Misure anti-Covid: cosa possiamo fare una volta vaccinati

Misure anti-Covid: cosa possiamo fare una volta vaccinati

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“Non appena faccio la seconda dose del vaccino vengo a trovarti e stiamo finalmente insieme senza mascherine”… “Una volta che saremo vaccinati, con i miei amici faremo un viaggio agli antipodi… andremo alla Terra del fuoco”…

In molti stanno pensando alla vaccinazione contro il nuovo coronavirus come un momento spartiacque tra la vita durante la pandemia e un immediato futuro prefigurato come un ritorno alla normalità. A come erano le nostre vite prima che SARS-CoV-2 irrompesse nelle nostre esistenze facendo dell’incertezza, dell’insicurezza e dell’inquietudine il nostro pane quotidiano. E rivoluzionando le nostre modalità di relazione consolidate e date quasi per scontate. Impedendo, a volte, di poter solo immaginare il futuro a lungo termine. “Farò questo o quello, pandemia permettendo”… “Va tutto bene, almeno per ora” sono espressioni entrate nelle nostre conversazioni.

Il vaccino è visto quasi come interruttore on/off tra un prima e dopo, ma i vaccini non sono un “pass”, ha recentemente dichiarato il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Disease (NIAID), il dottor Anthony Fauci. Il ritorno a una vita pre-pandemia, insomma, sarà graduale e probabilmente ci vorrà più di un anno.

In un articolo su Vox, attraverso la voce di diversi esperti, Sigal Samuel ha individuato tre fasi: una prima, quando noi, la nostra famiglia e la nostra cerchia stretta saranno state vaccinate; una seconda, in cui la nostra città, la nostra regione e il nostro Stato hanno raggiunto l’immunità di gregge grazie alle vaccinazioni; una terza, in cui l’immunità è stata raggiunta su scala internazionale. Quanto tempo ci vorrà?

“Molto dipenderà dalla risposta a una domanda cruciale ancora aperta”, scrive Samuel. “I vaccini sono efficaci solo nella prevenzione delle malattie sintomatiche o sono anche efficaci nel prevenire l’infezione e la trasmissione?”

Si può immaginare uno scenario in cui veniamo vaccinati e sviluppiamo una risposta immunitaria protettiva ma non saremo in grado di prevenire future infezioni e trasmissioni del virus, commenta a Vox Barry Bloom, professore di immunologia e malattie infettive ad Harvard. Lo capiremo quando “avremo più dati sulla trasmissione del virus, si spera in un paio di mesi”, prosegue Bloom.

Nel frattempo, è preferibile che anche le persone vaccinate continuino ad adottare tutte le precauzioni: indossare le mascherine e mantenere il distanziamento fisico ogni volta che si trovano vicino a persone non vaccinate.

Fase 1: cosa fare in sicurezza quando io, i miei familiari e la mia cerchia stretta siamo stati vaccinati

Cosa potremo fare in sicurezza una volta che noi, i nostri familiari e la nostra stretta cerchia di amici saremo stati vaccinati? 

Innanzitutto, spiega a Vox Angela Rasmussen, virologa alla Georgetown University negli Stati Uniti, se ci riferiamo al vaccino Pfizer-BioNTech, bisogna tener presente che inizia a essere efficace circa due settimane dopo la prima dose e a una settimana di distanza dalla seconda. Quindi, prima di sentirsi sicuri bisognerà aspettare un po’ di tempo e non potremo fare tutto quello che crediamo come se non fossimo nel bel mezzo di una pandemia.

Ad esempio, prosegue Rasmussen, se un gruppo ristretto di amici desidera andare in un posto isolato (come una baita in montagna) e stare per conto proprio, praticamente vivendo “come se fosse in una bolla, senza andare da un bar all’altro”, potrebbe farlo ma – come detto – dopo almeno una settimana dalla seconda dose. E, in ogni caso, senza la garanzia della sicurezza totale perché, aggiunge il prof. Bloom, “non è del tutto certo che tutti coloro che ricevono il vaccino sviluppino un’immunità”, nei trial i vaccini a mRNA hanno mostrato un’efficacia del 95% nel prevenire la malattia sintomatica dopo due dosi e gli esperti non possono escludere al 100% la possibilità di sviluppare sintomi più lievi o di contrarre il virus.

