“Boicottate il rally di Dakar”. La protesta contro la detenzione di Louijain al-Hathloul, condannata dopo aver manifestato per il diritto delle donne alla guida in Arabia Saudita

“Boicottate il rally di Dakar”. La protesta contro la detenzione di Louijain al-Hathloul, condannata dopo aver manifestato per il diritto delle donne alla guida in Arabia Saudita

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Attiviste per i diritti delle donne in Arabia Saudita chiedono di boicottare il Rally di Dakar, una delle corse di automobilismo e motociclismo più famose al mondo, che questa settimana dovrebbe passare a poche centinaia di metri dalla prigione di Riyadh’s Al-Ha’ir, dove è detenuta Loujain al-Hathloul.

La donna di 31 anni, una delle maggiori attiviste per i diritti umani del paese, lo scorso dicembre è stata condannata da una corte antiterrorismo di Riad a 5 anni e 8 mesi di carcere con l’accusa di spionaggio e aver cospirato contro il regno. Era stata arrestata a maggio del 2018 mentre, insieme ad altre, manifestava per ottenere il diritto delle donne alla guida dell’automobile. Altre accuse – riporta il Guardian – riguardavano l’adesione a un gruppo su Telegram, dove Hathloul avrebbe discusso di diritti umani e di una nuova costituzione, collaborando con il difensore dei diritti umani Khaled al-Omair, e documenti trovati sul suo computer portatile, tra cui  un file pdf della Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. L’attivista è stata anche accusata di aver parlato con le ambasciate europee del suo caso ogni qual volta il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, avrebbe dovuto visitare quei paesi.

Secondo Amnesty International e altre organizzazioni, in carcere Hathloul ha subito numerose violazioni dei diritti umani tra cui maltrattamenti, torture e violenza sessuale: “Per i primi tre mesi non ha potuto vedere familiari né avvocati. Dal gennaio 2020 è stata posta per diversi periodi in isolamento”.

Anche i genitori di Hathloul – che sono anche i suoi legali – ritengono che la figlia sia stata torturata e abusata sessualmente durante la detenzione, e che le sia stata tolta la possibilità di comunicare per lunghi periodi di tempo. Accuse che le autorità saudite hanno sempre respinto.

«Le attiviste per i diritti delle donne hanno passato anni in prigione, subito torture psicologiche e fisiche e abusi sessuali per aver manifestato per il diritto alla guida. Molte sono ancora in prigione», ha dichiarato Lucy Rae, portavoce di Grant Liberty, organizzazione per la difesa dei diritti umani che fa campagne a favore dei “prigionieri di coscienza” sauditi.

Per questo, ha aggiunto Rae, «è assolutamente grottesco che allo stesso tempo le autorità saudite ospitino un evento di sport che comprende donne guidatrici (ndr, nella competizione sono state ammesse 12 donne), mentre le eroine che hanno ottenuto il diritto di guidare languiscono in prigione». Oltre ad Hathloul, attualmente in carcere si trovano anche Mayaa al-Zahrani, Nouf Abdulaziz al-Jeraiwi e Samar Badawi, tutte e tre impegnate nella campagna per ottenere il diritto alla guida.

Lina al-Hathloul, sorella dell’attivista incarcerata, ha spiegato che nessuno dovrebbe farsi ingannare dai tentativi del regime di ripulire la propria immagine: «I concorrenti potrebbero non saperlo, ma la loro partecipazione alla gara serve per nascondere e mascherare i crimini del paese ospitante. La macchina delle pubbliche relazioni afferma che ospitare eventi sportivi globali è un segno che il paese si sta aprendo, ma la realtà è che a poche centinaia di metri dal percorso mia sorella langue in prigione perché ha manifestato per il diritto delle donne di guidare. L’Arabia Saudita ha bisogno di vere riforme, veri diritti umani, non questa farsa. Essere condannata per il suo attivismo per quelle stesse riforme che il principe ereditario Mohammed bin Salman e il regno saudita pubblicizzano con tanto orgoglio è l’ipocrisia suprema».

“Il fatto che Hathloul sia stata condannata ai sensi della legge antiterrorismo, basata esclusivamente su accuse relative al suo attivismo pacifico, è l’ultima parodia della giustizia in un processo che è stato imperfetto dall’inizio alla fine e privo di prove attendibili in tribunale”, ha commentato Alaa Al-Siddiq, direttore esecutivo del gruppo saudita per i diritti umani ALQST. Mary Lawlor, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei difensori dei diritti umani, ha affermato di trovare inquietante la sentenza, aggiungendo che la difesa dei diritti umani non è terrorismo.

Due anni e 10 mesi della condanna di Hathloul sono stati sospesi dal tribunale, mentre l’inizio della pena detentiva è stato retrodatato, quindi alla trentunenne resterebbero solo due mesi da scontare. Ciononostante, le organizzazioni per i diritti umani hanno definito la sentenza “vergognosa”, denunciando come Hathloul sia stata detenuta per quasi tre anni senza un’accusa formale. La condanna, ha scritto Amnesty International, “dimostra la crudeltà delle autorità saudite verso una delle donne più coraggiose che ha osato parlare a voce alta del suo sogno di un’Arabia Saudita migliore”. Il Ministero degli Esteri francese ha chiesto il suo rilascio immediato e si prevede che altri ministri degli Esteri faranno lo stesso.

In Arabia Saudita le donne hanno ottenuto il diritto alla guida della automobili nel 2018, pochi mesi dopo l’arresto di Hathloul. Il regno ha sempre negato che l’attivista sia stata arrestata per aver manifestato per il diritto delle donne alla guida, accusandola invece di voler danneggiare la famiglia reale. “Il caso sottolinea quanto sia poco consentito il dissenso politico nel paese”, scrive il Guardian.

Immagine in anteprima: foto di Emna Mizouni, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/arabia-saudita-dakar-proteste-donne/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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