Dal Bangladesh all’Italia, gli effetti della pandemia sui diritti delle donne

Durante i mesi più critici dell’emergenza Covid-19, in cui gli spostamenti sono stati limitati al massimo dalle autorità per prevenire la diffusione del contagio, per molte donne è stato difficile anche accedere alle cure mediche e ai servizi anti-violenza. “Durante il lockdown abbiamo assistito a un aumento dei casi di violenze tra le donne migranti che si trovano nei campi in Grecia. Inoltre, le limitazioni e le difficoltà nello spostamento hanno causato molti ritardi nell’accesso al nostro centro anti-violenza -racconta Giulia Maistrelli, ostetrica di 29enne originaria di Trento che lavora con Medici senza frontiere-. Alcune donne sono arrivate da noi più di tre giorni dopo aver subito violenza. In queste situazioni, purtroppo, non è possibile somministrare i farmaci anti-retrovirali che inibiscono l’infezione da Hiv e che devono essere assunti entro 72 ore. E anche la contraccezione d’emergenza, che teoricamente può essere somministrata fino a cinque giorni, rischia di essere meno efficace”.

L’impatto della pandemia ha avuto (e sta ancora avendo) in tutto il mondo gravi ripercussioni sulla vita quotidiana di milioni di donne, esacerbando situazioni di violenza e discriminazioni già presenti. L’impatto più evidente è forse quello sul mondo del lavoro: in Italia, è donna il 70% dei 444mila occupati che hanno perso il lavoro nel 2020. Negli Stati Uniti, secondo i dati del “National Women’s Law center”, solo nel mese di gennaio 2021 sono oltre 275mila le donne che hanno perso il lavoro portando il totale a 2,3 milioni da febbraio 2020. Il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro a stelle e strisce “è al punto più basso dal 1988”, scrive la CNBC. Altrettanto allarmante è l’aumento delle violenze di genere: prima del Covid-19 una donna su tre aveva subito violenza fisica o sessuale, spesso da parte del partner. “I dati mostrano in diversi Paesi un aumento delle chiamate alle line di emergenza”, sottolinea UN Women, l’agenzia delle Nazioni Unite per le donne che, riferendosi alle violenze di genere, parla di “epidemia ombra”.

Gli impatti socio-economici della pandemia da Covid-19 si possono già toccare con mano in molti ambiti diversi. In Bangladesh, ad esempio, dove le scuole non hanno ancora riaperto dopo lo stop deciso nel marzo 2020, si iniziano a osservare i primi segnali di un aumento dei matrimoni precoci tra le bambine. Le scuole gestite dall’ong “Terre des Hommes” nel distretto di Kurigram, uno dei più poveri del Paese, sono ancora chiuse: “Purtroppo c’è stato un aumento dei matrimoni precoci -spiega Valentina Lucchese, rappresentante Paese per l’ong Italiana-. Le nostre insegnanti hanno lavorato molto per tenere i contatti, via telefono, con le studentesse più a rischio ma la nostra capacità di intervento è stata limitata. In un contesto come quello legato all’epidemia, in cui anche le associazioni hanno potuto essere meno presenti sul campo, chi ha deciso di far sposare una figlia ha potuto farlo senza troppi ostacoli”.

La testimonianza di Valentina Lucchese è confermata dai dati raccolti dalla “Manusher Jonno Foundation”, una Ong locale, ripresi dalla stampa bengalese: le chiamate fatte al “999”, il numero di emergenza nazionale, per chiedere aiuto e impedire un matrimonio precoce sono aumentate del 45% nel corso del 2020. La “Manusher Jonno Foundation” ha poi condotto un monitoraggio sulla stampa locale: nel corso del 2020 gli otto principali quotidiani bengalesi hanno dato notizia di 101 matrimoni precoci, contro i 70 del 2019. Dati certamente parziali, ma che non possono non destare allarme in un Paese dove, prima dell’emergenza Covid-19, l’incidenza dei matrimoni precoci era già molto elevata. Secondo le stime di Unicef, infatti, più del 50% delle ragazze che oggi hanno 25 anni si è sposata prima di compiere 18 anni. Circa il 18% si è sposata quando ne aveva solo 15.