Inoltre, gli esperti non sono ancora in grado di stabilire se le persone vaccinate possono contrarre infezioni asintomatiche e trasmetterle a coloro che non hanno ancora ricevuto il vaccino. «Ci saranno maggiori certezze quando avremo più informazioni a disposizione, ma al momento dobbiamo mantenerci cauti», ha affermato William Schaffner, professore di medicina preventiva e malattie infettive presso il Vanderbilt University Medical Center. Per questo motivo, Eleanor Murray, epidemiologa dell’Università di Boston, consiglia di continuare a utilizzare nella vita di tutti i giorni le mascherine e tutte le precauzioni finora suggerite perché “non viviamo in una bolla chiusa, dove tutti sono vaccinati” e c’è il rischio di essere comunque veicolo di contagio considerato che il vaccino non protegge al 100%.

Fase 2: cosa succede se le nostre città, regioni o Stati hanno raggiunto l’immunità di gregge

Il dottor Fauci, ha stimato che nel momento in cui il 75-85% della popolazione sarà stato vaccinato gli Stati Uniti avranno raggiunto l’immunità di gregge e, finalmente, all’interno del paese sarà possibile tornare a viaggiare tra uno Stato e l’altro, si potrà tornare a frequentare luoghi pubblici anche al chiuso, si potrà tornare a non usare più la mascherina. Fino ad allora, ha spiegato Fauci, si dovrà continuare con distanziamento fisico e dispositivi di protezione. Secondo il direttore del NIAID, gli Stati Uniti raggiungeranno l’immunità di gregge intorno a ottobre 2021 anche se, va precisato, si tratta di stime suscettibili di variazioni a seconda degli effetti delle mutazioni del coronavirus sulla popolazione, della durata dell’immunità garantita dai vaccini e di altri fattori.

Il coronavirus è un bersaglio in movimento. Come è tipico dei virus, SARS-CoV-2 sta mutando in tutto il mondo. In alcune aree ci sono mutazioni che stanno diventando prevalenti e si stanno rivelando più contagiose delle versioni del virus per cui sono stati sperimentati questi primi vaccini. Ci potrebbero essere casi di reinfezione, come sembrerebbe suggerire quanto sta accadendo in Sudafrica. E le case farmaceutiche stanno verificando l’efficacia dei vaccini sulle varianti finora rilevate.

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L’idea è che con l’80% della popolazione coperta dalla vaccinazione si creerebbe un “ombrello” di immunità «in grado di proteggere anche le persone più vulnerabili che non sono state vaccinate o verso cui il vaccino non è stato efficace», ha detto Fauci un paio di mesi fa.

Il concetto è quello che gli epidemiologi stanno ripetendo dall’inizio: la pandemia è un problema che riguarda tutti e va affrontata a livello globale al di là dei particolarismi nazionali, visto che il primo paese a uscirne dovrà aspettare che anche tutti gli altri ne siano fuori. 

Nessuno è veramente al sicuro finché non lo sono tutti. E questo vale anche per i vaccini. «Puoi avere tanti ottimi vaccini, ma non eradicano completamente il virus. Le persone continuano a non pensare ai vaccini come a un intervento a livello di popolazione, ma come a un intervento individuale. È esplicativo di quello che sta accadendo durante questa pandemia», spiega Angela Rasmussen. 

Per questo motivo, durante questa fase sono sconsigliati i viaggi internazionali verso quei paesi che ancora non hanno raggiunto l’immunità di gregge, scrive Siga Samuel. E lo stesso varrà anche all’interno di una stessa nazione. Probabilmente, alcuni Stati (nel caso degli USA) o alcune regioni (ad esempio, in Italia) raggiungeranno l’immunità di gregge prima di altri e quindi lo scenario più probabile sarà vedere alcuni Stati (o regioni) che allentano le misure restrittive prima di altri: sarà possibile andare in sicurezza in luoghi come scuole, cinema, ristoranti, anche se non si sa quando sarà possibile fare a meno delle mascherine. Oppure ci si potrà spostare tra quegli Stati (o regioni) in cui è stata raggiunta l’immunità per raggiungere amici o parenti già vaccinati come noi.

Fase 3: l’immunità di gregge è stata raggiunta su scala internazionale e potremo finalmente tornare a viaggiare nel mondo come un tempo

La possibilità di potersi spostare da una parte all’altra del pianeta dipende da due condizioni: che il vaccino sia in grado di prevenire infezione e contagi e che sia raggiunta l’immunità di gregge in tutti i paesi. Affinché questo accada il vaccino dovrà essere disponibile in maniera uguale ovunque. E le premesse non sembrano essere queste.

Si sta prefigurando lo scenario più temuto: alcuni paesi che avranno tante dosi, grazie ad accordi stretti con le case farmaceutiche (che però stanno rivedendo al ribasso le produzioni preventivate nei mesi scorsi) e altri invece che rischiano di impiegare tanto tempo per poter vaccinare una fascia sufficiente di popolazione. 

