“Deplatforming” Trump: la giusta decisione di Facebook e Twitter di bloccare gli account del presidente uscente

“Deplatforming” Trump: la giusta decisione di Facebook e Twitter di bloccare gli account del presidente uscente

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@Fiorellino86 con i suoi 50 follower se incita all’odio, alla violenza e al terrorismo viene bloccata sui social per il mancato rispetto dei termini di servizio. E nessuno si straccerà le vesti per la libertà di espressione di @Fiorellino86. E allora perché se invece lo fa il presidente degli Stati Uniti, che invece di raggiungere un pugno di utenti ne raggiunge milioni, si alza un grido disperato a difesa del suo diritto di odiare, chiamare alla violenza e delegittimare sistematicamente ogni istituto democratico? Davvero risulta incomprensibile il grido di disperazione di chi in queste ore, in seguito a una decisione senza precedenti delle principali piattaforme social, si lamenta perché la stessa regola che si applica a noi comuni mortali è stata finalmente applicata all’uomo più potente sulla faccia della terra.

Prima di affrontare la questione posta da questa ipocrita e ormai davvero insopportabile campagna per la libertà di un rozzo fascista di istigare al terrorismo, proviamo a inquadrare i fatti. Cosa è successo? Andiamo con ordine.

Come ha raccontato Raffaella Menichini su Valigia Blu: “Alla fine la scintilla è scoccataSettimane, mesi, anni di incitamento alla violenza da parte del presidente degli Stati Uniti sono sfociati in un vero tentativo di colpo di Stato. Migliaia di miliziani pro Trump hanno dato l’assalto al palazzo del Congresso, la Capitol Hill di Washington che è il cuore sacro della democrazia americana, mentre all’interno deputati e senatori si apprestavano a una (inutilmente) lunga maratona per certificare la realtà dei fatti: cioè che Joe Biden e Kamala Harris saranno dal 20 gennaio presidente e vice presidente degli Stati Uniti. Una maratona procedurale anche qui provocata dalle infondate pretese di Trump che le elezioni del 3 novembre scorso sono state “rubate” e che dunque in almeno quattro Stati occorreva ascoltare le mozioni di contestazione avanzate da un manipolo di fedelissimi”.

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In queste ore drammatiche Trump ha continuato a diffondere disinformazione, ha continuato a sostenere i “ragazzi orgogliosi” nella lotta contro le elezioni rubate (cosa chiaramente falsa), “Vi amo”, “Siete davvero speciali”, conclude nel video che avrebbe dovuto riportare la calma.

A quel punto Facebook, Instagram e Twitter decidono di bloccare rispettivamente per 24 e 12 ore gli account del presidente uscente. Guy Rosen, Head of integrity di Facebook spiegherà su Twitter: “Abbiamo rimosso il video perché crediamo che contribuisca al rischio di violenza in corso, anziché contenerla”.

Twitter, che intanto ha impedito la possibilità di condividere alcuni tweet di Trump parlando di “rischio di violenza”, avrebbe mantenuto la sospensione anche oltre le 12 ore fino a che Trump non avesse cancellato tre tweet che violavano palesemente le policy della piattaforma (i tre tweet saranno poi rimossi). L’azienda aveva anche avvertito il presidente: se, dopo la sospensione, avesse continuato a violare le policy, l’account sarebbe stato bloccato in maniera permanente. È di ieri notte la decisione in questo senso. YouTube ha rimosso l’indirizzo del video di Trump.

Più tardi, Trump in un tweet che sarà rimosso celebrerà l’attacco con queste parole: “Ricordatevi questo giorno per sempre!”.

Questo il tweet di ieri notte in cui Twitter annuncia di aver preso la decisione di bloccare in maniera permanente l’account @realDonaldTrump

Giovedì 7 gennaio, la decisione ancora più estrema di Facebook: Zuckerberg annuncia in un post su Facebook che la sospensione dell’account sarà a tempo indeterminato almeno fino alla fine del mandato, prevista il 20 gennaio.

