Perché in Italia è così difficile accedere alla cannabis terapeutica. Cosa succede in Europa e negli USA

Perché in Italia è così difficile accedere alla cannabis terapeutica. Cosa succede in Europa e negli USA

12 min lettura

di Alessia Melchiorre

Chissà cosa hanno pensato i Carabinieri di Arezzo quando un anno fa, durante il sequestro di una coltivazione di marijuana, si sono ritrovati di fronte a un uomo sulla sedia a rotelle e visibilmente malato. Walter De Benedetto, proprietario di quelle piante alte 2,5 metri, aveva iniziato a coltivarle per sopperire alla mancanza della cannabis che utilizza per la sua terapia con regolare ricetta.

Chissà cosa ha provato Walter De Benedetto, quando ha visto i Carabinieri irrompere in casa sua e requisire l’unica forma di sollievo per l’artrite reumatoide di cui soffre da 34 anni: una patologia autoimmune rara che colpisce le articolazioni e impedisce il movimento provocando dolore e gonfiore.

Dopo la sua incriminazione per coltivazione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente, una mobilitazione di politici, giornalisti e cittadini si è attivata per riaprire il dibattito sulla legalizzazione della cannabis, con una particolare attenzione sull’uso medico.

Walter è diventato, suo malgrado, “il volto” del movimento antiproibizionista italiano grazie a un appello al Presidente Mattarella con cui ha raccolto finora oltre 11 mila firme: “La mia richiesta di aiuto è anche un atto di accusa contro un paese che viola il mio diritto alla salute, il mio diritto a ricevere cure adeguate per il mio dolore. Che è un diritto garantito dall’articolo 32 della Costituzione.”

La sua storia rappresenta quella di centinaia di pazienti e si aggiunge a una serie di vicende che hanno mantenuto alta l’attenzione sul tema, in uno scontro che ogni giorno si consuma sul piano politico e giuridico.

Non è la prima volta, infatti, che la pianta più controversa della storia suscita polemiche nel nostro paese, tra i suoi sostenitori e il Governo di una qualsiasi legislatura. Quella attuale ha diverse questioni urgenti da risolvere – tra cui una pandemia e la conseguente crisi economica e sanitaria – ma sul tema è stata molto ambivalente: secondo il Comitato Pazienti Cannabis Medica, se da un lato, il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri ha dimostrato apertura durante un incontro via web a luglio, dall’altro i recenti decreti emanati dal Ministro della Salute, Roberto Speranza, hanno rimesso tutto in discussione.

L’1 ottobre – poco prima del ritorno dell’emergenza coronavirus – il ministro Speranza ha emanato un decreto che inserisce il Cannabidiolo (CBD) – uno dei principi attivi della cannabis – a uso orale (come olii e resine) nella tabella dei medicinali a base di stupefacenti: un atto dovuto, come spiegato nello stesso decreto, per permettere la commercializzazione in Italia del farmaco Epidiolex, contenente CBD.

La decisione ha scatenato le proteste dei pazienti e ha messo in bilico l’intero settore della cosiddetta “cannabis light”, tanto da costringere lo stesso ministro a chiedere – con un nuovo decreto il 28 ottobre – una sorta di “rinvio a giudizio”: saranno l’Istituto Superiore della Sanità e il Consiglio Superiore della Sanità a decidere.

Nel frattempo, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è espressa: la sentenza dello scorso 19 novembre chiarisce che il CBD non può essere considerato come una sostanza stupefacente e pertanto può essere liberamente venduto se è stato prodotto legalmente in UE.

Come funziona la legge

In Italia la cannabis terapeutica è legale dal 2007, benché già dal 1997 avessimo iniziato iniziato a importarla dai Paesi Bassi. Inoltre, dal 9 novembre 2015 il Ministero della Salute può rilasciare autorizzazioni per la coltivazione, la produzione, il possesso e l’uso di marijuana. Oggi è possibile acquistarla con ricetta presso le farmacie o ritirarla gratuitamente presso le farmacie ospedaliere (a carico del SSR) secondo modalità che cambiano da regione a regione. Non esistono infatti linee guida nazionali sull’accesso ai farmaci e preparati a base di cannabis e quattro regioni italiane non hanno ancora una normativa specifica.