“Di fronte a un impoverimento causato dalla perdita del lavoro, la reazione di molti genitori è quella di organizzare il matrimonio per la figlia. In questo modo la famiglia non deve più farsi carico delle spese di mantenimento della ragazza -spiega Valentina Lucchese-. Ma il Covid-19 ha avuto anche altre, drammatiche, conseguenze sulle donne e sulle bambine, ad esempio l’aumento della violenza domestica. Quando il Paese ha chiuso, milioni di persone hanno perso ogni fonte di reddito dall’oggi al domani: una reazione molto diffusa è stato l’aumento delle violenze nei confronti di donne, ragazze e dei bambini in genere. Non ci sono, almeno per ora, dati statistici che ci permettono di inquadrare meglio il fenomeno, ma questo emerge chiaramente quando ci confrontiamo con le persone delle comunità dove lavoriamo”.

L’emergenza legata all’epidemia, però, non deve far dimenticare le tante situazioni di crisi e di conflitto in cui le donne pagano spesso il prezzo più alto. “Una delle difficoltà più grandi per le donne che vivono in un contesto di guerra come lo Yemen è l’accesso ai servizi: tante volte le donne devono affrontare viaggi anche di giorni prima di trovare l’assistenza di cui hanno bisogno”, racconta l’ostetrica Giulia Maistrelli che, tra luglio 2020 e gennaio 2021, ha lavorato nel centro traumatologico di Mocha costruito da Medici senza frontiere nel 2018 vicino alla linea del fronte per curare feriti di guerra e assistere i parti in emergenza. “Le levatrici tradizionali non hanno gli strumenti per intervenire in caso di emergenza e non sanno riconoscere tempestivamente condizioni come la preeclampsia -spiega Maistrelli-. Per questo motivo le donne arrivano al centro di Mocha solo quando la situazione è molto compromessa, dopo travagli lunghissimi. Nel 15% dei casi il bambino è già morto all’arrivo. Ed è una percentuale estremamente elevata”. Proprio per dare una risposta a questo problema, Msf ha organizzato corsi di formazione dedicati, su richiesta delle stesse levatrici yemenite, con una particolare attenzione alla rianimazione adulta e neonatale e ha fornito attrezzature per la rianimazione dei neonati.

Michela Gaffuri, cooperante del Centro orientamento educativo (Coe) in Camerun, da settembre 2018 gestisce per il Coe il progetto “Sguardo oltre il carcere” che offre percorsi di formazione professionale ai detenuti, assistenza legale e giudiziaria, li accompagna nel percorso di reinserimento socio-professionale. “Tra i detenuti, le donne sono considerate uno dei gruppi vulnerabili -spiega-. Spesso si trovano in carcere per aver commesso reati minori, ma alcuni reati sono qualificati in modo diverso in base al genere: le donne, ad esempio, possono finire in carcere per abbandono del tetto familiare o con l’accusa di infanticidio nel caso in cui decidano di abortire”. Nel Paese, infatti, è possibile interrompere la gravidanza solo se questa mette a rischio la salute della madre. Ancora, le donne possono finire in prigione con l’accusa “stregoneria”, una credenza ancora molto radicata in alcune aree del Paese.

“Bisogna inoltre continuare a parlare del ruolo della donna che, per quanto riguarda l’accesso all’istruzione e al mercato del lavoro è ancora discriminata -riflette Michela Gaffuri-. Anche se è importante sottolineare che ci sono importanti differenze, ad esempio tra aree urbane e rurali. Mentre tra le nuove generazioni si assiste a un cambio di mentalità: sempre più spesso le ragazze studiano e cercano un lavoro. L’idea della donna come moglie e madre sta passando un po’ in secondo piano. Qui in Camerun serve un cambiamento graduale di mentalità per fare sì che la comunità accetti di riconoscere alle donne un ruolo diverso. Ci vorrà tempo, non è un salto che si può fare in un paio d’anni”.

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/dal-bangladesh-allitalia-gli-effetti-della-pandemia-sui-diritti-delle-donne/

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