Violato il diritto alla vita nelle Rsa nella pandemia. La denuncia di Amnesty International

L’insufficiente risposta delle istituzioni italiane alla pandemia da Covid-19 nelle strutture sociosanitarie e socioassistenziali si è tradotta in violazioni del diritto alla vita, alla salute e alla non discriminazione degli ospiti anziani. È quanto denuncia Amnesty International nel rapporto “Abbandonati”, pubblicato giovedì 17 dicembre 2020, in cui è stato analizzato l’impatto delle decisioni e pratiche delle istituzioni nella risposta alla pandemia in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, Regioni dove Covid-19 si è abbattuto con violenza sulle persone accolte nelle residenze sociassistenziali per anziani (Rsa). La grave lentezza nell’emanazione di provvedimenti adeguati, l’intempestiva chiusura alle visite esterne, la mancanza di misure di protezione e i ritardi nell’esecuzione di tamponi su ospiti e operatori sanitari hanno contribuito alla diffusione dei contagi e ai decessi, dimostrando la de-prioritizzazione di questi presidi sanitari rispetto agli ospedali, nonostante la popolazione anziana fossa stata dichiarata dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) tra le più vulnerabili sin dall’inizio della pandemia.

Amnesty International ha realizzato più di 87 interviste a familiari di anziani deceduti o residenti nelle strutture, a dirigenti e membri del personale medico, a sindacati e associazioni di familiari che difendono i diritti delle persone anziane. Per la ricostruzione della diffusione del virus in Lombardia Amnesty International ha fatto ricorso alle inchieste di Altreconomia  sui decessi nelle Rsa di Bergamo: ad aprile 2020 Altreconomia aveva presentato una richiesta di accesso civico generalizzato alle aziende sanitarie lombarde (Ats e Asst) per avere i dati relativi ai decessi negli ospedali e nelle Rsa, ai contagi tra il personale sanitario, alla distribuzione dei dispositivi di protezione personale e ai flussi registrati tra ospedali e residenze per anziani. Amnesty International ha anche dato conto del libro di Vittorio Agnoletto “Senza respiro”, pubblicato da Altreconomia, inchiesta sulla diffusione della pandemia in Lombardia, Italia ed Europa.

L’immagine più immediata dell’impatto che l’emergenza Covid-19 ha avuto sulla popolazione anziana nelle strutture è fornita dai dati che spesso, denuncia Amnesty International, non sono stati accessibili o sono risultati disponibili solo per pochi territori. Secondo le cifre della Protezione civile e dell’Istituto superiore di sanità (Iss), dall’inizio dell’emergenza sanitaria al 14 dicembre 2020 i decessi totali di persone con Covid-19 registrati in Italia sono stati 65.011. Secondo Istat tra gennaio e maggio 2020 i decessi totali in Lombardia sono stati 16.262 mentre nelle Rsa, stando a quanto dichiarato dall’assessore al Welfare della Regione Lombardia Giulio Gallera il 9 settembre 2020, i decessi di persone positive al Covid-19 nello stesso periodo sono stati 3.139. Un decesso su cinque, quindi, ha avuto luogo in una Rsa.
Al 3 giugno 2020 in Emilia-Romagna sono deceduti 1.032 residenti di strutture per anziani positivi al Covid-19, ovvero il 25% dei 4.081 decessi con Covid-19 nella Regione. In Veneto tra il 20 febbraio e il 10 novembre 2020, hanno perso la vita 1.120 residenti di strutture per anziani positivi al Covid-19: il 42% dei 2.643 decessi con Covid-19 registrati nella Regione fino a quel momento. Secondo i dati dell’Istat 1.839 persone sono decedute con Covid-19 nelle strutture sociosanitarie per anziani nella regione Veneto nel periodo tra gennaio e maggio.

La diffusione dei contagi, e il successivo aumento dei decessi, evidenza il rapporto, inizia da fine dello scorso febbraio a seguito dei trasferimenti dei pazienti, sia positivi al Covid-19 sia con sintomi riconducibili alla malattia, dagli ospedali verso le strutture di residenza sociosanitarie e socioassistenziali. I dirigenti ascoltati da Amnesty International hanno riferito di essersi sentiti sotto pressione nell’accettare le persone dimesse dall’ospedale in alcuni casi perché era l’unico modo per garantire un’entrata economica a fronte di posti letto altrimenti vuoti. In altri per la paura di compromettere le relazioni con le autorità regionali, fonte essenziale di finanziamento per i presidi residenziali sociosanitari. Sin dall’inizio dell’emergenza sanitaria le strutture non erano adeguate ad affrontare il diffondersi dei contagi. Il personale medico era carente e i tamponi sono mancati almeno fino al periodo di massima diffusione del virus. “Ho iniziato immediatamente a perseguitare [le autorità sanitarie locali] per ottenere i tamponi per tutti, anche per gli asintomatici. Il 10 aprile abbiamo ricevuto i primi tamponi per il personale, dopo aver inviato richieste a non finire. Chiedevamo tamponi per ogni caso di febbre ma (le autorità sanitarie locali) non rispondevano mai. Il direttore generale ha ottenuto cinque tamponi intorno a Pasqua”, è la testimonianza della dirigente sanitaria di una Rsa a Milano raccolta nel rapporto.
Inoltre i Dispositivi di protezione (Dpi) non erano disponibili. Secondo i dati dell’Iss pubblicati a maggio 2020, il 77% delle strutture intervistate aveva individuato proprio nella loro assenza una delle mancanze più gravi da dovere risolvere. Le strutture, tranne alcune eccezioni, non disponevano dei sistemi e delle infrastrutture necessarie per isolare in modo efficace gli ospiti contagiati o potenzialmente infetti. La carenza di personale medico, che si stava ammalando, ha ulteriormente indebolito la capacità di intraprendere le misure necessarie per tenere sotto controllo l’infezione e prendersi cura in modo adeguato di un crescente numero di ospiti ammalati.

