L’Olocausto, la memoria, la conoscenza storica

26 Gen L’Olocausto, la memoria, la conoscenza storica

26 Gennaio 2021

L’offesa della memoria. Così Primo Levi ha titolato il primo capitolo de I sommersi e i salvati. Un punto di partenza necessario, in cui l’autore, tornato salvato dall’esperienza dei campi di sterminio nazifascisti, dà corpo a una riflessione troppo frettolosamente messa ai margini del discorso pubblico sulla memoria e codifica dieci punti nient’affatto secondari per la sua definizione.
A distanza di decenni, nel profluvio di giornate più o meno ufficiali, spesso celebrate per questo o quell’opportunismo politico, la memoria ha risentito troppo poco infatti dell’influsso critico di Levi, a vantaggio di una scelta prettamente retorica, dove l’elemento simbolico e celebrativo, al limite del rituale, spesso riduce a zero il dibattito storico.
A margine della Giornata della Memoria, abbiamo voluto parlarne con Valentina Pisanty, semiologa, docente dell’Università di Bergamo, che sul tema ha scritto diversi testi. Ultimo in ordine di tempo I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe, edito a inizio 2020 per i tipi di Bompiani.
Prima di intervistarla, vale però la pena ricordarli i dieci punti di Levi, come elemento di discussione in più. Si tratta di poche parole, qualche domanda, riflessioni in nuce “memoria fallace”; “ricordi si cancellano con gli anni/si modificano”; “l’esercizio del ricordo mantiene, ma fissa il ricordo, lo rende uno stereotipo”; “il ricordo d’un trauma è per definizione traumatico”; “chi è stato torturato, non uscirà mai da quella condizione”; “sia i carnefici, sia le vittime, nella loro dimensione di sopravvissuti hanno bisogno di rifugio, di difesa”; “di un carnefice conta tantissimo sapere le motivazioni (perché?) e le giustificazioni (quanta consapevolezza?)”; “di un fatto è importante che cosa si racconta dopo, come lo si racconta, le passioni che abbiamo avuto”; “come ci si difende dall’invasione di memorie?”; “che cos’è l’organizzazione scritta della memoria?”

Valentina Pisanty, che memoria è la memoria odierna?
“È una memoria che si definisce collettiva, usata come strumento pedagogico, finalizzata a creare un’identità che sia unificante ma che viceversa si fonda sulle testimonianze dei testimoni, che sono per lo più le vittime. Una memoria impostata nei primi anni Novanta quando, con la caduta del muro di Berlino e la fine delle grandi utopie rivoluzionarie, nasce a livello sovrannazionale l’esigenza di dar vita a un senso di identità collettiva che accomuni società fino a quel momento diametralmente opposte dal punto di vista ideologico e dell’organizzazione socio-politica e fisicamente divise. La memoria della Shoah risponde perfettamente a questo canone: parte dalla testimonianza dei sopravvissuti e intorno a queste genera una memoria fondata sulle vittime e sul loro trauma. Diventa centrale soprattutto la dicotomia vittima/carnefice e su questa si imposta il dibattito, poi allargato anche ad altri eventi storici, ad altre memorie. Si perde il filtro della valutazione critica, fondando tutto sulla narrazione individuale, che, spesso a suo scapito, è quella del testimone. La retorica della memoria punta infatti a feticizzare le vittime, a sacralizzarle. E con la sacralizzazione entra in campo anche la questione della banalizzazione: perché la memoria dei deportati divenga una memoria condivisa è necessario svuotarla dei suoi contenuti storici, nazionali e particolari, il che la rende più facilmente assimilabile, applicabile anche ad altri eventi, facile alla commemorazione e commercializzabile. In una parola: spendibile. Questo processo viene messo in atto da quelli che ho definito i sacralizzatori, coloro che gestiscono la memoria in maniera proprietaria, gelosa, ritenendosene i detentori assoluti”.

