Nasce a Brescia il “Manifesto costituente”. Pagliarulo: “Un laboratorio del cambiamento”

MANIFESTO COSTITUENTE BRESCIA

Brescia propone un modello di rete e di laboratorio politico

PREMESSA

L’attuale pandemia è un evento storico che può avere esiti perniciosi: crisi economica, aumento delle disuguaglianze, sospensione delle libertà individuali, soluzioni politiche autoritarie. È anche vero, però, che proprio in questi momenti di passaggio si possono aprire possibilità che si dovrebbero e potrebbero cogliere.

Il rischio che molti avvertono come già realtà è che nulla cambi e che il mondo della politica e dell’economia proceda come nulla fosse successo, nell’afasia di chi potrebbe e dovrebbe fare proposte di cambiamento e nel vociare scomposto di chi confonde protagonismo personale e campagne di odio con progetti di egemonia.

Esistono complesse e articolate elaborazioni politiche da parte di università e centri studi, ma rimangono confinate nelle accademie e poco incidono nelle scelte dei partiti, sempre troppo impegnati a governare l’emergenza momentanea per gestire un progetto a lungo termine di maggiore equità sociale e minore impatto ambientale. Occorre allora ripartire dai movimenti per ritornare a ripopolare le piazze (Covid permettendo).

Il riferimento ai valori costituzionali e alla Resistenza è essenziale per porsi all’interno di una prospettiva politica chiaramente identificabile, ma oggi non basta perché occorrono proposte che coagulino lo scontento e lo elaborino in progetto, in parole d’ordine aggreganti che si impongano anche in Parlamento e possano indirizzare le scelte dei partiti.

C’è un bisogno diffuso di:

– dare la speranza al vasto, magmatico e disperso popolo antifascista di poter incidere sulle scelte future del Paese con proposte condivise, elaborate e discusse

– mobilitare associazioni e organizzazioni, intellettuali per l’elaborazione di una piattaforma programmatica di rivendicazioni che impegnino le forze politiche e i movimenti e che abbia al centro l’obiettivo, non più rinviabile, della sostenibilità ambientale e sociale

– non disperdere la possibilità di questa ripartenza perché avvenga nella discontinuità con gli errori del passato e nella continuità con i valori fondativi della nostra democrazia.

CHE COSA

L’obiettivo è la stesura di un manifesto costituente per la ricostruzione post-Covid come risultato di una mobilitazione di pensiero e di elaborazione politica coordinata dall’Anpi con l’apporto delle diverse realtà che si riuscirà a coinvolgere.

Il manifesto avrà alle spalle possibilmente studi specifici nei diversi settori strategici e produrrà una sintesi con parole d’ordine chiare e riconoscibili, capaci di aggregare tutti i soggetti interessati e dialogare con le forze politiche istituzionali per aggiornare agende e indicare soluzioni.

Chi lo stenderà saranno le diverse realtà associative del territorio chiamate a un lavoro di confronto, di dialogo e di sintesi sui temi a loro più congeniali per una grande manifestazione cittadina il 25 giugno 2021, 75° anniversario dell’inizio dei lavori dell’Assemblea Costituente.

CONCLUSIONI DEL PRESIDENTE NAZIONALE ANPI GIANFRANCO PAGLIARULO ALLA PRESENTAZIONE DEL PROGETTO “MANIFESTO COSTITUENTE BRESCIA” – 30/1/2021

Che dirvi, care amiche e cari amici? Che siete brave e bravi! Il 4 dicembre abbiamo lanciato a livello nazionale come ANPI la proposta di una grande alleanza democratica e antifascista e abbiamo riscontrato la piena condivisione e partecipazione di un vastissimo arco di forze democratiche di varia natura, con varie competenze, varie sensibilità e varie finalità. Pensavamo che questa idea avrebbe avuto senso solo se si fosse incarnata in una serie di analoghe proposte locali, di iniziative locali, di programmi locali.

Il 16 gennaio abbiamo reso pubblico l’appello di questa alleanza, rete, lega, chiamatela come volete, un appello che si chiama “Uniamoci per salvare l’Italia” e continua con “Uniamoci per cambiare l’Italia”. Perché non si salva se non si cambia. Nell’appello era scritto fra l’altro: “Questo è il messaggio che intendiamo portare ovunque sul territorio, affinché si trasformi in una inedita, pacifica e potente mobilitazione nazionale”.