Non è neanche chiaro quante siano le farmacie che distribuiscono cannabis terapeutica: sappiamo che può essere preparata solo nelle farmacie galeniche perché non è un farmaco industriale già pronto ma viene “personalizzato” in laboratorio in base alle esigenze del paziente. Su circa 19 mila farmacie censite in Italia (dati Federfarma), 1748 sono galeniche e di queste solo 437 nel 2018 hanno dichiarato di aver utilizzato cannabis e derivati in preparazioni galeniche (dati report antidoping).

Reporting System Doping Antidoping 2018 – Istituto Superiore di Sanità

In questo quadro frammentario e confuso, curarsi con la cannabis legalmente è un’impresa per i pazienti. Ancora di più dallo scorso 23 settembre, quando una comunicazione da parte della Direzione Generale del Ministero della Salute – che fa anche da Organismo statale per la cannabis – ha chiarito alcuni aspetti della legge in materia: i farmacisti non possono preparare prodotti che non siano per uso orale o inalatorio (es. colliri, supposte, creme per uso esterno) né possono spedirli a domicilio.

«Questa è una circolare interpretativa e non ha alcun valore legale vincolante» commenta a Valigia Blu il dottor Marco Ternelli, farmacista ed esperto in preparazioni galeniche a base di cannabis, che ha deciso di ricorrere al Tar del Lazio insieme a una ventina di altre farmacie. «Per noi l’interpretazione che il Ministero fa è madornalmente sbagliata e il senso del ricorso è evitare di doverci difendere poi in tribunale», ma nel frattempo i pazienti sono costretti a ritirare di persona i farmaci o a mandare un corriere. Non proprio il massimo della comodità se si pensa che siamo di nuovo in piena emergenza COVID-19.

Quale cannabis terapeutica e da dove viene

Sia i pazienti che gli ospedali e le farmacie lamentano la carenza di cannabis terapeutica in tutta Italia da sempre. È un problema cronico che trova le radici in un iter burocratico molto lungo e in una offerta scarsa e insufficiente a coprire la domanda.

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Alberico Nobile, di Taranto, racconta a Valigia Blu di essere stato senza farmaco da marzo a luglio. Tra le problematiche, cita i tempi lunghi per le visite necessarie ai medici per compilare il modulo d’importazione. Per questo ha deciso di fondare l’associazione no-profit Deep Green, per aiutare i pazienti a ricevere tutte le informazioni per fare la richiesta: «Ci arrivano chiamate un po’ da tutte le parti, sia dall’Italia che dall’estero; Germania, Spagna, Svizzera».

Secondo Marijuana Business Daily – rivista americana di riferimento nel settore a livello internazionale – l’Italia rappresenta il secondo mercato di cannabis terapeutica d’Europa (dopo la Germania), con oltre 860 kg di infiorescenze vendute nel 2019. Ma di queste, più dell’80% proveniva dai Paesi Bassi.

Pur avendo avviato anche la produzione nazionale nel 2016, ad oggi lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze (SCFM) non riesce a garantire neanche le quantità autorizzate dal Ministero della Salute: per il 2019 erano stati previsti 350 kg ma i dati ufficiali finali riportano circa 150 kg.

Per il 2020, l’Organo Internazionale per il Controllo degli Stupefacenti delle Nazioni Unite (INCB) ha stimato il fabbisogno italiano di cannabis di circa 2 tonnellate. Il Ministero ne ha autorizzato la produzione fino a 500 kg ma si stima che entro la fine dell’anno ne arriveranno di nuovo solo 150 kg, neanche un terzo.

Il dottor Ternelli cita tra le cause la mancanza di personale: «Noi del settore sappiamo che una serra è ferma, perché i militari dovevano produrre idrossiclorochina, che sembrava il farmaco salvavita della COVID-19, nel periodo di febbraio-aprile, quindi è saltato un raccolto cioè tre mesi».

In passato lo SCFM ha anche importato dei quantitativi dall’azienda canadese Aurora e – dopo varie vicissitudini – quest’anno dovrebbero arrivare 160 kg.

