Nessun destino è segnato, a Casa Emmaus si contrasta la marginalità

Un anno di esperienza in comunità, raccontata nel libro “Nessun destino è segnato. Le storie di Casa Emmaus” (Alfa Editrice). Luca Mirarchi, un giovane giornalista cagliaritano, ha tracciato un profilo di quella realtà di Iglesias che in quasi 33 anni ha accolto migliaia di persone in condizioni di grave marginalità, spesso alle prese con problemi psichiatrici e dipendenze patologiche, ma anche gente in stato di estrema povertà, migranti, minori, detenuti. Storie che si intrecciano nella loro complessità e diversità, come la docuserie Netflix “SanPa” ha proposto di recente. «Assediati dalle dipendenze, da un passato di privazioni, in fuga da una guerra. La società li giudica, Casa Emmaus li accoglie, senza distinzioni. Perché non esiste una vita che non si possa recuperare, se chi soffre ha il coraggio di chiedere aiuto», sintetizza Mirarchi in maniera efficace.

L’idea del libro si è fatta strada nel giugno del 2019, quando la direttrice Giovanna Grillo ha proposto a Luca di raccontare la storia della comunità fondata nel 1988. Sino ad oggi, infatti, non esisteva una pubblicazione che ripercorresse tutti i passi compiuti nel percorso avviato dal fondatore, Nico Grillo, e dai suoi collaboratori. «Occorreva un testo che potesse offrire anche un quadro completo e accessibile del funzionamento di una realtà così complessa: oltre alla sede centrale, che ospita gli adulti uomini, esistono anche strutture dedicate a donne adulte, ragazze e ragazzi minori, migranti e persone affette da disturbi del comportamento alimentare».

«Nei primi mesi della mia esperienza a Casa Emmaus», spiega Luca, «ho curato la preparazione di un convegno, “Aprire Orizzonti”, che si è svolto a Cagliari. Nei successivi tre mesi ho intervistato circa trentacinque persone fra ospiti, ex ospiti e operatori della Comunità. Queste interviste hanno costituito le fondamenta su cui edificare la storia di un’impresa sociale che ha dato aiuto, in oltre trent’anni, a più di seimila ospiti e che attualmente offre lavoro a ottanta persone, assunte con regolare contratto, in un contesto di grande disagio socioeconomico come il Sulcis-Iglesiente. Tra marzo e aprile 2020 mi sono dedicato alla stesura vera e propria. Non è stato semplice, anche perché ci trovavamo tutti isolati e disorientati durante il primo lockdown».

Un anno può essere poco per calarsi in maniera completa in una realtà così variegata, ma è sufficiente per conoscere storie straordinarie e sconvolgenti di uomini e donne che cercano di ripartire. «Ricordo – dice Luca, con un velo di commozione negli occhi – una signora distinta, sui sessant’anni, che era prigioniera della sua vita dorata e che per questo affogava un dolore sordo nell’alcolismo. Ricordo anche un’adolescente che era stata accusata di aver picchiato i genitori ed era sicuramente turbolenta, eppure mentre le parlavo lasciava trasparire un candore che mi ha commosso. Ricordo, infine, una ragazza siriana scappata dall’immane tragedia della guerra civile e che avrebbe amato tornare nella città in cui aveva vissuto, ma non avrebbe potuto farlo mai più perché l’intera città era stata rasa al suolo dalle bombe».

«Questa esperienza – ammette Luca – ha cambiato la mia visione delle comunità terapeutiche. Ho capito che vale sempre la pena di aiutare una persona in difficoltà, anche se sembra persa e probabilmente destinata a ricadere. Non importa: finché è viva, merita un’altra chance. È mutato inoltre il mio approccio rispetto al giornalismo. Per anni mi sono dedicato soprattutto alle pagine di cultura e spettacoli (è questo il mio background), che in linea di massima ti mettono in contatto con persone che ce l’hanno fatta, personaggi creativi, brillanti, egocentrici. Questa esperienza nel sociale ha ampliato il mio raggio d’azione, arricchendomi come essere umano. Mi piacerebbe continuare a scrivere in questo ambito».

Fonte: Vita.it – http://www.vita.it/it/article/2021/02/20/nessun-destino-e-segnato-a-casa-emmaus-si-contrasta-la-marginalita/158412/

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