“Gli eventi scioccanti delle ultime 24 ore dimostrano chiaramente che il presidente Donald Trump intende utilizzare il tempo che gli rimane in carica per minare la transizione pacifica e legittima del potere al suo successore eletto, Joe Biden. La sua decisione di usare la sua piattaforma per perdonare invece che condannare le azioni dei suoi sostenitori al Campidoglio ha giustamente turbato le persone, sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo. Ieri abbiamo rimosso quelle dichiarazioni perché ritenevamo che il loro effetto – e probabilmente il loro intento – sarebbe stato quello di provocare ulteriori violenze.
A seguito della certificazione dei risultati elettorali da parte del Congresso, la priorità per l’intero Paese deve ora essere quella di garantire che i restanti 13 giorni e quelli successivi all’inaugurazione passino pacificamente e in conformità con le norme democratiche stabilite.
Negli ultimi anni, abbiamo consentito al presidente Trump di utilizzare la nostra piattaforma in modo coerente con le nostre regole, a volte rimuovendo contenuti o etichettando i suoi post quando violano le nostre policy. Lo abbiamo fatto perché crediamo che il pubblico abbia diritto al più ampio accesso possibile ai discorsi politici, anche se controversi. Ma il contesto attuale è ora fondamentalmente diverso, e implica l’uso della nostra piattaforma per incitare un’insurrezione violenta contro un governo democraticamente eletto. Riteniamo che i rischi di consentire al Presidente di continuare a utilizzare il nostro servizio durante questo periodo siano semplicemente troppo grandi. Pertanto, stiamo estendendo il blocco che abbiamo posto ai suoi account Facebook e Instagram a tempo indeterminato e per almeno le prossime due settimane fino al completamento della transizione pacifica del potere”.

Così Donald Trump passerà alla Storia come il primo presidente dal 1932 ad aver perso in un solo colpo la rielezione, la Camera e il Senato e il primo presidente di una democrazia occidentale a essere bloccato da diverse piattaforme social perché considerato pericoloso per la democrazia stessa.

Poco dopo la decisione di Zuckerberg, YouTube ha annunciato che sospenderà temporaneamente tutti gli account che pubblicano menzogne ​​e disinformazione sulle elezioni o sull’attacco al Congresso. I canali che ricevono tre avvertimenti in 90 giorni verranno definitivamente rimossi dalla piattaforma. “Applichiamo in modo coerente le nostre norme e sanzioni, indipendentemente da chi usa la nostra piattaforma”, ha affermato YouTube.

Snapchat ha bloccato il presidente e il servizio di vendita al dettaglio, Shopify, ha espulso i negozi di Trump dalla sua piattaforma. Anche Twitch, la piattaforma di livestreaming di proprietà di Amazon.com, ha disabilitato l’account di Trump. Trump non ha un account su TikTok, ma la piattaforma ha deciso di bannare i video di Trump che incita alla rivolta e di bloccare hashtag come #stormthecapital.

La scelta iniziale di limitare la diffusione dei post o di etichettare tweet e post controversi o falsi è stata criticata da molti perché ritenuta non sufficiente. Inaspettatamente anche figure di rilievo di solito con un approccio problematico rispetto a simili decisioni hanno chiesto di andare fino in fondo. Alex Stamos, ex capo della sicurezza informatica di Facebook, ora professore all’Università di Stanford in California e che si occupa di questioni relative alla tecnologia e alle libertà civili, ha affermato che gli eventi di mercoledì dovrebbero far capire alle aziende tecnologiche che una linea è stata superata.

“Ci sono stati finora buoni argomenti per le società private per non silenziare politici eletti, ma tutti questi argomenti si basano sulla protezione del governo costituzionale. Twitter e Facebook devono chiudere gli account [di Trump]. Non rimangono altre azioni legittime ed etichettare i post non sarà sufficiente”.

Inoltre ci sono molti dubbi sull’efficacia stessa dei tweet o post etichettati, come faceva notare qualche settimana fa Jay Rosen, professore di giornalismo alla New York University:

Secondo Eric Naing, responsabile delle relazioni con i media per l’associazione americana per le libertà civili Muslim Advocates, ha detto: “Facebook, Twitter e YouTube devono chiudere gli account di Donald Trump. Dopo la violenza di oggi all’interno del Campidoglio degli Stati Uniti, è chiaro che gli account social del presidente sono lo strumento più potente al mondo per i nazionalisti bianchi violenti”.

