“Vorrei vedere Facebook difendere la libertà di espressione in Rete per tutti”

“Vorrei vedere Facebook difendere la libertà di espressione in Rete per tutti”

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di Jeff Jarvis* – professore di Journalism Innovation della Craig Newmark Graduate School of Journalism alla City University di New York.

Facebook ha deciso di chiedere al suo Oversight Board, il Comitato di controllo sui suoi contenuti da poco insediato, di pronunciarsi sulla sospensione di durata indefinita dell’account di Donald Trump. Il Comitato assumerà una decisione vincolante sul caso, comunicando a Facebook se il provvedimento sia giusto o sbagliato, e Facebook e Instagram dovranno rispettarla. Trump sarà libero di presentare una dichiarazione al Comitato entro due settimane.

Sebbene la questione riguardi specificamente Trump, avrà un impatto indubbiamente più ampio poiché altri esponenti governativi – in Germania, UE, Regno Unito e, in maniera più preoccupante, in Polonia – si lamentano del fatto che le piattaforme possano sospendere gli account dei capi di Stato. Personalmente sono anch’io preoccupato – anzi, di più – ma di quei governi che pensano di poter o dover obbligare chiunque, piattaforme o editori, a pubblicare i contenuti dei governi stessi e dei capi di Stato.

Con questa mossa, Facebook ha sicuramente alzato la posta con il Comitato di controllo. I primi casi scelti dall’organo, tra quelli degli utenti e quelli segnalati da Facebook, sono poco chiari. Non mi sorprende. Tutti i soggetti coinvolti volevano mettere alla prova questa nuova istituzione e vedere come avrebbe lavorato. La questione Trump contro Facebook, però, rappresenta il caso dei casi. A giugno scorso, prima che il Comitato fosse pienamente operativo, ho sollecitato Mark Zuckerberg a consultarlo sulla questione Trump. Sono contento che Facebook lo stia facendo adesso.

Quando da Facebook mi hanno annunciato questa mossa hanno spiegato che l’azienda riteneva di aver fatto la cosa giusta sospendendo Trump. E sono d’accordo. Ma allora perché rivolgersi al Comitato? Perché mi hanno detto di aver riconosciuto che si tratta di una decisione importante presa all’interno di una società e di aver capito la necessità di avere un punto di vista e un’attendibilità più ampi. Il vicepresidente di Facebook per gli affari globali e la comunicazione (ed ex vice primo ministro del Regno Unito) Nick Clegg ha dichiarato:

“La nostra decisione di sospendere l’accesso dell’allora presidente Trump è stata presa in circostanze straordinarie: un presidente degli Stati Uniti che fomentava attivamente un’insurrezione violenta progettata per ostacolare la transizione pacifica dei poteri, cinque persone morte, parlamentari in fuga dalla sede della democrazia. Non era mai successo prima e speriamo che non accada mai più. È stata una serie di eventi senza precedenti che richiedeva un’azione senza precedenti.

Nel prendere questa decisione, la nostra priorità era assistere a una trasferimento pacifico dei poteri. Per questo, annunciando la sospensione il 7 gennaio, abbiamo detto che sarebbe stata indefinita e di almeno due settimane. Ora, dopo che c’è stata l’inaugurazione, la stiamo deferendo al Comitato di controllo.”

I rischi sono tanti. Gli scettici di Facebook onnipresenti sui media probabilmente accuseranno Facebook di essersela svignata nonostante abbia già preso una decisione difficile. I governi useranno qualsiasi cosa venga detta per alimentare le paure.

Permettetemi, un attimo, di alimentare quelle che sono le mie paure: non voglio una società in cui un governo possa vietare la possibilità delle piattaforme di scegliere cosa fare e cosa non pubblicare (esattamente quello che la Polonia sta progettando). Le parole obbligate non sono libertà di parola! Non credo che le piattaforme siano media – e questa è un’altra storia – ma se per il momento affermiamo che sono simili, possiamo riuscire a immaginare un governo di un paese libero e illuminato che entra nell’ufficio di un editore (di Washington Post, Guardian, BBC, Die Zeit, El Pais, Le Monde, Gazeta Wyborcza) per intimare che il giornale debba riportare le parole di un funzionario (o, come accaduto in Italia, di un fascista)? Spero che gli europei, in particolar modo, capiscano perché questa idea, questo precedente nella storia è pericoloso.