Quando il presidente provinciale dell’Anpi di Brescia, il carissimo Lucio Pedroni, mi ha proposto di partecipare a questa iniziativa, ho accettato con piacere, ma non vi nascondo che leggendo le vostre idee, le vostre proposte e i vostri programmi ho provato davvero una emozione, perché ho trovato piena sintonia con lo spirito dell’appello nazionale. Non interessa la lettera, mi interessa lo spirito; non interessa che vengano copiate le sigle nazionali; ciò che conta è che voi abbiate proposto un modello di rete a misura di Brescia, delle sue realtà, dei suoi problemi, dei suoi drammi e delle sue speranze. Brescia come un laboratorio del cambiamento.

In un’altra circostanza, per molti aspetti imparagonabile, l’immediato dopoguerra, in Italia ci si trovò nell’urgenza di riconoscersi come comunità nazionale e perciò di rinascere dopo gli orrori del nazifascismo e della guerra. Prevalse per fortuna lo spirito costituente e da quello spirito incarnato nei membri dell’Assemblea Costituente, nacque la Carta. E il seme era stato gettato prima dal Comitato di Liberazione Nazionale, cioè dalla prima cellula unitaria della Repubblica.

Quella carta fu figlia di quella storia e tracciò allora la strada maestra. Eppure tante di quelle promesse rimasero disattese. Se posso pensare ad una Costituzione che parla, che oggi ci parla, immagino che ci dica: “Avete visto? Non mi avete pienamente applicato! Ma non è mai troppo tardi. Questo è il momento della svolta, questo è il compito che vi assegno”! E dico compito perché proprio lei, la Carta, ci spiega all’art. 3, come sapete, che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

In queste parole c’è un carattere obbligatorio, direi coercitivo (“è compito”), ci sono gli strumenti essenziali (“rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale”), c’è la missione ultima (“la libertà e l’eguaglianza dei cittadini” e “il pieno sviluppo della persona umana”), c’è il lavoro come fondamento del sistema democratico (“l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori”).

Come viene descritta l’umanità in quell’articolo? In tre modi: cittadini, persone, lavoratori. Tre parole che sintetizzano il punto di contatto e di virtuosa con-fusione, o – se volete – di alleanza, in quel momento storico, di tre grandi filoni di pensiero: il filone socialista e comunista, il filone liberaldemocratico, il filone cattolico. Lavoratori, cittadini, persone. Non c’è in quel comma la parola individui, che oggi si sovrappone e nasconde le altre tre parole. Cos’è l’individuo, se non la persona, il cittadino, il lavoratore, spogliato della sua essenza, cioè dei suoi rapporti umani, del suo essere sociale, in ultima analisi della sua umanità? La persona è il cittadino e il lavoratore. Molti individui fanno una somma di individui. Molte persone fanno una comunità.

Per questo nella nostra proposta abbiamo scritto di un’alleanza per la persona, il lavoro, la socialità. Se capovolgo i termini, trovo l’individuo, il businnes, la solitudine sociale.

C’è nel tempo che viviamo una condizione per così dire nuova, che è via via cresciuta durante il primo ventennio di questo secolo: la solitudine sociale. Pensiamo all’esercito di solitudini disperate a cui assistiamo in qualsiasi città: migranti, clochard, o semplicemente poverissimi. E si è soli quando non si sa quale futuro ci si aspetta, si è soli quando non riesci a combinare il pranzo con la cena, si è soli quando, ragazzo, non hai un luogo che non sia il bar o il muretto dove comunicare con altri ragazzi. Si è soli quando pensi che la società, la repubblica, ti abbia abbandonato. Forse si è soli se si riduce il rapporto con l’altro alla chat, al twitt, al post. E cosa può pensare quel ragazzo se non di vivere un mondo di solitudini? Con la pandemia si è stati e si è costretti a morire soli ed solo chi sopravvive al congiunto perché non può neppure donargli un saluto o una carezza.

È vero quello che scrivete: c’è bisogno diffuso di dare la speranza, di mobilitare associazioni, organizzazioni, intellettuali, di ripartire in discontinuità col recente passato ma in continuità radicale con le fondamenta della nostra democrazia, cioè con la Costituzione.

Davanti allo sfascio che ci circonda e ai reali pericoli di una precipitazione della situazione del Paese, davanti, per essere chiari, ad una disperazione sociale che porta tante persone all’illusione che ci voglia “l’uomo forte”, ci sono davvero dei pericoli per la tenuta democratica. Ma l’antidoto c’è, ed è quella gigantesca forza di associazioni, volontariato, movimenti, sindacati, anche pezzi importanti di istituzioni – penso per esempio a tanti sindaci – e tanto altro nel mondo della società, della politica, dell’economia, della cultura. Il problema è che questo vasto mondo non è connesso. Non è in rete. È una grande potenza, ma non è ancora un atto. Noi dobbiamo trasformare questa potenza in atto, voi dovete trasformare questa potenza in atto.

