove mesi del 2020, tra feriti e uccisi”. Mushtaba Asqari di 27 anni, la cui sorella Seba di 20 anni è stata uccisa nell’attentato di lunedì, ha detto alla giornalista: «Combattiamo così duramente per il cambiamento, ma viviamo nella paura costante».

Foto in anteprima via Steph Liechtenstein

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/terrorismo-isis-europa-afghanistan/

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