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Sono anche preoccupato che nel cercare che altri – il Comitato di controllo, i legislatori o le autorità di regolamentazione – prendano decisioni, Facebook si stia impegnando per portare il regolatore dalla propria parte. Clegg ammette: “Che si ritenga che la decisione sia giustificata o meno, molte persone sono comprensibilmente a disagio all’idea che aziende tech abbiano il potere di bannare leader eletti. Molti sostengono che le società private come Facebook non dovrebbero prendere decisioni simili in autonomia. Noi siamo d’accordo”. Facebook può permettersi di affrontare le sfide legali lanciate dai governi; i nuovi, piccoli soggetti presenti in rete non possono. Vorrei vedere Facebook difendere la libertà di espressione in Rete per tutti.

In questo processo, spero che Facebook decida di essere più aperto e trasparente possibile. Innanzitutto, vorrei sapere come hanno preso la decisione di sospendere Trump. Vorrei leggere i dati sull’impatto che le parole incendiarie e insurrezionaliste di Trump hanno avuto sugli utenti. Vorrei sapere se hanno capito e discusso le questioni chiave. Mi piace pensare che abbiano ascoltato esperti e punti di vista diversi – specialmente quelli degli studiosi che fanno ricerche su questi argomenti – esterni all’azienda. Vorrei che dimostrino di aver fatto tutto questo. Non è sufficiente che Facebook passi al Comitato di controllo una patata bollente “binaria”: Trump online? Trump offline? È una questione delicata e difficile. Spero che il Comitato di controllo la veda in questo modo e prenda una decisione che tenga conto delle molte domande che il caso solleva.

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Facebook sta vincolando se stesso a seguire quanto il Comitato stabilirà su Trump. Il caso è circoscritto. Bene. Ciò che è più importante della decisione è la discussione. Quali precedenti saranno definiti per situazioni analoghe in altri paesi? La scorsa settimana un giornalista mi ha contattato per discutere se la decisione di Trump costituisca un precedente per bannare l’Ayatollah Khamenei a causa delle violazioni dei diritti umani in Iran. Questa stessa discussione dovrebbe essere fatta per le Filippine – la mia amica Maria Ressa può confermarlo – Myanmar, Turchia e altrove. Le piattaforme non devono diventare organi di stampa dei governi, a maggior ragione di quelli autocrati e tiranni.

Twitter è stato trasparente con i media sul processo che lo ha portato a bannare Trump, basta leggere gli articoli pubblicati su Washington Post e New York Times. Ho incontrato la responsabile degli affari globali dell’azienda, Vijaya Gadde, così come Jack Dorsey e il personale della società che lavora per la sicurezza, e sono rimasto colpito dalla buona volontà e dal buon senso. Più sento parlare del processo decisionale, più aumenta la mia fiducia. Lo stesso vale per qualsiasi azienda tech. Penso che Facebook, Twitter, Google – come ogni attività giornalistica – debbano stabilire accordi, dichiarazioni d’intenti, convenzioni (chiamatele come volete) con il pubblico ed essere chiamati a risponderne attraverso la trasparenza (ho fatto parte di un gruppo di lavoro che ha proposto un quadro normativo e legale proprio con questo obiettivo).

Internet è, finalmente, l’organo di stampa dei cittadini, specialmente di quelli non ascoltati dai media da troppo tempo. È la nostra “stampa”. Quando ne abusiamo – sia come cittadini che come capi di Stato – le piattaforme hanno il diritto e la responsabilità di moderarci (questo è il motivo per cui sono un convinto sostenitore della Sezione 230) ma i governi non dovrebbero controllare le nostre parole (ecco perché sono un assolutista del Primo Emendamento).

Si tratta effettivamente di grandi questioni mentre stiamo decidendo insieme quali standard la Rete – Facebook, Twitter, Google nello specifico, ma Internet e la società nel suo insieme – dovrebbe stabilire in relazione alla libertà di parola e al potere. Più discussioni facciamo su questi argomenti, meglio è. La nostra società sta imparando di nuovo a conversare con se stessa, dopo mezzo millennio in balia di Gutenberg (il libro che sto scrivendo tratterà questo argomento). E non accadrà velocemente.

Il Comitato ha 90 giorni per decidere.

Disclosure: Facebook ha finanziato attività nella mia scuola su giornalismo e disinformazione. Personalmente non ho mai ricevuto nulla da nessuna piattaforma.

*Articolo pubblicato su Medium e tradotto in italiano con l’autorizzazione dell’autore

Immagine anteprima via www.shopcatalog.com  sotto licenza CC BY 2.0

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/facebook-trump-liberta-espressione/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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