Rifiuti e discariche: il ritardo dell’Italia e le procedure di infrazione dell’Unione europea

In Italia sono almeno 84 le discariche da bonificare ancora non conformi alle direttive dell’Unione europea. Una situazione di irregolarità che dal 2000, quando i siti erano più di duecento, al 2020 ha portato la Commissione Ue ad attivare procedure di infrazione (procedimento che scatta quando uno Stato membro recepisce una direttiva entro il termine stabilito o quando le norme non sono state applicate correttamente, ndr) e infine la Corte di giustizia a emettere sentenze di condanna nei confronti del nostro Paese perché venuto meno agli obblighi relativi alla gestione dei rifiuti, dei rifiuti pericolosi e delle discariche. Oggi l’Italia si colloca tra i primi dieci Paesi per numero di procedure di infrazione aperte nel 2020, con 31 nuovi provvedimenti, ed è quarta per le procedure attualmente pendenti (86). Tra queste ultime, 20 riguardano l’ambiente e cinque si riferiscono alle discariche e allo smaltimento dei rifiuti. In alcuni casi si tratta di questioni irrisolte da decenni come la procedura di infrazione sulle discariche abusive avviata nel luglio del 2003 e per la quale nel 2017 il governo ha nominato un commissario straordinario.

Tra le cinque procedure riguardanti i rifiuti e le discariche, tre hanno comportato una sentenza di condanna e due il pagamento di sanzioni per un valore che ha superato i 275 milioni di euro, secondo quanto riportato dal rapporto “Discariche non conformi e procedure di infrazione a carico dell’Italia”, pubblicato a giugno 2020 e realizzato dal progetto ReOpen Spl e Invitalia.
Il primo caso riguarda la procedura 2003/2077: avviata nel 2003, si è concretizzata nel 2007 in una prima sentenza di condanna perché lo Stato italiano non aveva rispettato gli obblighi relativi all’applicazione di tre direttive comunitarie sulla gestione dei rifiuti. Nel dettaglio il riferimento è alla direttiva 1975/442 secondo la quale gli Stati membri devono adottare le misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano recuperati senza pericolo per la salute dell’uomo e senza compromettere l’ambiente. A non essere applicata è stata anche la direttiva 1999/31 che stabilisce requisiti tecnici più severi per ridurre gli effetti negativi sulla salute e sull’ambiente causati dall’interramento dei rifiuti. Gli Stati membri avrebbero dovuto chiudere o adeguare a questi nuovi standard le discariche pre-esistenti, cioè quelle in funzione prima del 16 luglio 2001, e l’Italia non lo aveva fatto. L’ultima è la direttiva 1991/689 relativa all’obbligo di catalogare e identificare i rifiuti pericolosi in qualsiasi luogo in cui siano depositati.

Nel 2013 la Corte europea ha ritenuto che l’Italia non aveva posto in essere tutte le azioni cui avrebbe dovuto dare esecuzione dopo la prima sentenza. Nel 2014 ha emesso la sentenza di condanna al pagamento di oltre 42 milioni di euro e di una penalità semestrale da pagarsi fino all’esecuzione completa della sentenza che ha riguardato 200 discariche abusive, situate su tutto il territorio nazionale, per le quali erano necessarie operazioni di bonifica o la loro chiusura definitiva. Nel 2017 per realizzare gli interventi di adeguamento delle discariche alla normativa comunitaria, il Consiglio dei ministri ha nominato un Commissario straordinario. Dal dicembre 2014 al 2 dicembre 2019 il ministero dell’Ambiente e il Commissario di governo hanno bonificato 160 siti. Nello stesso periodo l’Italia ha corrisposto all’Unione europea una sanzione complessiva pari a oltre 235 milioni di euro, cifra cui va aggiunta la somma di 40 milioni euro per un totale pari, fino alla fine del 2020, a 275 milioni di euro. Nel 2021 rimangono ancora da bonificare 40 discariche distribuite in otto Regioni.

L’ulteriore procedura di infrazione, la 2007/2195, ha comportato una sentenza di condanna emanata nel 2015 e il pagamento di una sanzione. Il caso riguarda la gestione delle “eco-balle” nella Regione Campania e il procedimento è stato aperto perché l’Italia non aveva adottato tutte le misure richieste per assicurare che i rifiuti venissero recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e l’ambiente. Secondo quanto riportato nella relazione del ministero dell’Economia sui contenziosi dell’Unione europea, sono stati versati oltre 173 milioni di euro.

La procedura di infrazione 2011/2215 è invece dovuta alla violazione dell’articolo 14 della direttiva 1999/31 che detta alcune condizioni affinché le discariche pre-esistenti, cioè quelle in funzione prima del 16 luglio 2001, possano continuare a operare. In particolare stabilisce che per prevenire gli impatti negativi sull’ambiente e la salute possano essere collocati in discarica solo i rifiuti trattati. La sentenza di condanna, emessa nel 2019, ha riguardato 44 discariche ancora non adeguate collocate in Abruzzo, Basilicata, Campania, Friuli-Venezia Giulia e Puglia.

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/rifiuti-e-discariche-il-ritardo-dellitalia-e-le-procedure-di-infrazione-dellunione-europea/

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