Chi ha paura dei parchi e si oppone alla tutela delle aree naturali da proteggere

Sul promontorio di Portofino in Liguria si alternano ulivi e lecceti, macchia mediterranea e piccoli orti: la presenza del Parco regionale di Portofino, una delle prime aree protette istituite in Italia, contribuisce in maniera determinante a questo equilibrio. Alla ricchezza della costa, non soltanto limitata alla sfera naturale, si contrappone però un entroterra fragile e in spopolamento. La necessità di valorizzare l’area, unita al desiderio di intervenire per tutelare la ricchezza ambientale, ha portato alla proposta di un parco nazionale esteso anche alle aree interne che andasse a sostituire, ampliandolo, il già esistente ente regionale. Il parco è stato istituito dal Parlamento alla fine del 2017 ma in tre anni nulla è successo, la creazione è rimasta sulla carta.

“La legge 394 del 1991 prevede che i parchi nazionali vengano istituiti ‘sentite le Regioni’, il cui parere non è comunque vincolante”, spiega ad Altreconomia Antonio Leverone, già presidente di Wwf Liguria e membro del coordinamento per il Parco nazionale di Portofino. “Manca però un limite di tempo”. Regione Liguria ha “sfruttato” questa lacuna normativa e non si è espressa, in tre anni, su quelli che dovrebbero essere il territorio e i confini del parco. Il parere tuttavia risulta essere essenziale: senza, il ministero dell’Ambiente non può procedere all’istituzione formale dell’area protetta. La vicenda ligure è emblematica: da un lato la legge prevede che la decisione di istituire un parco nazionale spetti allo Stato e sia vincolante -salvo rare eccezioni- anche senza il consenso delle istituzioni territoriali interessate. Dall’altro la stessa norma riconosce la necessità di un confronto con gli enti locali, offrendo strumenti non solo di opposizione ma quasi di boicottaggio.

“La Regione è contraria ai parchi per motivi ideologici e la discussione non viene portata avanti nel merito”, denuncia ancora Leverone. “La Lega è da sempre vicina alle posizioni dei cacciatori”. Sotto la stessa giunta del presidente Giovanni Toti è stata promulgata infatti la legge di “riordino delle aree protette”, che ha tolto ettari ai parchi naturali e ha in buona parte eliminato le aree cuscinetto, provocando l’intervento del ministero dell’Ambiente (che l’ha bloccata).
In Liguria è stato proposto anche lo smantellamento del Parco naturale Montemarcello-Magra-Vara, spiega ad Altreconomia il vicepresidente di Federparchi, Agostino Agostinelli: “Un territorio delicato dove c’è un ente che funziona bene dal punto di vista economico, elemento positivo anche a voler osservare attraverso una logica puramente finanziaria”. È infine della fine di dicembre 2020 la notizia di un nuovo tentativo -attraverso la legge di bilancio ligure- di modifica dei confini delle aree protette: un’iniziativa denunciata come incostituzionale dai Verdi locali e a cui si oppongono anche Legambiente, Italia Nostra, Cai, Lipu e Wwf.

Il coordinamento sta provando ora a muoversi per sbloccare l’impasse e ha elaborato una proposta rivolta al ministero dell’Ambiente insieme all’ex magistrato Ermete Bogetti. Alla base c’è il principio della leale collaborazione tra Stato ed enti locali: la collaborazione deve esistere, innanzitutto, cosa che manca nel caso ligure; e non si può giungere a un’immobilità nella ricerca di tale principio, come ha stabilito anche la Corte costituzionale. “Bisogna tutelare anche il principio di buona amministrazione”, afferma Bogetti. “Abbiamo proposto di fissare un termine per il parere; non siamo però ottimisti, da parte del ministero c’è la volontà di non scontrarsi con la Regione”. Più probabile che sia necessaria una mediazione, secondo Agostinelli, con l’istituzione di un tavolo di confronto tra ministero, Federparchi, enti locali e l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra).

