La scienza alla ricerca del super vaccino contro tutti i coronavirus

La scienza alla ricerca del super vaccino contro tutti i coronavirus

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Mentre si procede con le autorizzazioni dei nuovi vaccini, altri vengono testati nei trial clinici, e proseguono le campagne di vaccinazione nel mondo tra ritardi e distribuzioni disuguali, la ricerca scientifica cerca di guardare oltre.

Per quanto i primi vaccini siano stati autorizzati (anche se per l’uso d’emergenza) in tempi record, mai visti prima della pandemia da COVID-19, il dottor Kayvon Modjarrad, direttore dell’Emerging Infectious Diseases Branch al Walter Reed Army Institute of Research di Silver Spring, negli Stati Uniti, non è soddisfatto.

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«Non siamo ancora abbastanza veloci», spiega Modjarrad al New York Times. Più di 2,4 milioni di persone sono morte finora in tutto il mondo, molto probabilmente tanti paesi non avranno pieno accesso ai vaccini nel giro di uno o due anni, per salvare il maggior numero di vite possibili avremmo dovuto avere un vaccino pronto già il primo giorno e disponibile subito per tutti, è il pensiero del medico statunitense.

Secondo il 90% di oltre 100 immunologi, ricercatori di malattie infettive e virologi che lavorano sul coronavirus sentiti recentemente da Nature, SARS-CoV-2 diventerà endemico, il che significa che continuerà a circolare tra la popolazione mondiale per gli anni a venire. «In questo momento credere di poter eradicare il nuovo coronavirus dal pianeta è quasi come pensare di pianificare la costruzione di un sentiero fino alla Luna. Non è realistico», ha commentato Michael Osterholm, epidemiologo dell’Università del Minnesota.

E non è inverosimile lo scenario per cui ci saranno sempre più focolai in futuro. È solo questione di tempo, riflette Modjarrad. I pipistrelli e altre specie animali sono pieni di ceppi di questa ricca famiglia di virus e, inevitabilmente, alcuni di questi agenti patogeni salteranno di specie e causeranno nuove pandemie. Per questo bisognerebbe pensare a un vaccino pan-coronavirus che possa funzionare contro tutti i coronavirus. Ipotesi discussa anche in un articolo sul Journal of the American Medical Association, scritto da diversi esperti di salute pubblica, tra cui il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Disease (NIAID), Anthony Fauci.

Alcune settimane fa, Eric Topol e Dennis Burton, rispettivamente professore di medicina molecolare e immunologo allo Scripps Research Institute di San Diego, in un articolo su Nature hanno segnalato la necessità di programmare sin da ora un vaccino per un nuovo coronavirus. “Bisogna investire ora per essere pronti per la prossima pandemia”, scrivono Topol e Burton. “Lo sviluppo di un vaccino anti-COVID in meno di un anno è la storia di un successo enorme possibile anche grazie ad alcune proprietà di SARS-CoV-2 che ne hanno favorito la progettazione, in particolare la proteina spike sulla superficie del virus. (…) Il prossimo agente patogeno potrebbe essere meno accomodante e la produzione di un vaccino potrebbe richiedere molto più tempo. Oppure il nuovo coronavirus potrebbe diventare più problematico in seguito a sue eventuali mutazioni”. 

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I due scienziati chiedono “un investimento immediato nella ricerca di base che porti allo stoccaggio di vaccini pan-coronavirus altamente efficaci. Come abbiamo visto in questo caso, un ceppo virale può causare più morti di una guerra mondiale e provocare migliaia di miliardi di dollari di danni economici. I governi globali insieme sono capaci di spendere migliaia di miliardi di dollari ogni anno in difesa, non possono trovare qualche centinaio di milioni di dollari per fermare la prossima pandemia?”

La domanda è semplice, la richiesta è chiara, la risposta non è altrettanto scontata perché richiede un cambiamento di approccio come ci insegna proprio l’esperienza con i due coronavirus passati.

Negli anni scorsi ci si era mossi per trovare un vaccino contro SARS e MERS ma poi le misure di distanziamento fisico si erano rivelate efficaci nell’estinguere i contagi, l’attenzione si era rivolta ad altri virus (Ebola e Zika) e l’idea di pensare a un unico vaccino contro i coronavirus è stata accantonata. «Ha continuato a prevalere un approccio farmacologico: un vaccino per ogni virus emergente», spiega il dottor Modjarrad.

Nel 2016, scrive il New York Times, la virologa Maria Elena Bottazzi, professoressa emerita al Baylor College of Medicine, in Texas, aveva chiesto un sostegno al governo americano per sviluppare un vaccino pan-coronavirus ma la sua richiesta non è stata presa in considerazione. Il suo team ha perso anche i fondi per lo sviluppo di un vaccino contro la SARS, nonostante avesse dimostrato che funzionava sui topi, era sicuro e poteva essere prodotto su larga scala, semplicemente perché non c’era più l’urgenza di contrastare la diffusione del coronavirus. «Ci hanno detto che non c’era interesse per un vaccino contro tutti i coronavirus», racconta Bottazzi. E così i ricercatori hanno dovuto conservare in un congelatore il vaccino contro la SARS e dedicarsi ad altro. 

