Il racconto: “Tornate in mare, salvate i nostri fratelli”

PRIMO SOCCORSO 

Calato il vento arriviamo nella SAR zone, entità statistica fatta di numeri e coordinate: soccorsi, incidenti, dispersi in mare. La Libia è ancora lontana ma si annuncia con sbuffi di fuoco dei pozzi petroliferi offshore. 

All’inizio sono solo delle tracce sul radar, o dei puntini che scompaiono all’orizzonte. Poi li vedi con il binocolo, e agitano braccia, teste, forme. Spesso capita di notte, e sono macchie verdi nei visori infrarossi. Quando li vedi, non stai nella pelle per avvicinarti con il gommone, e dire loro “siete salvi“, ma devi essere prudente, coordinato: ogni passo falso può essere una persona che muore in mare. 

Succede ancora: sul ponte a cercare, e dopo mezz’ora in acqua a tendere mani. Davanti a noi gommoni che non dovrebbero prendere il mare, carichi di un’umanità in fuga e che accetta il rischio del Mediterraneo perché non ha alternative. Li abbiamo soccorsi all’alba e poi ancora nella notte, un gommone dopo l’altro. Da vicino vedi il popolo precario di queste barchette di carta: sono giovani uomini, donne e tantissimi bambini. Una volta fatti i conti, quasi metà sono minori non accompagnati, due donne incinte, vari neonati. Il più giovane ha solo un mese di vita, è più piccolo di qualsiasi nostro giubbotto salvagente, sembra annegare nel tessuto arancione che gli salva la vita.  

Dopo quattro soccorsi – uno con vento forte e onde alte – abbiamo a bordo oltre 370 persone. Una donna incinta viene evacuata per motivi medici, un ragazzo sequestrato dalle milizie ha la gamba fratturata, altri cercano di ricongiungersi a mogli e cugini già in Europa. Stanno qualche giorno con noi, e molti non stanno bene. Mal di mare, pioggia, il freddo delle notti di gennaio. 

Sono alla mia nona missione, dovrei essere abituato, ma mi accorgo di non esserlo.  

Troppa umanità che si stringe sul ponte, troppe bocche e occhi e braccia che dicono, chiedono, raccontano. Una Babilonia temporanea e struggente, in cui si alternano canti di gioia e accessi di angoscia. 

Li sbarchiamo ad Augusta, esausti loro e anche noi. Gli ultimi a scendere intonano un coro, potente, che fa venire la pelle d’oca.  

Faccio tradurre, il senso è: tornate in mare, salvate i nostri fratelli. 

Fonte: Sos Mediterranee – https://sosmediterranee.it/il-racconto-tornate-in-mare-salvate-i-nostri-fratelli/

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