Dello stesso avviso uno dei più importanti e quotati esperti di cultura tecnologica, Casey Newton: “È ora che Facebook, Twitter e YouTube rimuovano Trump”. Sono anni che in molti hanno avanzato questa richiesta. “L’uso e l’abuso di Twitter da parte del presidente – continua Newton – per minacciare la guerra nucleare, attaccare cittadini comuni e minare le elezioni sono stati una caratteristica distintiva del panorama mediatico sin dalla sua campagna del 2016. Twitter ha aiutato e favorito il presidente per anni, inserendolo nella lista degli utenti suggeriti da seguire anche mentre promuoveva la cospirazione del birtherism e diffondeva altre bugie razziste”. Newton, come ricorda lui stesso nella sua newsletter, tempo fa si diceva contrario a questa tipologia di richieste. Ora non più. “Gli americani hanno votato contro un secondo mandato di Trump, ma Trump, invece di accettare questo risultato, ha cercato di ribaltarlo. Incitando la violenta occupazione del Campidoglio degli Stati Uniti, Trump ha rinunciato a qualsiasi legittima pretesa di potere. Tra 14 giorni, salvo catastrofi, lascerà l’incarico. L’unica domanda è quanti danni farà nel frattempo – e sappiamo, sulla base di una lunga esperienza, che i suoi account Twitter e Facebook saranno tra le sue armi principali”.

“Data la posta in gioco qui, se il presidente ha accesso o meno ai suoi account sui social media è una preoccupazione secondaria. Ma mi occupo dell’intersezione tra piattaforme tecnologiche e democrazia, e ciò che le piattaforme possono e dovrebbero fare per la nostra democrazia oggi è tirare finalmente la leva più potente che hanno”. Certamente negare l’accesso alle principali piattaforme a Trump non significherà la fine dell’erosione della democrazia, ma conclude Newton: “Se c’è un lato positivo negli eventi orribili di oggi per la Silicon Valley, è che questi eventi danno a chi gestisce le nostre piattaforme una nuova chiarezza morale sul loro ruolo negli eventi mondiali. “Deplatforming” è un passo da non prendere alla leggera. Ma milioni di persone sono state bloccate per molto meno di quello che ha fatto Trump. È tempo per Facebook, Twitter e YouTube di agire. Bannate Trump ora”.

Ben Thompson, come Casey Newton, fra i più ferventi sostenitori della libertà di espressione, è arrivato alla stessa conclusione, non senza tormenti e difficoltà, come si evince da un post su Stratechery che vale la pena di leggere completamente, dove spiega perché anche lui oggi come Newton pensa che bloccare gli account social di Trump sia la cosa giusta da fare: “Ricordate che la mia massima priorità, anche al di là del rispetto per la democrazia, è l’inviolabilità del liberalismo, perché è il fondamento di detta democrazia. Ciò include il diritto per i privati ​​e le aziende di pensare e agire per se stessi, in particolare quando ritengono di avere una responsabilità morale in tal senso, e la convinzione che nessun altro lo farà. Sì, il rispetto della democrazia è un motivo per non agire su disaccordi politici, non importa quanto orribili possano essere quelle politiche, ma preservare la democrazia è, per definizione, ancora più in alto nella lista delle priorità. Disattivate l’account di Trump”.

Non dimentichiamo che la decisione di Facebook e Twitter di bloccare o sospendere gli account di Trump avviene dopo anni di trattamento con i guanti bianchi, con contorte spiegazioni sul perché gli era permesso di continuare a postare e twittare nonostante le palesi violazioni delle loro policy. Abbiamo letto e ascoltato spiegazioni abbastanza fumose sulla libertà di espressione e sul concetto di “notiziabilità”, mentre le piattaforme cambiavano continuamente le loro stesse regole per giustificare la loro inazione. Ne scrissi tempo fa proprio quando Facebook decise che non avrebbe sottoposto a fact-checking le dichiarazioni dei politici, annunciando inoltre che avrebbe permesso loro di sponsorizzare post e contenuti anche se contengono falsità. Anche Twitter in quelle stesse settimane prese una decisione analoga. Come scrisse Scott Rosenberg su Axios: “Entrambi hanno codificato un sistema a doppio binario per la libertà di espressione: uno per i politici o leader mondiali, uno per tutti gli altri”.