Una storia analoga è quella raccontata a USA Today da Drew Weissman, immunologo dell’Università di Boston, tra i pionieri dello studio dell’RNA messaggero (mRNA), il cui meccanismo è alla base dei vaccini anti-COVID sviluppati da Pfizer & BioNTech e da Moderna, i primi a essere approvati per l’uso di emergenza negli USA, nel Regno Unito e in Ue e a essere distribuiti. Lo scorso maggio, il team di Weissman ha presentato una richiesta di finanziamento al National Institutes of Health (NIH) statunitense per la realizzazione di un vaccino universale contro i coronavirus ma la domanda è stata respinta, probabilmente per i tempi richiesti dallo sviluppo di un vaccino del genere e per la valutazione negativa da parte di revisori indipendenti.

Nonostante il mancato sovvenzionamento, il lavoro del team non si è fermato. Weissman ha proseguito, seppur più lentamente, finanziando, almeno parzialmente, la propria ricerca con i fondi arrivati dalla scoperta dell’mRNA. «La mancanza di fondi ha certamente rallentato la ricerca e i fondi a disposizione non sono neanche lontanamente vicini a quelli necessari per la quantità di studi necessari che il finanziamento del NIH avrebbe consentito di fare».

La bocciatura da parte del NIH ha sorpreso più d’uno considerato che alcuni scienziati che fanno capo all’istituto statunitense stanno portando avanti ricerche per un vaccino universale contro i coronavirus. Come il gruppo guidato dal dottor Matthew Memoli, direttore del laboratorio di malattie infettive presso il NIH. «È un fallimento del nostro sistema scientifico», ha commentato Memoli. «I finanziatori tendono a inseguire oggetti luccicanti». Un po’ come le gazze ladre, insomma.

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Le ricerche, comunque, proseguono. L’estate scorsa, i ricercatori della VBI vaccines, un’azienda farmaceutica di Cambridge, hanno iniettato nei topi un vaccino a tre punte, con dei gusci simili a quelli del virus con le proteine spike (quelle che si agganciano alle cellule umane) dei tre coronavirus che hanno causato SARS, MERS e COVID-19. I topi hanno prodotto degli anticorpi che avrebbero funzionato contro tutti e tre i coronavirus e anche contro un quarto che causa i raffreddori stagionali sebbene le proteine della spike di questo virus non erano state utilizzate per creare il vaccino. Lo sviluppo del vaccino è, tuttavia, in uno stadio ancora prematuro per trarre conclusioni definitive: come ha spiegato il direttore scientifico del VBI David Anderson, non è chiaro il motivo per cui il vaccino abbia funzionato in questo modo. I dati, resi pubblici dai ricercatori, non sono stati ancora pubblicati su una rivista scientifica, riporta il New York Times.

A novembre 2020, il NIAID, guidato da Fauci, ha annunciato lo stanziamento di fondi per finanziare progetti di ricerca e sviluppo di vaccini pan-coronavirus “in grado di fornire un’ampia immunità protettiva contro più ceppi di CoV”. 

A gennaio 2021, Pamela Bjorkman, biologa strutturale presso il Californian Institute of Technology (Caltech), ha pubblicato su Science uno studio su un vaccino universale contro i coronavirus. I ricercatori hanno collegato a un nucleo proteico le punte delle proteine spike di otto coronavirus diversi. I topi, nei quali è stato iniettato questo nucleo, hanno generato anticorpi in grado di rispondere a tutti gli otto coronavirus più altri quattro non utilizzati dai ricercatori nel vaccino.

Il dottor Modjarrad dovrebbe iniziare a marzo 2021 la sperimentazione clinica su alcuni volontari di un vaccino basato su una nanoparticella alla quale sono stati collegati frammenti di proteine provenienti dal SARS-CoV-2. L’obiettivo è ripensare questo vaccino contro tutti i coronavirus.

Topol e Burton, infine, propongono un’altra strada, ovvero usare gli anticorpi neutralizzanti generati dal nostro sistema immunitario contro SARS- CoV-2: “Tali anticorpi potrebbero essere utilizzati come farmaci di prima linea per prevenire o per trattare i virus di una data famiglia, compresi nuovi ceppi che non sono ancora emersi. Ancora più importante, potrebbero essere utilizzati per progettare vaccini in grado di eliminare la famiglia dei coronavirus”. 

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Non importa se ci vorranno ancora anni, concludono i due scienziati, ma è fondamentale non interrompere gli studi come avvenuto negli anni passati, aggiunge il prof. Memoli, perché «nessuno di noi vuole affrontare di nuovo tutto questo. E non vogliamo che i nostri figli, i nostri nipoti, o i nostri discendenti tra 100 anni, si trovino a vivere quello che sta accadendo a noi ora».

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/vaccino-universale-coronavirus/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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