Eppure, come si legge sul bilancio 2019 dell’Agenzia Industrie Difesa (AID), più della metà degli oltre 2 milioni di euro di nuovi investimenti è stata destinata al sito di Firenze per il nuovo reparto di produzione dell’estratto in olio (di cannabis) mentre le serre autorizzate nel 2018, e finanziate dal Ministero della Salute, sarebbero state collaudate a maggio 2020. Inoltre, l’AID ha avviato a novembre 2019 un progetto triennale con la Regione Toscana per estendere e migliorare la produzione e la qualità dei prodotti dello SCFM. Sicuramente le buone intenzioni ci sono e si spera che i piani non vengano rallentati dalla pandemia.

Nel frattempo sono nati diversi progetti di segnalazioni dei pazienti – come Monitorcannabis e una sezione specifica sul sito del Comitato Pazienti Cannabis Medica – che raccolgono dati su quali varietà di cannabis mancano e dove.

È una delle tante forme di riorganizzazione della società civile, che contribuisce a capire meglio l’entità del problema con delle informazioni aggiuntive rispetto a quelle del Ministero. Per esempio, in base alle segnalazioni, sappiamo che le quattro varietà più difficili da reperire sono la Bedrocan (olandese), FM2 (italiana), Pedanios 22/1 (canadese) e Bedica (olandese).

In realtà sono almeno una decina la varietà di cannabis terapeutica utilizzabili in Italia. La Bedrocan – con un alto contenuto di THC e basso di CBD – è la più richiesta e dunque anche la più utilizzata: viene prodotta dalla omonima azienda olandese la quale rappresenta il principale fornitore per il nostro paese.

Quest’anno, come già in passato, sia farmacisti che pazienti hanno segnalato i ritardi nelle consegne dei quantitativi olandesi. Da una parte, l’Ufficio olandese per la cannabis medica ha dichiarato a giugno di essere senza scorte a causa di ulteriori test da svolgere sui lotti delle infiorescenze. Dall’altra, le restrizioni dovute alla pandemia hanno causato problemi alle dogane per i quali l’Ufficio Centrale Stupefacenti italiano ha dovuto emettere un documento per velocizzare le importazioni da parte dei grossisti.

Quindi ricapitolando: la produzione nazionale non copre neanche un sesto del fabbisogno italiano e le importazioni arrivano con ritardo (quando arrivano). Le uniche soluzioni per mantenere la continuità terapeutica sono inevitabilmente il mercato illegale o l’auto-coltivazione.

Come Walter

In questa cornice, è facile intuire come mai Walter De Benedetto sia stato denunciato per coltivazione di sostanza stupefacente.

“La storia di Walter De Benedetto è la storia di tanti malati in Italia, persone che devono convivere con malattie croniche gravi e dolorosissime, malati terminali che non riescono ad accedere alle cure a base di cannabis terapeutica”, ha dichiarato Riccardo Magi (deputato del partito +Europa) sui suoi canali social, annunciando di essersi autodenunciato alla polizia per aver ceduto a Walter un barattolo di cannabis coltivata per la campagna #IoColtivo.

Non è possibile avere il dato di quanti siano i malati tra quelli denunciati per possesso ma secondo le ricerche di Marco Rossi, docente di Economia Politica alla Sapienza, sono circa 100 mila gli italiani che scelgono di coltivare in casa. Una cifra impressionante che testimonia una pratica, che sia per lo sballo o per la terapia, non riconosciuta dalla legge ma tollerata dalla giustizia: la sentenza a Sezioni Unite della Cassazione dello scorso dicembre chiarisce che la coltivazione domestica di cannabis, in minime quantità, non è reato.

Secondo l’avvocato Claudio Miglio – dello studio Tutela Legale Stupefacenti che segue Walter e molti altri come lui – si mette dunque il punto finale sulla questione, dal lato giurisprudenziale: «Noi ci troviamo adesso a difendere questi giudizi e invochiamo la forza della sentenza delle sezioni unite spingendo per l’archiviazione, perché è chiaro che se il paziente, come Walter, ha una coltivazione ma non ci sono indici di spaccio, allora deve essere assolto», dice Miglio a Valigia Blu.

La sentenza, le cui motivazioni sono state pubblicate lo scorso giugno, rappresenta sicuramente un sospiro di sollievo per i tanti pazienti che scelgono l’auto-coltivazione al mercato illegale ma non toglie certo la possibilità di essere indagati e perseguiti penalmente.