«È un approccio miope e sciocco. In questo modo si sperpereranno dosi su un gran numero di persone a basso rischio invece di coprire quelle ad altro rischio a livello globale», aveva detto lo scorso giugno George Q. Daley, preside della Scuola di Medicina di Harvard. Sempre all’epoca, il dottor Fauci e il direttore del National Institutes of Health, Francis S. Collins, scrivevano su Science che c’era bisogno di un coordinamento internazionale per un approccio strategico per la ricerca e sviluppo di un vaccino contro la COVID-19: “I costi, il sistema di produzione, le temperature a cui devono essere mantenuti i vaccini per il trasporto, la garanzia di una copertura diffusa in tutto il mondo, sono tutti potenziali punti critici di un’eventuale campagna di vaccinazione globale”. 

Su tutte queste criticità era stato lanciato un allarme, ma non si è fatto nulla per evitarle. Secondo uno studio del New York Times dello scorso dicembre, mentre i paesi più ricchi hanno prenotato dosi sufficienti per vaccinare la propria popolazione più volte, i paesi più poveri saranno in grado di immunizzare al massimo un quinto dei loro abitanti: il Canada potrebbe vaccinare i suoi cittadini ben 6 volte, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna 4 volte, l’Unione Europea 2 volte. 

Recentemente People’s Vaccine Alliance (un’organizzazione di cui fanno parte anche Amnesty International, Oxfam e Global Justice Now) ha chiesto alle case farmaceutiche che stanno sviluppando i vaccini contro il nuovo coronavirus di condividere le proprie tecnologie e la proprietà intellettuale in modo che il vaccino possa essere prodotto e distribuito a tutta la popolazione mondiale. 

Era questo lo scopo per il quale è nata la Covax Alliance, un progetto della GAVI Alliance che comprende OMS, Banca Mondiale, Unicef e la Bill & Melinda Gates Foundation. Per garantire una distribuzione equa dei vaccini a 92 paesi tra i più poveri, il programma Covax era riuscito a prenotare 700 milioni di dosi degli 1,3 miliardi che vorrebbe distribuire entro la fine del 2021. Tuttavia, GAVI ha spiegato che per poter raggiungere gli obiettivi prefissati sono necessari almeno 5 miliardi di dollari oltre ai 2,1 miliardi già garantiti.

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Fatto sta che più sarà disuguale la copertura vaccinale nel mondo più tardi torneremo a viaggiare come un tempo. E poi, come accennato in precedenza, c’è un altro fattore cruciale. Se i vaccini saranno in grado di prevenire l’infezione e la trasmissione quasi come prevengono le malattie sintomatiche, potremmo vedere alcuni paesi aprire le loro frontiere a coloro che forniscono la prova di essersi vaccinati, scrive Vox. Se così non fosse, «sarebbe davvero incauto andare in quei posti dove la campagna di vaccinazione non è ancora a un punto tale da garantire l’immunità di gregge e il virus continua a diffondersi», commenta Eleanor Murray. 

Nei giorni scorsi il governo danese ha annunciato che nei prossimi tre o quattro mesi lancerà un passaporto digitale che permetterà ai cittadini di dimostrare di essere stati vaccinati. Questa proposta è stata immediatamente recepita dalla Svezia che si è detta pronta a seguire l’esempio della Danimarca. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e la Commissione europea – che pure in passato aveva preso in considerazione l’idea dei “passaporti” digitali di vaccinazione per identificare le persone che avevano ricevuto il vaccino – hanno espresso alcune riserve al riguardo preoccupate che un certificato di questo tipo possa creare delle discriminazioni tra cittadini vaccinati e non.

Nel frattempo, anche le compagnie aeree si sta muovendo in questa direzione. Etihad Airways ed Emirates sono intenzionate a utilizzare un pass digitale di viaggio, sviluppato dall’International Air Transport Association, che consenta ai passeggeri di pianificare i loro viaggi fornendo alle compagnie aeree e ai governi la documentazione necessaria per dimostrare che sono stati vaccinati o testati per la COVID-19. L’obiettivo, scrive Tariro Mzezewa sul New York Times, è creare un documento o un’app, accettati in tutto il mondo, che proteggano la privacy e siano accessibili a tutti indipendentemente dalla ricchezza o dalla possibilità di avere uno smartphone.

In base allo scenario attuale, potremmo dover attendere forse fino al 2022 per riprendere i viaggi in alcuni paesi. Per ora, dobbiamo continuare ad adottare le precauzioni consigliate dall’inizio della pandemia. Anche se siamo tutti stanchi, conclude Sigal Samuel, più le rispettiamo in questi mesi, prima le abbandoneremo.

Immagine in anteprima: Sauro Magrini

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/vaccini-cosa-possiamo-fare/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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