Questa è la forza maggiore per una grande riforma intellettuale e morale, per usare una frase molto impegnativa, una riforma che presuppone la centralità dei saperi e del pensiero critico e che porti a cambiamenti profondi non solo nel mondo della cultura e della formazione, cosa essenziale, ma in primo luogo nel modello di sviluppo economico del nostro Paese che ha clamorosamente fallito.

Perché quel modello ha fallito? Vediamo l’Italia degli anni duemila (ma a ben vedere anche un po’ prima): È tornata e si è estesa la povertà, è aumentato in modo sproporzionato l’indice delle diseguaglianze, si è bloccato il mitico ascensore sociale, per non parlare della sanità, della scuola, della giustizia, della legalità e così via. Ad antichi e irrisolti problemi, come la questione meridionale, se ne sono aggiunti di nuovi, come il dramma dell’emigrazione. “Pochi hanno troppo e troppi hanno poco”, ha giustamente affermato Papa Francesco. Questo intrico di contraddizioni è esploso negli ultimi anni, e poi nel 2020 con la pandemia, seminando sfiducia, paura, risentimento. In questa palude hanno nuotato e nuotano i cattivi maestri del razzismo, del fascismo, del nazismo.

Il rischio è che nulla cambi, scrivete. E avete proprio ragione. Ci sono già tante sirene che ululano in questa direzione e operano perché fin da oggi avvenga la restaurazione di un modello economico e sociale che ha portato all’esplosione della diseguaglianza, delle vecchie e nuove povertà, della disoccupazione, del lavoro mal pagato, mal tutelato, crollato nella gerarchia dei valori sociali. Bene, la vostra voce, la nostra voce deve essere più forte di quella di chi vuole che nulla cambi.

Voi potete essere la volpe e il leone, per usare le parole di Machiavelli, cioè i combattenti per una buona politica e per una buona società. Vedete, ho visto nei vostri programmi tanti temi di lavoro, tutti correlati ai corrispondenti articoli della Costituzione. Ho visto il lavoro e l’ambiente, la sanità e la scuola, l’emigrazione e i diritti umani, le pari opportunità e i diritti civili, la cultura, la giustizia, l’Europa. Tutto ciò al fine di un vero e proprio manifesto costituente. Benissimo. Questo è, per usare il titolo di un vecchio film, un ottimo ritorno al futuro. La macchina del tempo ce l’abbiamo, ce l’avete. È sempre la Costituzione che è un ritorno al 1948 ma che ci consente di andare al futuro, a quella società che a larghi ma precisi tratti avevano disegnato i Costituenti e per cui avevano combattuto le partigiane e i partigiani.

Intanto abbiamo un presente francamente sconcertante, perché siamo nel pieno di una crisi di governo mentre imperversa ancora la pandemia, è in corso la campagna di vaccinazioni, occorre urgentemente destinare i fondi del Recovery plan. Penso che la prima cosa da fare qui ed ora sia esigere che i vaccini non siano distribuiti in base a criteri legati alla produzione di reddito, come infelicemente, proprio qui in Lombardia qualcuno ha proposto; la seconda cosa da fare, qualsiasi possa essere il governo futuro, sia proporre al governo una campagna nazionale e generale di informazione sulla destinazione dei fondi europei, perché anche da questo e per alcuni aspetti specialmente da questo si capirà se si intende o meno cambiare il modello di sviluppo; la terza cosa da fare è chiedere al governo di mantenere la tutela dei lavoratori dipendenti attraverso la Cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti. La cosa da fare sempre, a mio avviso, è invitare la popolazione a servirsi dagli esercizi commerciali più colpiti dalle chiusure e di consumare i prodotti delle imprese più colpite. Se vedete in filigrana queste semplici proposte, esse sono unite da due sostantivi: la solidarietà che – vedete bene – non è solo una categoria morale, una scelta che deriva da un sentimento positivo, ma è un imperativo costituzionale, laddove nella Costituzione è scritto all’articolo 2 che la Repubblica richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. L’altro sostantivo è la prossimità, cioè la vicinanza fra gli esseri umani che, a ben vedere, è la base naturale della socialità. Voglia di incontrarsi, ha detto Laura Forcella.

Concludo. Fatemi dire, come ha detto Pedroni, che voi portate un’aria di freschezza. È tempo del sogno, come diceva Francesca Parmigiani, citando Calamandrei.

È tempo di rinascere. È tempo di progetto, di visioni, di pensieri lunghi, di orizzonti. È tempo di restituire importanza e dignità agli esseri umani, rivendicandone i diritti, le esigenze e i valori. Cioè è tempo di un nuovo umanesimo. È tempo di restituire a tutti una speranza di felicità.

Grazie a tutte e a tutti.

Fonte: Anpi – https://anpi.it/a2422/

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