Diverse proposte di legge

Sono anni che in Parlamento vengono presentati disegni di legge che però si arenano lungo il percorso. Nel 2015 circa duecento parlamentari di M5S, Pd, Leu, Italia Viva e Gruppo Misto del Gruppo Interparlamentare hanno presentato un disegno di legge per la “legalizzazione della coltivazione, della lavorazione e della vendita della cannabis e dei suoi derivati”. Benché nella lista dei firmatari non comparissero la Lega e Forza Italia, sembrava che avesse un seguito anche bipartisan (qui il dibattito politico che c’è stato all’epoca).

Ma se in Parlamento poco si è mosso (il testo è stato approvato alla Camera, ma non in Senato), si è ripartito dal basso: nel novembre 2016 è stata depositata alla Camera dei deputati una proposta d’iniziativa popolare, sottoscritta da 68 mila cittadini, per legalizzare la cannabis e per decriminalizzare l’uso delle altre sostanze. Anche questa non è stata mai discussa né esaminata in Commissione Giustizia.

Nel 2017 è stato approvato alla Camera un disegno di legge sulla cannabis terapeutica, proposto da Marisa Nicchi (SEL), che fissava nuovi criteri per garantire l’equità d’accesso in tutta Italia. Anche questo, però, si è fermato in Senato.

Infine, a dicembre 2019, una ventina di parlamentari del Gruppo Interparlamentare, guidati da Magi, ha presentato una nuova proposta abbinata a un’altra della Lega (in modo da poterle discutere entrambe in Commissione Giustizia), ma di segno opposto. Se il partito di Salvini vuole aumentare le pene detentive (e quindi il carcere) per i reati di “lieve entità”, il gruppo interparlamentare vuole ridurle e legalizzare la coltivazione di un numero limitato di piante per uso personale (in linea con la sentenza a sezioni unite della Cassazione).

Oggi, spiega a Valigia Blu Antonella Soldo, portavoce di Meglio Legale – la principale campagna pubblica per la legalizzazione – la priorità è portare la discussione in Commissione Giustizia: «Ricordiamo che uno dei paradossi della normativa italiana è che non è reato fumare cannabis per il proprio uso personale ma è reato coltivarsela. È come se lo Stato dicesse: fuma, l’importante è che la compri al mercato nero. Un’assurdità».

Sono sempre state tante le iniziative della società civile per sensibilizzare sul tema: l’ultima è il digiuno a staffetta, promosso lo scorso ottobre da Forum Droghe e Associazione Luca Coscioni, che finora ha ricevuto 300 adesioni e continua a oltranza. Un modo anche per mantenere la vicenda di Walter De Benedetto “sotto i riflettori” .

L’Italia si unisce dunque a quel movimento di attivisti, di cui parla Politico, che in Europa vuole la cannabis in cima all’agenda politica. «Siamo in contatto con attivisti a Malta, in Israele, in Spagna e in Olanda. E con alcuni rappresentanti istituzionali in Lussemburgo e Albania. Il fronte dell’iniziativa europea – aggiunge Soldo – è quello che vogliamo rafforzare e sviluppare meglio il prossimo anno».

Cosa sta succedendo in Unione Europea

Sono 17 i paesi che hanno legalizzato l’uso terapeutico di cannabis nell’Unione Europea ma non c’è ancora una regolamentazione europea.

Tra i casi più particolari, la Germania – primo mercato di Europa con oltre 6 tonnellate di infiorescenze importate nel 2019 – ha avviato nel 2020 una produzione nazionale che però ha subito dei ritardi a causa del nuovo coronavirus. Nonostante le cifre, lo scorso ottobre il Bundestag ha respinto la proposta di legge per controllare l’uso ricreativo di cannabis.

Nei Paesi Bassi – dove la marijuana non è mai stata legale ma “tollerata” – i medici possono prescrivere la cannabis per diverse patologie dal 2003. Ma solo in infiorescenze e non in estratti (come olii o resine): un dettaglio importante per capire il caso di Rinus Beintema – un veterano della cannabis con una lunga storia di coltivazione alle spalle – che ha un laboratorio illegale in cui produce olii per i pazienti. Proprio perché l’estrazione è illegale nei Paesi Bassi, non è possibile conoscere l’esatta composizione quando la si compra nei coffee-shop: un po’ come ordinare una birra senza saperne la gradazione alcolica (c’è un episodio della serie “Rotten” su Netflix per chi vuole approfondire).

