Le cave di porfido del Trentino e gli interessi della ‘ndrangheta

“In Trentino credevamo che ci fossero anticorpi sufficienti per respingere le mafie. Ci sbagliavamo”. Walter Ferrari, allevatore, è l’anima del Coordinamento lavoro porfido: “Ora si spiegano una serie di avvenimenti e si vede come fossero legati alle dinamiche mafiose e alla ‘ndrangheta: negli anni Ottanta e Novanta non l’avremmo mai pensato, non credevamo si arrivasse a tanto”. L’attivista fa riferimento all’inchiesta “Perfido” condotta dalla Procura di Trento insieme ai Ros dei carabinieri e che nell’ottobre del 2020 ha portato a scoperchiare la presenza della criminalità organizzata nella Provincia autonoma.

Le indagini hanno svelato per la prima volta un’importante presenza mafiosa sul territorio, smentendo quindi l’idea del Trentino come isola felice. L’operazione “Perfido” ha portato a 19 arresti, decine di indagati tra cui tre esponenti politici locali e sequestri per otto milioni di euro. Soprattutto, ha delineato la presenza di una “locale” di ‘ndrangheta nel paese di Lona Lases, legata alla cosca dei Serraino in Trentino: una struttura che, secondo gli inquirenti, sarebbe stata guidata da Innocenzio Macheda, in cui avrebbero ricoperto un ruolo di spicco i fratelli Pietro e Giuseppe Battaglia, entrambi attivi in paese sia nella politica sia nelle società di estrazione del porfido. Significative anche le date indicate dalle indagini: la presenza della criminalità organizzata sul territorio risalirebbe alla metà degli anni Ottanta.

Il settore attorno al quale ruota l’inchiesta è quello del porfido, per la sua opacità e perché alcuni degli indagati hanno messo radici in questo sistema fatto di cave e aziende estrattive, acquisendo le imprese, sfruttando i lavoratori e riciclando denaro di provenienza illecita. Il mondo del porfido ha il suo epicentro in Val di Cembra, pochi chilometri a Nord-Est di Trento: è dal sedicesimo secolo che la pietra viene estratta in questa zona, conosciuta dall’antichità e apprezzata per il suo colore purpureo e la sua durezza. L’alta qualità del materiale trentino e i bassi canoni di concessione delle cave hanno fatto prosperare a lungo il settore e gli imprenditori coinvolti, affibbiando così al porfido il nome di “oro rosso”. Negli ultimi 20 anni l’industria è però entrata crisi: nel 2019 l’Istituto di statistica della provincia di Trento contava 65 cave e circa 500 lavoratori, numeri costantemente in calo, per una produzione di 682mila tonnellate di materiale dal valore di oltre 37 milioni di euro.

Una parte dei problemi del mondo del porfido era già nota, tanto è vero che su questi si era concentrato nel 2011 il documentario “L’età della pietra” di Federico Betta e Alessandro Genovese, videomaker il primo e giornalista il secondo. La videoinchiesta mostrava alcuni degli aspetti più controversi del settore, su tutti lo sfruttamento dei lavoratori, il conflitto di interesse nei Comuni e la frammentazione delle industrie impegnate nell’estrazione. “Della questione mafiosa allora non si parlava -spiega oggi Betta- e le recenti notizie hanno colpito anche noi. Si percepiva però la decadenza e l’illegalità diffusa: i fili da tirare probabilmente c’erano, ulteriori ricerche avrebbero potuto forse già allora scoperchiare la situazione”.

Delle stesse problematiche si occupa Walter Ferrari con il Coordinamento lavoro porfido: nato nel 2014, è il punto di arrivo di un percorso fatto di esperienze e lotte portate avanti nella valle, per la salvaguardia dell’ambiente dall’insediamento di discariche e soprattutto contro il “sistema” del porfido. Negli anni quella di Ferrari è stata una voce scomoda, impegnata a denunciare le condizioni dei lavoratori, lo sfruttamento della manodopera straniera e la gestione non trasparente delle concessioni di estrazione. Una serie di fatti il cui inizio risalirebbe a 30 anni fa, così come l’insediamento mafioso: l’attivista sottolinea come le dinamiche non abbiano trovato spazio in un ambiente in crisi, in cerca di un aiuto esterno, ma piuttosto in un settore dominato dal malaffare.

Ferrari ha rivolto la sua attenzione soprattutto ai lavoratori stranieri impiegati nelle cave dalla fine degli anni Ottanta in poi: alcuni portoghesi, in seguito soprattutto operai provenienti dall’area del Maghreb, dalla Macedonia e dall’Albania, infine dalla Cina. Una presenza spesso trascurata e facilmente sfruttabile: si tratta infatti di persone con assoluta necessità di lavorare per mantenere il proprio permesso di soggiorno. Non per caso sono stati questi a finire -dagli anni Novanta- al centro di un mercato del lavoro grigio e nero, caratterizzato dall’esternalizzazione: “Gli stranieri erano spesso analfabeti o in difficoltà -spiega Ferrari-. Gli italiani restavano dipendenti delle ditte concessionarie mentre gli altri finivano in questo mondo di serie B: niente applicazione del contratto integrativo provinciale, niente cassa integrazione, cottimo puro”.