Ma questo non rischia di generare il paradosso di farne degli esseri meno umani, espulsi di fatto dalla Storia di cui vorrebbero essere, appunto, testimoni?
“È un rischio che, va detto chiaramente, non è incoraggiato dai testimoni a cui è stato attribuito un peso simbolico che è gravoso e difficile da sostenere. Le vittime, per definizione, in quanto vittime hanno subito gli eventi traumatici della Storia perché non sono state messe nelle condizioni di scegliere e, dunque, di agire. Il loro ricordo degli eventi, la loro memoria, è condizionata dal trauma. Lo diceva anche Primo Levi, che il racconto di un trauma è traumatico e che dunque anche il ricordo può esserne alterato. Eppure, per compensazione li si investe del ruolo ingrato di riempire il vuoto di senso in cui avvertiamo di trovarci, dando alle singole storie elementi di universalismo che non possono avere e attribuendo a chi le ha vissute personalmente una sorta di alone di infallibilità che va al di là del loro racconto e spesso anche delle conoscenze. Ecco allora che fine della memoria diventa non la conoscenza storica, ma la riproduzione della memoria in sé, che si scorpora dai fatti e perde di vista quello che è l’obiettivo. Questo è il vulnus e qui sta la fallibilità dell’usurata teoria che vuole per non dimenticare = mai più. Non esistono prove che la sola azione del ricordo prevenga dal suo ripetersi: sia nelle stesse forme o in forme diverse. Non è un caso che negli ultimi trent’anni sono risorte idee xenofobe o apertamente fasciste, che si rifanno a quelle vecchie ideologie di terrore che lo sterminio l’hanno voluto e messo in pratica. Molto spesso queste formazioni, composte anche di negazionisti dell’Olocausto, si sono inserite in questa estetica celebrativa della memoria e ne hanno tratto anzi parte del loro consenso usandone anche gli stessi metodi. E l’hanno fatto ancora più evidentemente in quei Paesi occidentali che sono stati i principali promotori di questo tipo di memoria”.

Non è una narrazione debole quella di una memoria fondata sui testimoni? Che cosa accadrà quando non ci saranno più?
La Storia è pubblica, la memoria personale: per questo è uno strumento debole. La testimonianza è soltanto una delle molte fonti delle storiche, non l’unica. Alla scomparsa dei testimoni accadrà quello che è accaduto per ogni evento storico: gli storici attingeranno ad altre fonti che permetteranno la scrittura dei fatti e il loro inquadramento. In definitiva se ancora continuiamo ad aggiornare le nostre conoscenze storiche sul passato è proprio grazie a queste narrazioni che prescindono il racconto della singola posizione personale”.

Tutto questo detto fin qui ci parla dell’abuso di memoria, di cui lei ha parlato in un suo libro. Ma c’è un’altra parola del suo ragionamento che vale la pena approfondire: guardiani. Lei parla di guardiani della memoria. Chi sono?
“È un titolo che molte volte va per auto-attribuzione: persone, istituzioni, enti, associazioni, si autoproclamano guardiani della memoria. È un concetto pericoloso perché contiene in sé l’idea che una certa area sensibile della trasmissione della conoscenza collettiva vada perimetrata, chiusa, recintata onde evitare penetrazioni di soggetti esterni. I guardiani sono coloro i quali, dall’alto, stabiliscono di essere gli unici in grado di dire chi può e come si fa a tramandare la memoria. Fissano regole, che non possono essere messe in discussione: fanno della memoria un rito celebrativo che si può rappresentare solo in date maniere e a date condizioni. C’è quindi una giusta memoria e una memoria sbagliata, un irrigidimento di posizione che crea campi contrapposti in cui l’avversario è chi non ricorda”.

(piero ferrante)

Fonte: Gruppo Abele – https://www.gruppoabele.org/lolocausto-la-memoria-la-conoscenza-storica/

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