Triste, la storia di Umar: da profugo a volontario

Da quando alla fine dello scorso dicembre è bruciato il campo profughi di Lipa, nord della Bosnia (ne abbiamo parlato qui Bosnia e quei migranti che sta condannando a morte) si è accesa una luce su una delle rotte migratorie più lunghe e pericolose, quella balcanica. Per troppo tempo una rotta dimenticata. La prima è partita ufficialmente il 25 ottobre del 2015: Grecia, Macedonia, Serbia e Ungheria. Allora furono oltre 800mila i migranti, soprattutto siriani in fuga dalla guerra, che provarono a percorrerla. In molti arrivarono finalmente in Germania per chiedere l’asilo politico. Ma per l’Europa erano “troppi”. Pochi mesi dopo, nel marzo del 2016, Bruxelles sigla un accordo con Ankara per limitarne l’arrivo. Ma i confini sono come un colabrodo quando a far partire le persone è la disperazione.

E infatti i rifugiati in cerca di una nuova casa non smisero di provarci, solo cambiarono la strada. Così dal 2018 si sono venuti a creare altri due percorsi, il primo tra la Grecia, Macedonia, Serbia e Bosnia e l’altro tra Grecia, Albania, Montenegro e Bosnia. Ma una volta arrivati in Bosnia Erzegovina si rimane bloccati. I migranti tentano il “game”, l’espressione che utilizzano per indicare il passaggio tra il confine bosniaco e quello croato, ma vengono scoperti dalla polizia croata, picchiati, torturati, derubati e poi rispediti indietro.I profughi al confine tra la Bosnia e la Croazia non li vuole nessuno. Non li vuole la Bosnia, tantomeno la Croazia che li respinge con violenza mentre l’Europa se ne lava le mani ma rimane con la coscienza sporca. I respingimenti violenti della polizia croata sono una prassi da diversi anni. E la situazione ora è più che mai insostenibile. In pochi riescono a superare il confine.

Umar ce l’ha fatta ad arrivare a Trieste, non senza subire e portarsi addosso le conseguenze fisiche e psicologiche di una violenza inaudita e ingiustificata. «Ho 25 anni. Il Pakistan l’ho lasciato 4 anni fa. La mia famiglia è rimasta lì, ma nel Paese non si sta bene. I miei genitori sono entrambi malati, e ho lasciato anche due sorelle e un fratello. Qui non ho un lavoro, non posso sostenerli, ma la mia famiglia ha venduto l’ultima mucca per dare i soldi a me e provare il game».

Umar vorrebbe diventare un cuoco e «aiutare le persone come sono stato aiutato io». E lui è stato supportato a Trieste dall’associazione Linea d’Ombra odv fondata nell’autunno del 2019 dalla psicoterapeuta Lorena Fornasier e da suo marito Gian Andrea Franchi, professore di filosofia in pensione. Lorena e Gian Andrea, con altri volontari, offrono prima assistenza ai ragazzi che miracolosamente passano il confine con la Croazia ma che sul corpo portano i segni delle torture. «Abbiamo iniziato a medicargli i piedi. Sono tutti giovani e stanchi. Cerchiamo di supportarli un po’ prima che ricomincino il viaggio verso l’Europa del Nord», racconta Lorena.

Umar e Lorena si sono incontrati la prima volta lungo la strada che scende dal confine di Velika Kladusa in Bosnia Erzegovina, dopo che lui era stato catturato, seviziato e respinto dalla polizia croata. Gli avevano tolto le scarpe e lo avevano torturato con una sbarra incandescente scorticandogli la gamba, poi si sono ritrovati a Trieste quando è riuscito a passare il game. «La polizia croata è stata un problema ogni volta che ho provato il game», spiega Umar. «Mi hanno sempre picchiato, rubato il telefono, tolto le scarpe. L’ultima volta mi hanno torturato e minacciato di morte».

Fonte: Vita.it – http://www.vita.it/it/article/2021/01/12/triste-la-storia-di-umar-da-profugo-a-volontario/157945/

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