All’ascolto della pandemia. Poche semplici domande per Mario Draghi

La strategia di uscita dalla pandemia che include una campagna vaccinale efficace è stata al centro, giustamente, degli impegni del Governo che hanno ricevuto la fiducia del Parlamento.
Mi sembra opportuno porre alcune richieste di seguito che coincidono con indicatori complementari e ineludibili di una politica che faccia effettivamente della “campagna per la soluzione della pandemia” un passo “al futuro”, benvenuto in tempi che sembrano tutti misurati su una emergenza, che ha rivelato sempre più il suo volto di “cronicità”.

Occorre in maniera trasparente rendere disponibili i contratti, e la loro interpretazione operativa, che reggono acquisti, disponibilità, circolazione dei più diversi vaccini. Il problema non è chiaramente solo italiano. Anzi. È globale in tutti i suoi aspetti. Ma i contratti commerciali ed economici sono esattamente l’indicatore del grado di legittimità, legalità, corruzione, conflitti di interessi, criminalità di attori, comportamenti, responsabilità per omissione o commissione di decisioni che si traducono nel rispetto o nella violazione del diritto fondamentale alla “sanità-salute-vita” di individui e di popolazioni. Una loro secretazione non è certo di buon auspicio ed esempio per una società che deve ricostruirsi economicamente e politicamente.

Per un rapporto didatticamente utile per far crescere un senso di appartenenza ad una “comunità” europea, la richiesta precedente dovrebbe essere integrata con una trasparenza comparativa, comprensibile, aggiornata, discussa in piena libertà per tutti i suoi aspetti di convergenza e discrepanza che riguarda i mercati, i piani operativi, i costi dei Paesi europei. Se l’economia vuole essere guida e riferimento per un futuro diverso non può perdere l’occasione di mostrare la disponibilità ad una “accountability”, non affermata, ma praticata. Nessuno si fa illusioni sulla “correttezza” dei mercati e dei contratti. Sia a livello privato sia pubblico: non si chiede una “confessione” (nei termini di un bellissimo e didattico film di Roberto Andò), si vorrebbe promuovere un esempio, difficile, di dialogo non importa quanto conflittuale tra ragioni del mercato ed obbligatorietà del diritto.

La pandemia è un laboratorio globale. I vaccini ne sono la versione più didattica: e documentano, giorno dopo giorno, che lo scenario che meglio rappresenta la posta in gioco, ed il ruolo dei protagonisti, è quello di una guerra, commerciale, geopolitica, tra mercati formali e paralleli, tra istituzioni “garanti” dei diritti umani ed altre “garanti” dei prodotti di mercato. La partita è in corso. L’Italia è schierata, nel più perfetto silenzio politico e di comunicazione alla società. Il dibattito internazionale continua. Sulla possibile almeno “sospensione temporanea” di una interpretazione rigida dei brevetti, e/o sulla applicazione di clausole commerciali e di produzione a misura di un “globale” che per una volta possa riconoscere che quando si tratta di diritti alla vita è “l’universale” che dovrebbe prevalere. Non toccherebbe ad un governo così autorevole almeno “prendere la parola” in questa guerra che mette in evidenza che in gioco c’è l’identità umana rispetto a quella commerciale del nostro essere nel mondo? Nessuna illusione anche qui, né di confessione né di conversione: certo almeno una richiesta di coerenza rispetto al dovere di informazione democratica al Paese e alla legittimità di citare tra i propri punti di riferimento una fonte, papa Francesco, che su tutta la pandemia non è certo rimasto neutro.

La pandemia e i piani vaccinali costituiscono un vero laboratorio-test di un altro dei capitoli chiave degli impegni “al futuro”: la digitalizzazione, i big-data, gli algoritmi. L’importanza della sanità e della scuola come settori modello. Si “scopre” anche in questi giorni e con sempre più chiarezza che Regioni all’avanguardia europea come la Lombardia sono un modello quasi incredibile di inefficienza tecnologica e di incompetenza gestionale affidata a incredibili “guru” del settore.
Ci si domanda anche con più urgenza (sull’onda di richieste fatte da un anno in questa ed altre sedi) di rendere accessibili i dati per valutazioni indipendenti, dialettiche. La conoscenza non è sequestrabile in commissioni per quanto prestigiose. In un settore che a livello globale è un modello obbligato di incertezza (dalle varianti alle modalità di azione e durata di diversi vaccini, fino alla esclusione di popolazioni che non hanno neppure vaccini contro la fame, la povertà, la mancanza d’acqua) la prima e sola garanzia dell’affidabilità della scienza è la dialettica chiara, documentata, sui dati, le loro “evidenze” e le loro “ignoranze”, l’acquisito e il “non ancora”. I talk show sono diseducativi, come lo sono le promesse di modelli matematici e algoritmi che producono i colori delle Regioni o chiudono-aprono piste sciistiche (e ben più drammaticamente teatri, palestre, scuole).

Le stesse regole devono valere per i dati: della sanità e del loro incrocio con gli indicatori socioeconomici, contestuali, geopolitici. I “tracciamenti” non si fanno con le app. Robot e droni della transizione ecologica sono infinitamente meno importanti, e dipendenti dalle popolazioni e dai loro bisogni molto diversificati e di prossimità. Siamo ancora in pandemia. Sperimentiamo ora, in modo aperto, con non importa quali fondi, ma con progetti “intelligenti” non per la loro artificialità, ma per la loro pertinenza alla diversità delle situazioni. L’accessibilità e soprattutto l’uso dei dati in un sistema sanitario o in un Paese non è un problema tecnico o tecnologico (certo: occorre evitare il modello incompetente della Lombardia). È un test della capacità di fare della Pubblica amministrazione una struttura che prevede la ricerca con (e sui) dati una priorità. È un modo di sperimentare la capacità dei dati di produrre attraverso la loro condivisione più democrazia e capacità di inclusione. I dati elaborati con criteri di prossimità sono il primo test per verificare se la diseguaglianza è una diagnosi cui ci si rassegna o una radiografia che guida a interventi mirati, che possono essere diversissimi nei diversi contesti, per piccole o grandi minoranze.

Il “futuro” dei big data applicati agli umani (alla loro vita, ai loro diritti) e non solo alle cose, alle prestazioni, alle previsioni, ha nel tempo che si vive, nella sanità e nella scuola, un’opportunità imperdibile di sperimentazione sul campo: all’interfaccia dei tanti attori che si sono citati. Una rivoluzione tecnologica della pubblica amministrazione in generale e della sanità può essere credibile solo con un investimento di intelligenza e progettualità che nei prossimi anni faccia dell’Italia una rete molto differenziata di ricerca trasparente che sia uno strumento per una cultura di collaborazione (anche chiaramente dialettica) tra il livello politico e quello “scientifico” che certo non hanno dato esempi da cui imparare, non solo da noi.

Gianni Tognoni, ricercatore in alcuni dei settori più critici della sanità, con una progressiva concentrazione sugli aspetti di salute pubblica e di epidemiologia della cittadinanza. È Segretario generale del Tribunale permanente dei popoli 

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/allascolto-della-pandemia-poche-semplici-domande-per-mario-draghi/

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