La soia è il nuovo olio di palma. L’impatto ambientale del biocarburante

Non è più solo l’olio di palma a essere una causa della deforestazione e un rischio per la biodiversità. A costituire una minaccia per l’ambiente è anche il mercato dell’olio di soia, destinato a scalzare il primo nella produzione di “biocarburanti” per le vetture europee sempre a svantaggio di foreste pluviali, savane e torbiere. In particolare Brasile, Paraguay, Argentina, Uruguay e Bolivia sono i Paesi più direttamente interessati dalle “conseguenze” della produzione di olio di soia, il cui biocarburante risulterebbe due volte più nocivo per il clima del diesel.

Secondo il recente rapporto elaborato dall’organizzazione Transport & Environment (T&E), la più importante rete di organizzazioni non governative che opera a vantaggio di un trasporto sostenibile, oltre un decimo dell’espansione recente di soia sarebbe all’origine della devastazione di ecosistemi e foreste. E il futuro non promette niente di buono: soltanto l’incremento della domanda europea di soia per il biodiesel potrebbe essere infatti da due a quattro volte maggiore nel 2030 rispetto al 2019 con una conseguente deforestazione di un’area più estesa di Londra, un consumo all’anno che potrebbe toccare i 7,3 milioni di tonnellate di petrolio e, in mancanza di azioni normative, un incremento di emissioni fino a 38 milioni di tonnellate di CO2 equivalente entro il 2030. Secondo le stime, l’estensione del terreno necessario alla coltivazione della soia potrebbe corrispondere a ben 4,2 milioni di ettari, mentre 230mila ettari di foreste abbattute sarebbero l’alto prezzo da pagare per la sua coltivazione. Tutto questo se il biocarburante prodotto dalla soia non sarà dichiarato insostenibile e se non verrà avanzata alcuna nuova politica in merito in Europa, destinata altrimenti a pesare in futuro sempre di più nella deforestazione di Paesi extra-Ue.

Dopo un decennio in cui olio di palma e olio di soia sono infatti stati utilizzati senza particolari restrizioni, le politiche europee hanno iniziato a limitare i biocarburanti da fonti alimentari e mangimi considerando le possibili ricadute su clima e ambiente. A seguito della Direttiva sulle energie rinnovabili del 2009 (Renewable Energy Directive, RED), il 24 dicembre 2018 è entrata in vigore la sua revisione (REDII), interessata alla regolamentazione dei biocarburanti ad alto e basso rischio ILUC (Indirect land use change, cioè il cambiamento indiretto dell’uso del suolo). Lo sforzo è quello di andare nella direzione di una presa di distanza, anche se non di una loro effettiva eliminazione, dai biocarburanti da fonti alimentari e mangimi perseguendo una riduzione di emissione di gas serra e un miglioramento in genere della sicurezza energetica. Gli effetti indiretti dati dalla conversione dei terreni agricoli in terreni per produrre colture per l’energia incidono infatti negativamente sugli ecosistemi perché creano una competizione con le colture per la produzione alimentare: cresce la domanda di suolo con la conseguente “colonizzazione” di zone naturali come appunto le foreste tropicali. E le coltivazioni di olio di palma e di soia finiscono per invadere torbiere e foreste umide tropicali nel Borneo, in Africa e in Amazzonia, secondo gli stessi studi della Commissione europea. Foreste abbattute determinano naturalmente mancato assorbimento di carbonio. Soltanto prendendo in considerazione gli effetti dei biocarburanti utilizzati nel Vecchio continente, quando si valutano le emissioni di ILUC previste, quelle di gas serra del biodiesel da fonti alimentari e mangimi risultano mediamente dell’80% in più del diesel fossile.

La necessità per la Commissione europea è quella di tenere ferma la soglia all’espansione di colture di biocarburanti, oltrepassate le quale si rischia di venire rubricate come “insostenibili”. Anche per la soia potrebbe dunque scattare l’etichetta di materia ad alto rischio ILUC, come già accaduto del resto al diesel da olio di palma, valutato così quanto a impatto ambientale e perciò da eliminare entro il 2030, secondo quanto stabilito dalla Direttiva Ue del 2018 che sancisce la diminuzione progressiva di combustibili ad alto rischio ILUC già dal 2023. Non è un caso che l’utilizzo di soia per produrre biodiesel, forse complice una normativa più attenta, sia cresciuto del doppio negli ultimi cinque anni.

Se non si interviene, l’olio di soia potrà diventare senza dubbio un temibile “sostituto” dell’olio di palma nei serbatoi delle auto in uno scenario peraltro in cui il biodiesel fa la parte del leone nel mercato Ue di biocarburanti, costituendo l’80% delle vendite rispetto al 19% del bioetanolo. Soltanto il 6% del biodiesel complessivo prodotto in Europa nel 2019 è rappresentato dall’uso della soia (nel 2018 era meno del 5%). E in Italia nel 2019 sono state bruciate 80mila tonnellate di olio di soia. Intanto in Italia lo scorso 27 ottobre è stato approvato al Senato un emendamento alla proposta di “Legge di delegazione europea” che cancella gli oli di palma e di soia dai sussidi per utilizzo energetico entro il 2023. “Se la proposta passerà alla Camera -ha spiegato Legambiente– l’olio di palma, di soia e i loro derivati saranno esclusi in Italia dal conteggio delle energie rinnovabili e dai sussidi di mercato oggi previsti dalla legge, a partire dal 1 gennaio 2023”.

Un primo risultato in linea, del resto, con quanto auspicato dai cittadini italiani, almeno da quanto emerge dal sondaggio europeo realizzato da YouGov e incaricato da T&E, pubblicato il 24 settembre scorso, secondo cui il 58% degli intervistati vorrebbe che l’Unione europea si orientasse verso lo stop alla promozione dell’uso dell’olio di palma nel gasolio prima del 2030 mentre il 54% gradirebbe che fosse fermato anche l’uso della soia.

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/olio-di-soia-ambiente-foreste/

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