La chiusura delle strutture non è stata accompagnata da un aumento dei controlli da parte delle autorità competenti che, invece, avrebbero dovuto essere rafforzati. La maggior parte dei dirigenti sanitari e del personale intervistato da Amnesty International ha confermato che le attività ispettive realizzate dalle aziende sanitarie locali sono consistite solo in controlli formali e amministrativi. È mancato un ruolo di controllo effettivo e di maggiore supporto per le strutture per aiutarle a risolvere problemi come la carenza di Dpi e dei tamponi.

Operatori sanitari e familiari dei pazienti anziani hanno raccontato l’impossibilità e gli ostacoli incontrati nei tentativi di far ospedalizzare gli ospiti con Covid-19 o che riportavano sintomi similinfluenzali. In particolare in Lombardia dove a marzo 2020 le autorità regionali hanno adottato una direttiva che indicava come opportuno, per i residenti di età superiore ai 75 anni con Covid-19 o con sintomi a esso riconducibili, di continuare a prestare loro le cure presso le strutture limitandone l’accesso all’ospedale. “Dopo forti insistenze, l’8 maggio mia madre è stata trasferita in ospedale in fin di vita; nella Rsa mi è stato detto ripetutamente che non c’era nulla da fare”, ha raccontato ad Amnesty International la figlia di una residente sopravvissuta al Covid-19 in una Rsa di Milano. “Tuttavia, secondo il medico del pronto soccorso in ospedale, il problema era la setticemia sanguigna, l’insufficienza renale dovuta a disidratazione e malnutrizione. Nel reparto malattie infettive dell’ospedale hanno fatti miracoli e lei ce l’ha fatta. Ora però si è rinchiusa in sé stessa, ha 75 anni ma ha perso 20 anni di vita. Sono morte la metà delle persone nel reparto in cui si trovava mia madre”.

La chiusura delle visite ha comportato per i familiari difficoltà nel reperire informazioni sullo stato di salute dei propri cari. Le famiglie hanno denunciato l’assenza di trasparenza sull’andamento epidemiologico all’interno delle strutture e sulle misure prese per proteggere i propri congiunti. Il prolungato isolamento, la sospensione delle attività ricreative e delle visite hanno causato il deterioramento delle salute fisica e mentale dei residenti anziani. La carenza di personale sanitario durante il picco dell’emergenza avrebbe condotto a una maggiore “incuria” nei confronti degli ospiti: i familiari e gli operatori sanitari hanno denunciato l’impossibilità di dedicare tempo adeguato a ogni ospite e la negligenza nel trattamento riservato ai residenti. L’assenza prolungata di comunicazioni e contatti con i familiari ha portato a un deterioramento delle condizioni del paziente, soprattutto nei casi di patologie come l’Alzheimer e forme di demenza. In alcuni casi gli ospiti avrebbero smesso di nutrirsi e di parlare. Oggi non sarebbero più in grado di riconoscere i parenti in visita o avrebbero perso la capacità di deambulazione a causa dell’interruzione della fisioterapia. In alcuni casi le famiglie hanno segnalato che pazienti affetti da Alzheimer o demenza senile sono stati legati al letto per impedirgli di muoversi nel reparto e facilitare il contagio.

“Alla luce delle conclusioni del rapporto, Amnesty International Italia evidenzia la necessità da parte delle autorità nazionali, regionali e locali di attuare misure adeguate e tempestive per assicurare che la risposta alla pandemia rispetti i diritti umani fondamentali delle persone anziane residenti nelle strutture sociosanitarie e socioassistenziali”, ha spiegato Debora Del Pistoia, campaigner di Amnesty International Italia. L’organizzazione chiede alle autorità di garantire agli ospiti delle case di riposo il diritto al più alto standard di assistenza ottenibile, l’accesso non discriminatorio alle cure e politiche di visita che permettano un contatto regolare con le famiglie. L’organizzazione in difesa dei diritti umani chiede inoltre l’apertura di un’inchiesta pubblica e indipendente che chiarisca le responsabilità e suggerisca misure per affrontare le criticità riscontrate come il miglioramento dei meccanismi di sorveglianza delle strutture e la trasparenza sui dati relativi alla pandemia.

© riproduzione riservata

Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/violato-il-diritto-alla-vita-nelle-rsa-nella-pandemia-la-denuncia-di-amnesty-international/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *