Uganda alle elezioni fra repressioni e indicibili violenze. La sfida del cantante reggae Bobi Wine al presidente Museveni in carica dal 1986

Uganda alle elezioni fra repressioni e indicibili violenze. La sfida del cantante reggae Bobi Wine al presidente Museveni in carica dal 1986

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Una violenza senza fine. Così l’Uganda si è avvicinata alle elezioni che oggi potrebbero portare a una nuova leadership dopo 35 anni o al sesto mandato consecutivo dell’attuale presidente, Yoweri Museveni.

Le tappe di avvicinamento all’appuntamento elettorale – che vede fronteggiare 11 candidati, tra cui Museveni, 76 anni, e il suo principale avversario, Bobi Wine (il cui vero nome è Robert Kyagulanyi), 38 anni, noto cantante reggae locale ed eletto in parlamento nel 2017 – sono state scandite, infatti, dalla recrudescenza di violenze e repressioni verso gli oppositori dell’attuale establishment e da un clima ostile nei confronti dei mezzi di informazione tali da spingere diverse organizzazioni internazionali a difesa dei diritti umani a chiedere che sia garantito il sereno e corretto esercizio del voto.

via ISPI

Da quando ha annunciato la sua candidatura Wine è stato arrestato più volte (l’ultima volta il 30 dicembre), i suoi comizi sono stati impediti (ufficialmente a causa della pandemia) e, quando si sono svolti, le forze di sicurezza hanno disperso i partecipanti attraverso l’uso di gas lacrimogeni e proiettili di gomma, la sua guardia del corpo è stata uccisa, il suo avvocato – l’attivista e difensore dei diritti umani Nicholas Opiyo – incarcerato, i giornalisti che seguono la sua campagna elettorale privati dell’accredito stampa e in alcune occasioni feriti. Almeno 600 suoi sostenitori sono stati fermati perché, secondo la polizia, avrebbero violato i protocolli contro la diffusione del nuovo coronavirus che vietano i grandi raduni. Anche il copricapo rosso indossato da Wine e dai suoi numerosi attivisti, simbolo dell’opposizione, è stato dichiarato fuori legge.

Il momento più drammatico a novembre, quando più di 50 persone sono state uccise durante una manifestazione in seguito al secondo arresto di Wine in quelli che sono stati definiti i peggiori disordini in Uganda degli ultimi anni. 

Il 7 gennaio, durante una conferenza stampa online, Wine ha annunciato di voler presentare una petizione al tribunale penale internazionale per indagare sugli abusi, le torture e le uccisioni di civili nel paese. La petizione chiama in causa il presidente Museveni, il ministro della Sicurezza, Elly Tumwine, e altri alti funzionari. La conferenza stampa è stata interrotta da un intervento della polizia ma, ha dichiarato Wine su Twitter, la sua battaglia per spodestare il presidente dell’Uganda non si sarebbe fermata: “Oggi hanno arrestato tutti i 23 membri della nostro nuovo team elettorale e hanno sequestrato le nostre auto. Pensavano di averci spezzato la schiena, ma l’onda è inarrestabile”. 

Alcuni giorni dopo, la polizia ha fatto irruzione nell’abitazione di Wine e picchiato due sue guardie del corpo mentre era in corso un’intervista con la radio kenyota Hot 96 FM. «Devo terminare l’intervista perché alcuni soldati stanno picchiando le mie guardie del corpo», afferma a un certo punto Wine alla radio. Il portavoce della polizia di Kampala ha risposto che non si trattava di una perquisizione né di arresti ma «della rimozione di alcuni posti di blocco e della riorganizzazione delle posizioni di sicurezza nei pressi della casa» del cantante e attivista politico.

«Ogni giorno incontriamo militari armati fino ai denti», dice Wine al Guardian. «Lacrimogeni, granate, proiettili, percosse: ci svegliamo la mattina e non sappiamo cosa aspettarci. Devo indossare sempre un giubbotto antiproiettile per proteggermi. Temo per la mia vita e per quella dei miei compagni di lotta. Il regime vuole le nostre vite. Ogni giorno che viviamo è come se fosse l’ultimo».

Non è la prima volta che Wine subisce violenze da quando è diventato membro del parlamento nel 2017, scrive il Washington Post. Un anno dopo la sua elezione, il cantante e leader del movimento “People Power” aveva cercato di curarsi negli Stati Uniti in seguito – aveva detto all’epoca – alle torture subite in carcere dai militari ugandesi. Wine era stato arrestato dopo alcuni scontri durante una manifestazione politica in cui era stato ucciso il suo autista. I funzionari militari non hanno mai commentato le sue affermazioni.

Tutto questo fa presagire che siano davvero poche le probabilità che le elezioni si svolgano in modo pacifico. Anzi, crescono i timori che le violenze possano intensificarsi nel caso in cui l’esito finale dovesse prestarsi a contestazioni. 

«Stiamo pensando di lasciare le città e le nostre abitazioni e di tornare nei villaggi perché abbiamo paura», dice a DW Susan Okedi, residente nella capitale, Kampala, nonostante il portavoce del governo, Ofwono Opondo, abbia recentemente promesso che le «elezioni saranno pacifiche». 

«È possibile evitare la violenza, ma non vedo la volontà delle diverse parti di impedirla. Non è stato fatto nulla per disinnescare la situazione in corso», aggiunge sempre a DW Fred Muhumuza, analista delle politiche di sviluppo e docente presso la School of Economics alla Makerere University in Uganda.

Che Museveni non abbia alcuna intenzione di cedere il potere nonostante i suoi 76 anni e i cinque mandati consecutivi è fuori di dubbio. Nell’aprile 2019, l’attuale presidente dell’Uganda ha modificato la Costituzione facendo abolire il limite di età di 75 anni per il ruolo di presidente in modo da poter correre di nuovo. Già nel 2005 Museveni aveva fatto cambiare la Costituzione eliminando i limiti di mandato per potersi candidare un terza volta. Ora concorre per la sesta volta di seguito. E anche le ultime elezioni da lui presiedute nel 2016 erano state contestate dagli osservatori per le intimidazioni nei confronti degli avversari e le diffuse irregolarità nelle votazioni.

A metà dicembre, le autorità ugandesi hanno chiesto a Google di chiudere 14 canali video su YouTube perché ritenuti collegati alle manifestazioni di novembre in cui sono state uccise oltre 50 persone. Tuttavia, la richiesta non è stata per il momento presa in considerazione dall’azienda statunitense che ha risposto al governo ugandese di non poter rimuovere i contenuti presenti sulla piattaforma se non infrangono le leggi locali o le norme della community. Secondo Quartz Africa, le autorità avrebbero chiesto la rimozione dei 14 canali che avevano trasmesso in streaming comizi o interventi di simpatizzanti di Bobi Wine solo perché apertamente anti-governativi. 

Nel frattempo, Facebook ha chiuso alcuni account fake collegati al governo, creati “per gestire pagine, commentare i contenuti di altre persone, impersonare utenti, ricondividere post in più gruppi per farli apparire più popolari di quanto lo fossero realmente”. La decisione di Facebook sarebbe la prova delle ingerenze straniere nelle elezioni, ha commentato il portavoce del governo Ofwono Opondo. Per rafforzare questa tesi, alcuni funzionari hanno fatto circolare in Rete presunti endorsement del presidente eletto USA Joe Biden e dell’ex presidente Barack Obama nei confronti di Wine, dimostratisi palesemente falsi come evidenzia un fact-checking della BBC. Durante la campagna elettorale, il presidente Museveni ha più volte affermato senza prove che Wine fa (ed è manovrato da) gli interessi di forze straniere, nel tentativo di screditarlo agli occhi della popolazione.

Due giorni prima delle elezioni, come paventato da tanti, il governo ha chiuso i social media e i servizi di messaggistica. L’elenco dei social vietati include Facebook, Twitter, WhatsApp, Signal e Viber. Per Wine si tratta degli ultimi colpi di coda di un governo giunto al capolinea, ma secondo Alex Vines del think tank londinese Chatham House, «tutto questo fa pensare che Museveni vorrà continuare a essere presidente dell’Uganda fino alla sua morte». E pensare che trent’anni fa, ricorda Giovanni Carbone dell’ISPI, l’attuale presidente aveva affermato che “il problema dell’Africa in generale, e dell’Uganda in particolare, non è la gente ma sono i leader che vogliono restare troppo a lungo al potere”.

Lo scontro generazionale tra il vecchio e il bambino

La competizione tra il 76enne Museveni e il 38enne Bobi Wine, un bambino di appena tre anni quando l’attuale presidente dell’Uganda è andato al potere, ha assunto i contorni del più classico degli scontri generazionali. Un fattore, questo, ancora più rilevante in un paese in cui l’età media della popolazione è al di sotto dei 18 anni e due terzi degli elettori registrati per votare hanno meno di 30 anni. Il che significa che per gran parte degli ugandesi, Yoweri Museveni è stato l’unico presidente dell’Uganda che hanno conosciuto.

Dopo aver aiutato a cacciare il despota militare Idi Amin e aver rovesciato il suo successore, Museveni è salito al potere nel 1986 promettendo la democrazia, l’eliminazione della corruzione e la fine della disuguaglianza. Celebrato dall’Occidente come esponente di una nuova generazione di leader africani, Museveni gode ancora oggi di un significativo sostegno popolare nonostante le sue derive autoritarie. 

Durante i suoi cinque mandati, Museveni è stato costantemente sostenuto dagli Stati Uniti: nonostante lo abbiano ammonito in seguito alle accuse di abuso di potere, gli USA donano circa 750 milioni di dollari l’anno in aiuti, inclusi l’addestramento e il sostegno militare, scrive il Washington Post. Inoltre, l’Uganda fornisce migliaia di truppe alla missione dell’Unione africana in Somalia e coopera con le forze addestrate dagli Stati Uniti contro al-Shabab, un gruppo militare legato ad al-Qaeda che controlla parte delle aree rurali del paese.

Per questo motivo, Museveni riscuote credito nell’ambito degli equilibri geopolitici della regione. Inoltre, il suo passato di leader ribelle continua a essere utilizzato per legittimare la sua figura e accusare gli avversari politici di tradimento della società: «Sono ancora il capo dei combattenti della savana», ha detto durante il suo discorso annuale di Capodanno ricordando la ribellione lanciata nel 1971 dalla vicina Tanzania. «Non possiamo permettere che la rivoluzione del popolo venga distrutta da criminali». Laddove i criminali sarebbero Wine e il suo movimento, accusati da Museveni di essere «traditori» che hanno pianificato «un’insurrezione». 

Ma, più che un traditore della nazione, agli occhi dei più giovani, Bobi Wine rappresenta l’occasione per sovvertire una classe politica al potere da troppi decenni, praticamente da quando sono nati, e dare voce a istanze finora taciute. Nel loro immaginario, Wine riveste quella stessa figura di leader ribelle in grado di innescare un ribaltamento dello status quo che Museveni rievoca alla sua generazione.

Se è vero che durante i cinque mandati di Museveni, il tasso di povertà dell’Uganda è sceso da circa il 60% a poco meno del 20%, molti giovani continuano a essere esclusi dalla forza lavoro. A fronte dei circa 700.000 giovani che ogni anno entrano in età da lavoro in Uganda, vengono creati in media appena 75.000 posti di lavoro, osserva la Banca mondiale.

Secondo Wine, Museveni è l’emblema della vecchia guardia che non ha fermato la corruzione dilagante e ha offuscato le speranze di milioni di disoccupati ugandesi, non facendo nulla per migliorare le condizioni dell’80% degli ugandesi tra i 15 e i 29 anni che lavora in nero, con un reddito molto basso e privo di ogni forma di tutela sul lavoro. «Siamo la generazione creata dai fallimenti di Museveni», dice Wine a Time. «Povertà, nessuna possibilità di una buona istruzione, nessuna alternativa a una vita nei ghetti: tutto questo è dovuto alla mancanza di leadership e investimento nei giovani. La corruzione di Museveni sta distruggendo il futuro del nostro paese». E la pandemia ha finito con l’esacerbare le disuguaglianze economiche della nazione, con una crescita del PIL del 2020 prevista tra lo 0,4% e l’1,7%, rispetto al 5,6% nel 2019. 

A favorire l’identificazione dei giovani in Wine anche le umili origini del cantante e attivista politico, cresciuto prima dalla madre single e, dopo la sua morte, dal fratello maggiore. All’inizio Wine si guadagnava da vivere scrivendo canzoni d’amore. Successivamente, ha iniziato a dedicarsi ai temi di giustizia sociale e, in seguito alle proteste dei gruppi per i diritti umani sui testi omofobi (che gli costarono anche il visto per fare un tour nel Regno Unito), si è avvicinato alla comunità LGBT dell’Uganda. Per i suoi slogan e i suoi testi anti-governativi, dal 2018 il governo ha vietato le sue esibizioni sul palco e in onda. A quel punto Wine ha deciso di far sentire la sua voce candidandosi a presidente contro Museveni, scrive Time.

Per le sue origini, Museveni ha definito Wine “The Ghetto President”, ma quella che voleva essere un’offesa politica è finita per diventare un motivo di vanto e immedesimazione. «Questa è una causa generazionale. Sono un ugandese che rappresenta il dolore, la miseria, le aspirazioni e i sogni di milioni di ugandesi. Quello che dico e rappresento è ciò che vogliono milioni di giovani che vivono nei ghetti, disoccupati e universitari», spiega Wine. E così l’attivista politico è diventato “The Ghetto President” anche per i suoi sostenitori, per coloro che sono cresciuti nello stesso slum urbano di Wine e per chi vive in povertà in un paese in cui è più probabile che il potere politico arricchisca i potenti.

«I giovani hanno bisogno di vivere in un paese dove c’è uguaglianza, in cui è possibile andare in ospedali che hanno medicine, dove i bambini vanno a scuola e trovano insegnanti ben pagati», ha dichiarato Wine in un comizio recente. 

Come finirà?

Tuttavia, le cose non sono così nette. Per quanto Wine rappresenti la voce dei giovani, non significa che tutti lo voteranno. Anzi, alcuni vedono in lui una fonte di destabilizzazione degli equilibri nella regione dei Grandi Laghi (che comprende anche Burundi, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo) e poca esperienza per poter guidare un paese.

In assenza di sondaggi affidabili, l’opinione comune è che Museveni goda di un solido sostegno tra gli anziani ugandesi in alcune aree rurali e che la sua rielezione non sia a rischio. Anche se Wine ha sorpreso le autorità attirando, comunque, enormi folle anche lontano dai contesti urbani e smontando così l’idea che rappresenti solo i poveri delle città.

In ogni caso, scrive il Guardian, Museveni può contare sulla lealtà di individui e istituzioni che hanno beneficiato del suo governo per decenni, sulle forze di sicurezza e gran parte della burocrazia. Decenni di potere gli hanno permesso di costruire reti profonde di clientelismo. «Per questo motivo, ci sono molte persone in Uganda che continuano ad affermare che Museveni e il suo Movimento di resistenza nazionale sono un’occasione per il futuro», commenta Godber Tumushabe, direttore esecutivo del Great Lakes Institute for Strategic Studies di Kampala. «”Controllano le risorse statali, controllano i posti di lavoro, e quindi se voto per il NMR, è probabile che otterrò qualcosa per me”, è il ragionamento che fanno».

Un ruolo determinante lo avranno anche le tattiche repressive delle forze di sicurezza. «La violenza e il terrore sembrano aumentare a ogni elezione. Questa volta siamo stati testimoni di violenze indicibili. Diventa sempre peggio di giorno in giorno», ha commentato Kizza Besigye, un leader di lunga data dell’opposizione che ha sfidato Museveni in quattro elezioni.

Inoltre, spiega Ap, molti in Uganda credono che un cambio di regime sia improbabile senza il coinvolgimento dei militari. Dopo i disordini di novembre, Museveni ha cambiato la leadership delle forze di sicurezza.

«Museveni non cederà il potere su un piatto d’argento a nessuno», avverte Helen Epstein, professoressa di diritti umani al Bard College e autrice di “Another Fine Mess: America, Uganda and the War on Terror”. «L’Uganda è davvero uno dei paesi più repressivi al mondo».

Tuttavia, nonostante l’intensificarsi delle violenze negli ultimi mesi e il timore che le elezioni non si svolgano in modo pacifico, sollevato sia da un gruppo indipendente di esperti di diritti umani delle Nazioni Unite che da Amnesty International, non è previsto l’invio di osservatori internazionali né da parte degli Stati Uniti né dall’Unione Europea. «Senza osservatori, in particolare ugandesi che devono rispondere ai loro concittadini, le elezioni in Uganda non avranno quella trasparenza che le missioni di osservazione forniscono”, ha commentato l’ambasciata degli Stati Uniti in Uganda. Una coalizione che rappresenta centinaia di organizzazioni della società civile ugandese ha dichiarato che sono state accettate solo 10 richieste di accreditamento sulle 1.900 presentate. Il portavoce di Museveni, Don Wanyama, ha detto che l’Unione Africana e la Comunità dell’Africa Orientale avrebbero inviato degli osservatori e ha aggiunto ironicamente di non riuscire a ricordare quando è stata l’ultima volta in cui l’Uganda ha inviato propri osservatori per monitorare il voto negli Stati Uniti.

In un discorso televisivo, il presidente Museveni ha detto che l’Uganda non accetta lezioni da nessuno sulla gestione delle elezioni. 

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha invitato le autorità ugandesi, in particolare le forze di sicurezza, a rispettare i diritti umani in vista delle elezioni presidenziali. 

Alcuni ugandesi hanno chiesto l’annullamento del voto, Wine ha detto che il suo partito cercherà di garantire che il voto si svolga in sicurezza e di far di tutto per prevenire eventuali brogli monitorando il conteggio dei voti. Questo potrebbe portare a un confronto con le forze di sicurezza che già in passato avevano tentato di impedire il controllo dei risultati delle elezioni.

Immagine in anteprima: frame video Reuters

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/uganda-elezioni-violenze/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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