La Bedrocan è l’unico produttore olandese di cannabis medica e vende solo all’ufficio statale OMC che gestisce anche le esportazioni (un monopolio di fatto).

Prima dell’inizio della pandemia, le prospettive per una discussione seria in Commissione UE erano rosee: il Parlamento aveva già adottato una risoluzione a febbraio 2019 e numerosi gruppi di advocacy si erano organizzati da Atene a Bruxelles.

Uno di questi è Medical Cannabis Europe, un’associazione di pazienti che chiede un quadro legislativo europeo sulla cannabis terapeutica. “La dipendenza dell’Europa dalle importazioni la rende vulnerabile ai fornitori di paesi terzi, minacciando la continuità terapeutica dei pazienti”, ha ribadito il segretario generale Stuart Lambie durante la conferenza del 13 ottobre, alla quale hanno partecipato anche diversi membri del Parlamento Europeo.

La mancanza di continuità terapeutica non è dunque solo un problema italiano, ma anche europeo. Non volerlo affrontare significa essere alla mercé di aziende che dall’altra parte del mondo – in USA e Canada – stanno già conquistando tutto il mercato “verde”.

Cosa sta succedendo negli USA

Negli Stati Uniti c’è stata un’importante votazione negli stessi giorni delle elezioni presidenziali. Il 3 novembre quattro Stati (Arizona, Montana, New Jersey e South Dakota) hanno legalizzato la marijuana, seguendo gli altri undici in cui lo è già: oggi un americano ogni tre vive in uno Stato in cui vi è l’accesso alla cannabis.

via vox.com

La vittoria – lo spiega molto bene Vox – deriva dal totale fallimento della cosiddetta “guerra alle droghe” che ha portato in carcere milioni di americani. Certo, anche qui non c’è una regolamentazione a livello federale – Kamala Harris, appena diventata vice-presidente degli Stati Uniti, ha già dichiarato di essere a favore – ma almeno vi è un sostegno repubblicano sempre maggiore. Un’altra differenza sostanziale è il modo con cui gli Stati del Nuovo Continente hanno legalizzato: non attraverso una legge in Parlamento ma tramite iniziativa popolare o referendum. Una procedura che comunque porta problemi con il governo federale soprattutto quando si tratta di finanziamenti alla ricerca.

In quello che sembra un vero e proprio “caos internazionale di regole”, come lo chiama Robert Hoban su Forbes, c’è anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che dal 2019 raccomanda le Nazioni Unite di declassare la cannabis per facilitare i suoi scopi medici e di ricerca. In particolare, chiede di rimuoverla dall’elenco delle sostanze dannose della Convezione del 1961, di inserire i suoi derivati nella tabella delle sostanze con valore terapeutico della stessa Convenzione e di eliminare il controllo internazionale dalle piante con un THC inferiore dello 0,2%.

Fino allo scorso ottobre, la posizione degli Stati Uniti era “meno che favorevole” ma gli ultimi esiti elettorali potrebbero cambiare le carte in tavola. A dicembre la Commissione dell’ONU sulle sostanze stupefacenti (CND) voterà sulle raccomandazioni dell’OMS e vedremo cosa cambierà.

In conclusione, sono tante le falle che in Italia minano una corretta applicazione della legge e la cura dei malati con la cannabis: la mancanza di personale, sia di medici che di farmacisti, è una delle più incisive. Una situazione che è stata anche aggravata dalla pandemia e che costringe i pazienti all’auto-coltivazione o al mercato nero.

Il problema della continuità terapeutica si presenta anche in UE, dove la richiesta di un accesso più facilitato alla cannabis sta diventando sempre più esplicita da parte delle associazioni e delle lobby.

La fine del 2020 potrebbe rappresentare un momento di svolta per cambiare direzione a livello normativo e cambiare anche le regole del mercato internazionale.

Immagine in anteprima: foto di Julia Teichmann via pixabay.com

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/cannabis-terapeutica-italia/

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