Sebbene Ermete Bogetti parli di una “situazione assurda”, il caso ligure non è un unicum: uno scenario simile si ritrova anche nelle Marche, dove da oltre 30 anni è presente il Parco regionale del Monte Conero. Da tempo il mondo ambientalista locale si batte perché la tutela venga estesa anche al mare con la creazione dell’area marina protetta del Conero che tuteli la zona di fronte al litorale di Ancona, Numana e Sirolo. “Si tratta dell’unica costa a scogliera dell’Adriatico da Venezia al Gargano, con fondali rocciosi sabbiosi dove si trovano vere e proprie foreste marine di alga bruna Cystoseira, ricche di biodiversità -racconta ad Altreconomia Riccardo Picciafuoco, architetto e membro del Comitato per l’area marina protetta del Conero-. Proteggerla è dunque fondamentale, ma finora non è bastata la volontà del ministero dell’Ambiente. I Comuni si sono dichiarati contrari anche alla proposta formulata nel 2020 dall’Ispra senza aree a tutela integrale, ossia con vincoli meno rigidi”. L’avversità dei tre enti sarebbe motivata dalle preoccupazioni legate a vincoli in tema di turismo, pesca sportiva e coltivazione di moscioli, le cozze che si trovano nell’area del Conero. La Regione resta invece per il momento in secondo piano, aspettando che la posizione dei Comuni sia ufficializzata e giustificando la propria attesa con il recente insediamento, per cui non sarebbe possibile conoscere a fondo la situazione.

Il paradosso è che nella situazione attuale l’area “terrestre” è protetta in maniera stringente, con il parco, ma dal punto in cui termina la terraferma finisce anche ogni forma di tutela e vengono meno tutte le regole. “Ora a poche decine di metri da una spiaggia a riserva integrale passano le vongolare, andando a distruggere tutto il fondale” continua Picciafuoco. L’area marina protetta servirebbe quindi anche a completare le misure già in vigore, rendendo possibile una conservazione organica del territorio. “Fino a questo momento nel dibattito sull’istituzione dell’area protetta ha prevalso la disinformazione, purtroppo: gli enti locali pensano che porterebbe soltanto nuovi vincoli e un’ulteriore istituzione da finanziare. Noi crediamo invece che i cittadini, se ben informati, siano favorevoli alla tutela ambientale e vogliamo quindi indire un referendum: è la nostra unica arma”. Difficile che questo interessi tutti e tre i Comuni, l’ipotesi è già stata bocciata in Consiglio regionale, mentre è in programma la raccolta firme per far sì che la consultazione avvenga nella sola Ancona.

I comitati insistono per arrivare alla creazione di un parco anche a costo di richiamare fermamente gli enti locali ma non è sempre una posizione condivisa. “Il rapporto con le istituzioni è fondamentale e un’area protetta deve essere innanzitutto un progetto territoriale”, ricorda ad Altreconomia Vittorio Ducoli, direttore del Parco naturale di Paneveggio in Trentino.  “Devono esserci un sentimento e dei valori condivisi che portino ad un’azione sinergica”. Ducoli vanta una vita tra le aree protette: in passato è stato alla guida del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi sull’Appennino tosco-romagnolo e di quello di Lazio, Abruzzo e Molise. A chi vorrebbe ottenere un risultato senza avere l’appoggio di Comuni e Regione indica il rischio di creare una scatola vuota, un ente senza finanziamenti né funzioni specifiche: “L’istituzione di un soggetto di gestione ‘speciale’ del territorio come un parco avendo alle spalle l’ostilità delle comunità locali porta a volte a un vero e proprio boicottaggio. Alla Regione spetta infatti approvare il piano del parco, con cui si definisce l’azione dell’ente; le risorse legate allo sviluppo agricolo sono poi distribuite a livello regionale e una giunta può decidere di ignorare il parco”. L’istituzione di imperio di un’area protetta andrebbe lasciata come opzione estrema, se esiste la necessità di proteggere una zona a tutti i costi.

Meglio puntare sul coinvolgimento dei Comuni interessati e sulla crescita culturale della popolazione, spiega ancora Ducoli. Soprattutto, è necessario che i parchi siano conosciuti, osserva Paolo Pileri, professore di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano: “La classe politica se ne interessa meno di quanto dovrebbe e fatica a parlare ai cittadini di ecosistema o biodiversità perché va poco a fondo dei concetti. Così però la tutela ambientale diviene sempre più traballante in quanto le persone difendono davvero solo ciò che conoscono”. È necessario allora un cambiamento profondo, che parta dall’informazione e dalla creazione di percorsi che connettano i parchi alle città, ai paesi: Pileri cita l’esempio riuscito della Ruhr nella Germania occidentale, un tempo zona industriale e bacino carbonifero, ora area verde percorsa da sentieri e ciclabili, dove le famiglie trascorrono i fine settimana. Affinché succeda servono però fondi, che invece sono scarsi: 65 milioni di euro ogni anno vengono destinati dallo Stato ai Parchi nazionali, circa 40 milioni arrivano invece a quelli naturali dalle Regioni. Troppo poco per le esigenze delle aree protette, osserva Agostinelli, che aggiunge con ironia: “Non il costo di un caffè al giorno, ce ne basta uno ogni due”.

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/chi-ha-paura-dei-parchi-e-si-oppone-alla-tutela-delle-aree-naturali-da-proteggere/

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