Ferrari solleva anche la questione del conflitto di interessi in capo alle amministrazioni locali: “Fino agli anni Ottanta mancava una normativa e le amministrazioni della zona, a cui spetta stabilire le concessioni, alternativamente alle Amministrazioni separate dei beni frazionali di uso civico (Asuc), erano legate agli imprenditori del porfido. La nuova legge ha introdotto maggiori controlli, che restano però blandi a causa dell’ampia discrezionalità lasciata ai Comuni”. Questo ha portato a continue proroghe delle concessioni senza passare per nuove gare, sottolinea, rendendo necessario un intervento dell’Unione europea nel 2006 ad intimare alla Provincia di istituire limiti precisi con una legge quadro. Inoltre i canoni sono stati tenuti bassi, favorendo così gli imprenditori a discapito delle comunità locali. “Questi si fermano al 14% del valore del semilavorato grezzo alla fonte, quando a livello europeo oscillano tra il 18 e il 22%, inoltre viene sottostimata la resa effettiva delle cave -continua Ferrari, spiegando come la dinamica sia sostenuta da gran parte degli operai stessi-. Mettersi contro il padrone vuol dire vedersi fare la guerra in paese. E poi i cavatori fedeli vengono pagati di più dall’imprenditore, il piccolo interesse prevale su quello della comunità”.

L’ipotesi di una presenza mafiosa era stata avanzata già in passato: la Commissione parlamentare antimafia ne aveva parlato nel 2017, mentre a Trento il presidio universitario di Libera, intitolato alla giovane vittima di mafia Celestino Fava, stava monitorando la situazione con attenzione e ora non si mostra stupito dalle indagini. “Una visione stereotipata del fenomeno mafioso non fa cogliere alcune sfumature e rende difficile da accettare che la mafia spari sempre meno e investa sempre di più -spiega Marco Gramignano, 22 anni, membro del presidio-. Con la pandemia è sempre più evidente come la mafia inquini l’economia legale investendo risorse”. Dalla poca consapevolezza deriva la necessità di sensibilizzare il territorio, sentita dal presidio: “In Trentino si sono sommate connivenza e mancanza di coscienza. Per questo nonostante le limitazioni dovute alla pandemia stiamo cercando di diffondere le notizie. Intanto le formazioni nelle scuole vanno avanti, i professori continuano a chiederci di farle. È importante, non va assolutamente bene sottovalutare il fenomeno in un territorio ricco e di confine”.

Del tema si è occupato anche Alberto Marmiroli, studente di sociologia a Trento, che nel 2019 ha deciso di centrare la sua tesi di laurea sulla possibilità che la ‘ndrangheta fosse presente nel settore del porfido, giungendo alla conclusione che le cave ne risultano essere l’habitat perfetto. Marmiroli confronta il caso trentino con quello emiliano, per il quale è in corso il maxi-processo “Aemilia” contro la ‘ndrangheta nel Nord Italia. Guardando allo sfruttamento lavorativo, nota come questo sia reso particolarmente facile dal fatto che i settori colpiti siano a basso livello tecnologico e quindi non serva investire particolarmente nella formazione dei lavoratori. Esistono inoltre altri fattori: “In un settore altamente tecnologico è fondamentale la capacità imprenditoriale, che porta a creare barriere all’entrata, rendere la propria azienda competitiva e fare in questo modo profitti. Ma al momento non esiste alcun caso di mafiosi che abbiano saputo farlo: per questo preferiscono le attività tradizionali, come alberghi, pizzerie o le cave appunto, che si prestano anche al riciclaggio di denaro”.

Particolarmente significativo anche il fatto che l’insediamento sia avvenuto in una valle composta da piccoli Comuni: è ciò che è successo anche in Emilia-Romagna, con il piccolo centro di Brescello (RE) sciolto per mafia. “Chi volesse amministrare i Comuni ha anche bisogno di essere votato -spiega Marmiroli-. La ‘ndrangheta è perfetta per questo, soprattutto in questi Comuni dove uno spostamento minimo di voti risulta decisivo”. Inoltre prendere il controllo di un paese, magari con una densità abitativa bassa e appena due agenti sul territorio, è più facile che non puntare a una città: Marmiroli ricorda la legge dei fortini, teorizzata dal professor Nando Dalla Chiesa -che insegna Sociologia della criminalità organizzata all’Università Statale di Milano- per cui “prima di puntare a un grande centro, la ‘ndrangheta ama crearsi una cintura attorno”.

Marmiroli ritorna infine sulla presunta immunità del Trentino al fenomeno mafioso: “È una narrazione che piace molto perché fa sentire migliori di ‘altri’, calabresi, campani e siciliani. Come spiegano i medici, però, non si possono avere anticorpi di una malattia che non si ha mai avuto. E in Trentino ci sono ricchezza diffusa, attività tradizionali e piccoli Comuni, oltre a una popolazione con una scarsa percezione: sono dell’idea che il Trentino per un ‘ndranghetista sia il territorio perfetto”.

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/le-cave-di-porfido-del-trentino-e-gli-interessi-della-ndrangheta/

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