Affrontare la transizione ecologica per affrancarsi dalla condanna al consumismo

Viviamo in un’epoca un po’ strana. Un momento storico in cui più di ogni altro ci si rende conto dei danni prodotti dalla società dell’eccesso, un modo di vita e modello di società in cui prevale uno strano sentimento quasi una “fede” che ci fa credere che “tutto tornerà come prima”, presto, velocemente, appena saremo tutti vaccinati contro un virus che ci costringe a mascherarci ogni giorno.

In questa situazione in cui siamo limitati negli incontri e nelle relazioni sociali è forte e diffusa l’idea che sia necessaria una “transizione ecologica”, un termine che mette in evidenza come sia urgente una trasformazione generale che investa tutti i settori della vita e dell’economia. Un cambio di paradigma del nostro modello di sviluppo finalizzato a ridurre l’impatto sull’ambiente del nostro modo di vita, pur garantendo -come ci si affretta subito ad aggiungere- il nostro livello di benessere.

Il “benessere”, ma che cosa è questo benessere che dovrebbe essere “garantito” dalla “transizione ecologica”? Il dubbio è proprio che sia necessario, per dare una direzione alla “transizione ecologica”, partire da una ri-significazione di ciò che nella società contemporanea si intende per “benessere”.
Il benessere, da ben-essere, significa stare bene, esistere bene. Il benessere è dunque il termine che specifica gli aspetti, le caratteristiche, la qualità della vita di ciascun individuo e dell’ambiente.
Una parola che negli ultimi anni è sempre più coincisa con una sua unica dimensione: quella del benessere economico, materiale (reale o “desiderato”).
Nella società dell’accumulazione il ben-essere è sempre più coinciso con l’avere, il possedere, il circondarsi di merci più o meno utili. Un benessere associato alla possibilità di fruire liberamente di tutto ciò che è disponibile “sul mercato”, senza pensare che accumulare vuol dire consumare risorse naturali producendo scarti, materiali e sociali.

Affrontare una transizione ecologica vuol dire dunque riprendere coscienza e conoscenza che il nostro benessere materiale non può prescindere dagli equilibri naturali; significa affiancare all’idea di eco-efficienza quella di eco-sufficienza, affrancandosi dalla condanna al consumismo, avviando una transizione profonda e orizzontale (ampia e democratica) volta anzitutto ad affermare modelli di vita diversi che partono da un ripensamento di ciò che fa stare bene.

Da questo punto di vista, negli ultimi decenni, proprio nella “società dei consumi” si sono sviluppate esperienze collettive (comunità sostenibili) che hanno messo al centro la necessità di riprendere il controllo sui mezzi e le condizioni con cui viene riprodotta la vita, aumentando l’autonomia e la capacità di scelte individuali con finalità collettive. Queste comunità hanno fondato la loro identità su una concezione del benessere basata sul ben-vivere favorendo la riaffermazione di una alleanza con la terra e con le altre specie. Queste esperienze si sono impegnate nel riqualificare e ri-diffondere competenze perdute come la capacità di “far da sé”, quelle semplici azioni quotidiane che sono sempre più state demandate alle sole forze del mercato con effetti di “comodità” del cittadino-consumatore da un lato e di “alienazione” del cittadino-produttore dall’altra.

Si tratta di comunità intraprendenti che sono state capaci di produrre circuiti economici e sociali diversi al fine di mitigare l’impatto negativo sull’ambiente di modalità di vita estrattivi che minano la riproducibilità dei cicli naturali. Un “social fix” che si è contrapposto come progetto sociale e politico al “technical fix”, ovvero all’idea dominante che sia solo con un ulteriore avanzamento tecnologico che si possano risolvere i problemi dell’attuale modello di sviluppo mantenendo gli attuali standard di vita.

Promuovere una transizione ecologica vuol dire dunque anzitutto aumentare la consapevolezza dell’irrazionalità dell’attuale modello sociale e economico basato su una idea di crescita infinita di produzione e consumo di merci che distrugge invece che creare. Vuol dire valorizzare il lavoro innovativo svolto dalle comunità sostenibili promuovendo lo sforzo di ri-tessitura che rappresenta l’unica via per una vera transizione ecologica. Vuol dire d’altra parte garantire un impegno istituzionale multilivello di investimento lungimirante sulle infrastrutture che rendono la sostenibilità “praticabile” ridisegnando ad esempio le filiere del cibo riconnettendo città e campagna, ripensando radicalmente il sistema di mobilità urbana per diminuire gli impatti ambientali, sociali ed economici. Ma tutto questo richiede anche un impegno culturale per ri-significare lo stesso concetto di “buona vita”, oggi appiattito sulla sola dimensione del consumo mostrando la “ricchezza” -in termini di creazione, accesso, condivisione e fruizione- che può venire dal puntare sull’ampliamento dei beni, dei servizi comunitari.

In conclusione, dunque, transizione ecologica vuol dire riportare la tecnologia e il mercato al servizio della riproducibilità e cura della vita. Partendo dalla valorizzazione dei movimenti di tessitura sociale e politica elementare alla portata di ognuno, si tratta di ripensare in modo sistemico e radicale le condizioni del vivere, del produrre, del consumare senza riduzionismi esercitando una visione multidimensionale. Solo a queste condizioni potremo promuovere una transizione ecologica profonda e orizzontale capace di futuro.

Antonia De Vita (Università di Verona), Marco Deriu (Università di Parma) e Francesca Forno (Università di Trento) sono direttori del master “Saperi in Transizione. Strumenti e pratiche per una cittadinanza ecologica e globale”

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/affrontare-la-transizione-ecologica-per-affrancarsi-dalla-condanna-al-consumismo/

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