La testimonianza: “Quando afferro quei polsi, non c’è tempo di chiedere nulla”

Immaginate 400 persone che cantano la loro salvezza sul ponte di una nave. Uomini, donne e neonati, ma sopratutto minori che viaggiano da soli e si scoprono adulti fra una prigione in Libia e una notte in gommone in mezzo al mare.

Questa è la Ocean Viking oggi, dopo 4 soccorsi in due giorni. Siamo fisicamente stanchi perché abbiamo dato tutto: le ore di sonno, intere giornate sul gommone, turni in clinica e a ripulire, l’adrenalina e l’attesa, gli occhi che bruciano attaccati al binocolo.

Giorni di attesa e momenti febbrili si alternano, come se strappare anche solo una persona dal mare fosse un concentrato delle nostre vite: settimane di preparazione per un momento.

Quando afferro quei polsi, trascinando corpi dall’acqua al nostro gommone, sento sempre una consistenza diversa. Forza, fragilità, timidezza, vergogna e molto altro che non saprei dire si mescolano in un contatto, il tempo per chiedere non c’è, bisogna intuire e passare al prossimo.

Sappiamo che in questi giorni di insolito bel tempo – è febbraio – sono partite varie centinaia di persone. Molti intercettati e riportati in Libia, qualcuno salvato da noi, qualcuno forse morto. La fragilità di quelle barche è tessuta di tempo precario, che scorre veloce, e la differenza fra chi sopravvive e chi no si misura in minuti, in manciate di fortuna.

Foto: Hippolyte/SOS MEDITERRANEE

Fonte: Sos Mediterranee – https://sosmediterranee.it/la-testimonianza-quando-afferro-quei-polsi/

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