Riporto alcuni passaggi di quello che scrivevo nel 2019:

“Questo ovviamente rende tutto molto confuso, complicato oltre che creare una odiosa disparità di trattamento. Proprio lì dove chi ha più potere di influenza sull’opinione pubblica con le sue affermazioni dovrebbe con maggiore severità osservare le regole che valgono per tutti. Un politico può riprendere una affermazione già identificata come falsa senza nessuna conseguenza, ma un utente normale non può riprendere con un proprio post per esempio quelle stesse false affermazioni da una pubblicità di un politico senza violare le regole di Facebook, anche se può condividere la pubblicità. Dunque entrambe le piattaforme di fatto hanno deciso di dividere i loro utenti in due gruppi e di dare a uno di loro una libertà fondamentalmente più ampia di violare le norme etiche e sociali nei loro post e non essere penalizzati per questo”. Già allora ponevo il problema della trasparenza dell’applicazione dei termini di servizio (Terms of Service – ToS). È chiaro che l’alta discrezionalità dei ToS è un problema da affrontare – come ricorda spesso Bruno Saetta nei suoi lavori per Valigia Blu -, che bisogna discutere di una regolamentazione quadro statale che stabilisca i confini nei quali i ToS si possano muovere, occorrono poi procedure di reclamo effettive etc. etc.: “Negli anni sessanta una discussione simile si avviò in tema di regolamentazione della televisione. Un media che ci illuse di una libertà conquistata, dell’ampliamento della comunicazione e del dialogo. L’illusione si è spenta proprio per l’assenza di un quadro regolatorio adeguato che ha fatto nascere e prosperare pure logiche di mercato. Come con Internet, questo non aveva a che fare con la tecnologia, ma con ciò che siamo e ciò al quale noi diamo priorità. Qualsiasi libertà, ce lo ricorda ancora Rodotà, “ha sempre bisogno di un quadro istituzionale non che la protegga, ma che consenta ad essa di rimanere al riparo dai molti attacchi che alla libertà possono essere portati anche senza una volontà censoria””.

La soluzione, come scrissi allora, non è, per quanto mi riguarda, imporre alle piattaforme la rimozione delle bugie, delle falsità. Qui entriamo in campo minatissimo: “Se non vogliamo che lo Stato possa decidere sui discorsi politici, a maggior ragione non dovremmo volere che una piattaforma privata con oltre due miliardi di utenti possa farlo. Fa sorridere ma anche preoccupare poi che a chiedere a Facebook di intervenire fermando le bugie dei politici, siano gli stessi preoccupati per le dimensioni e lo strapotere della piattaforma. Che fare allora? Per quanto mi riguarda come già detto si dovrebbe partire da un punto fermo: stesse regole per tutti. Non può esserci per i politici una sorta di immunità dalle policy delle piattaforme. “I problemi evidenziati dalle piattaforme (hate speech, fake news, etc…) – spiegava Bruno Saetta – dovrebbero essere risolti a un livello differente, non a livello di responsabilità editoriale. Alimentando la neutralità delle piattaforme, ad esempio. Da un lato va anche bene una autoregolamentazione delle piattaforme, purché le regole siano trasparenti e incentrate sul rispetto dei diritti umani. Dall’altro, però, come ha sostenuto il relatore dell’ONU David Kaye (ndr oggi Kaye non è più relatore ONU per la libertà di espressione), occorre che i legislatori ripensino completamente l’approccio alla regolamentazione delle piattaforme, non imponendo obblighi di filtraggio (che finiscono facilmente nella censura dei più deboli), imponendo trasparenza alle piattaforme, rafforzando l’immunità per le piattaforme rispetto ai contenuti (che favorisce il rispetto dei diritti umani online) e ritagliandosi un ruolo specifico come supporto alla regolamentazione delle piattaforme (autorità indipendenti, meccanismi di reclamo, ecc…)”.

Sulla necessità di concentrarsi, quando parliamo di regolamentare le piattaforme, sulla trasparenza e non sui contenuti, consiglio di leggere questo articolo di Susan Ness su Slate.

Ma questa discussione esula dalla vicenda Trump che è estremamente chiara e lineare. E sinceramente non è possibile affrontare questa battaglia partendo dal blocco degli account del presidente uscente come se fossimo davanti a un attacco alla libertà di espressione. Semplicemente perché l’incitamento alla violenza e al terrorismo e la radicalizzazione degli estremisti anche attraverso una sistematica disinformazione e manipolazione dei fatti – di questo stiamo parlando quando parliamo dell’uso dei social da parte di Trump – non hanno niente a che fare con la libertà di espressione.

