Transizione: gli unici ad avere un’idea di una società capace di futuro sono gli ambientalisti

Mercoledì 10 febbraio il ministero dell’Ambiente ha trasmesso a Bruxelles la Strategia nazionale di lungo periodo, un documento che descrive come il nostro Paese ha intenzione di arrivare alla decarbonizzazione entro il 2050. Le tre direttrici principali sono una sostanziale riduzione dei consumi energetici (grazie soprattutto al calo della mobilità privata e dei consumi in ambito civile), una decisa accelerazione delle rinnovabili e della produzione di idrogeno e il potenziamento e miglioramento delle superfici verdi per aumentare la capacità di assorbimento di CO2. Il documento è stato predisposto da quattro diversi ministeri: ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, ministero dello Sviluppo economico, ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali. Poche ore dopo il presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi confermava alle associazioni ambientaliste (WWF, Greenpeace e Legambiente) l’intenzione di istituire il ministero per la Transizione ecologica che dovrà necessariamente pescare le sue deleghe dentro quei quattro ministeri.

Il nuovo ministero è un’iniziativa già tentata in altri Paesi europei, come in Francia o in Spagna e può essere considerata una buona notizia. Molto però dipenderà proprio dalle deleghe che verranno affidate al nuovo dicastero e molto di più dipenderà dalla persona che sarà indicata. Un conto sarebbe avere Mariana Mazzucato o Rossella Muroni, un conto sarebbe avere Chicco Testa o Paolo Scaroni. 

Certo, se uno dei principali obiettivi del nuovo governo è quello di definire un piano dettagliato di utilizzo dei fondi del Next Generation Eu, è sicuramente opportuno che le politiche in materia siano il più possibile coordinate tra loro. Non solo per la quota di fondi che il dispositivo per la ripresa e la resilienza richiede vengano dedicate alla transizione verde (almeno il 37% del totale) ma anche per tutto il resto. Una delle condizioni della Commissione agli Stati membri infatti è che tutto il piano di spesa sia realizzato compatibilmente con gli obiettivi di decarbonizzazione. In altri termini, se la mano destra può spendere per favorire la transizione, alla sinistra dovrebbe essere impedito di spendere per vanificare tale processo. Per questo motivo, oltre al nuovo ministero sarà opportuno realizzare un coordinamento generale, in ambito di presidenza del Consiglio.

Il bilancio energetico dell’Italia al 2050. Fonte: rielaborazione dati Eurostat contenuti nella “Strategia italiana di lungo termine sulla riduzione delle emissioni dei gas a affetto serra”

Ma questa è solo una delle sfide che rimangono sul campo anche dopo l’istituzione del ministero per la Transizione ecologica. Intanto non dimentichiamo che, se anche cambia la configurazione generale e il ministro, la struttura tecnica dei ministeri rimane la stessa. E questa struttura non sempre ha brillato nella strada verso la decarbonizzazione. Inoltre, molti degli ambiti di azione della transizione sono materia concorrente tra Stato e Regioni. E in Regione Lombardia il neo nominato assessore allo sviluppo economico ha ancora dubbi sul ruolo dell’attività umana nel cambiamento climatico (come ricordava Stefano Caserini su Altreconomia 234). Infine non dimentichiamo anche il ruolo dello Stato come investitore diretto (tra le prime cose da fare sarà ribaltare Eni come un calzino) o indiretto (come ricorda Antonio Tricarico).

Solo tra qualche tempo potremo quindi dare una valutazione complessiva dell’azione della nuova ministra (o del nuovo ministro). Del resto in Francia nel 2017 dopo la vittoria elettorale di Emmanuel Macron fu istituito il ministero della Transizione ecologica e solidale, affidato a Nicolas Hulot (che è come se in Italia fosse nominato Luca Mercalli). Ma dopo soli 15 mesi Hulot si dimise per divergenze politiche gravi con le decisioni generali del governo. 

Ma, comunque andranno le cose, da questi giorni di consultazione è emerso un dato chiaro: gli unici ad avere un’idea di una società capace di futuro sono proprio gli ambientalisti. Del resto “sostenibile” vuol dire esattamente questo. Tutti gli altri stanno facendo accanimento terapeutico su una idea di economia e società destinata a perire presto. 

Non si tratta più di promuovere la green economy, un settore virtuoso in un’economia insostenibile. Si tratta di rendere sostenibile tutta l’economia, cambiando il modo in cui ci muoviamo, produciamo, mangiamo, rifacendo da capo le nostre case e le nostre città. Per tutto questo non basta certo un ministero ma avere un interlocutore qualificato e attrezzato a investire potrà essere un utile strumento.

Ricercatore all’Università dell’Insubria, attivista energetico e socio fondatore di Retenergie e di ènostra. Co-autore di “La vita dopo il petrolio” e “L’energia che ho in mente”. Autore con Fabio Monforti di “Civiltà solare”.

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/transizione-gli-unici-ad-avere-unidea-di-una-societa-capace-di-futuro-sono-gli-ambientalisti/

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