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Ieri sulla mia bacheca di Facebook c’è stata una lunga e ricca discussione sulla decisione di Facebook. Riporto, perché centra a mio avviso in modo efficace uno degli aspetti della questione, il commento di Andrea Iannuzzi:”Facebook ha talmente rispettato la “democrazia” (che è un’altra cosa però eh…) da permettere al presidente degli Stati Uniti cose che non avrebbe dovuto permettere (sbagliando, a mio avviso). Facebook è stata accusata di aver manipolato le elezioni in combutta con Cambridge Analytica a favore di Trump. Da anni leggiamo che è tutta colpa dei social. Poi sull’orlo di un golpe Facebook zittisce colui il quale, in preda a deliri, quel golpe può scatenarlo. Ed è ancora colpa di Facebook? Aver sbagliato prima – proprio per non essere accusato di censura – non giustifica che si continui a sbagliare. Poi se volete apriamo il capitolo di chi stabilisce le regole e come si fanno rispettare, ma attenzione a invocare il controllo “istituzionale” delle piattaforme perché dove esiste spesso non è un esempio di libertà (poi come ho già detto penso che il problema delle regole vada posto e affrontato). Ps tutto questo mentre il congresso degli Stati Uniti (un noto consesso liberticida 😊) chiede di destituirlo immediatamente, senza aspettare nemmeno un minuto, come si fa con i dittatori. E il problema è Facebook?”

In un thread su Twitter Fabio Chiusi pone una serie di domande che ben evidenziano falle e aporie di chi oggi in nome della libertà di espressione si dispera per il blocco imposto a Trump: “Mi fate capire che problema ci sarebbe nel fatto che x viene sbattuto fuori da una piattaforma che gli consentirebbe altrimenti di fare proseliti per i suoi propositi violenti? Ancora: mi fate capire cosa c’entra la censura con l’impedire la violenza? E perché le regole che valgono per tutti gli altri per un capo di Stato non dovrebbero valere? Non dovrebbe, un capo di Stato, osservare regole di comportamento più stringenti — non meno — di un comune cittadino, viste le responsabilità che ha? Non conta nulla che la violazione di ogni regola di comportamento (e decenza umana) sia ripetuta e sistematica? E allora che facciamo a fare regole di discussione civile, se proprio per chi dovrebbe esserne un modello non valgono? E ancora: com’è che parliamo di libertà di espressione solo quando riguarda un potente? I cittadini possono venire censurati, oscurati, interdetti a piacimento, ma il problema è farlo per chi — come un capo di Stato — ha mille altri modi per esprimere le sue idee? La nostra idea di libertà di espressione dovrebbe essere la licenza assoluta per i potenti, e le regole per tutti gli altri? Tolleranza con gli intolleranti e intolleranza per tutti gli altri? E questo sarebbe *difendere* la democrazia, o chi la vuole uccidere?”

Sempre Alex Stamos, sentito da Kevin Rose per il New York Times, ha detto: “Non vogliamo che intermediari dell’informazione incredibilmente potenti decidano chi ha il diritto di parola in una democrazia”. “Ma questo ragionamento si basava sul fatto che quella libertà di espressione avveniva nell’ambito di un processo democratico”. Oggi davanti a quello che è accaduto e sta accadendo, davanti alla disinformazione sistematica sulle legittimità dei risultati elettorali, davanti all’attacco al Congresso, voluto e incitato da Trump, davanti a 5 morti in seguito agli scontri, davanti a un atto di sedizione di questa portata il contesto democratico è terribilmente alterato.

Chi si preoccupa per la libertà di espressione di Trump perché non potrà usare i suoi account social e confonde avere un account su Facebook con lo stare online, può stare tranquillo. Stiamo parlando di uno degli uomini più potenti al mondo, che riceve continuamente, 24 ore su 24, una copertura mediatica globale. Trump non avrà alcun problema a trovare il modo di raggiungere i suoi sostenitori anche senza Facebook e Twitter. Come ricorda Kevin Rose ci sono ancora Fox News, Newsmax, OANN e legioni di partigiani pro-Trump disposti a diffondere i suoi messaggi. I giornali e le TV, che hanno a lungo trattato tutto ciò che un presidente dice come intrinsecamente degno di nota e che troppo spesso amplificano la propaganda e la disinformazione senza alcun contrasto e contesto giornalistico, siamo certi, saranno pronti a coprire Trump anche da privato cittadino.

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Come fa notare Stamos: “Perderà la capacità di influenzare la conversazione generale. Ma quando parli di portare avanti un’insurrezione, allora ti serve solo parlare alla tua base”.

Immagine anteprima: Anonimo, licenza Creative Commons Zero

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/deplatforming-trump-facebook-twitter/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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