Pandemia un anno dopo: cosa sappiamo, cosa abbiamo imparato, come prepararsi alla prossima

Pandemia un anno dopo: cosa sappiamo, cosa abbiamo imparato, come prepararsi alla prossima

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L’11 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara ufficialmente la pandemia da COVID-19. Un anno dopo cosa possiamo dire di aver imparato, cosa ancora non sappiamo? E come giudicheranno le generazioni future la risposta dell’umanità alla pandemia che ad oggi ha fatto, secondo i dati ufficiali, oltre 2,7 milioni di morti e oltre 127 milioni di casi confermati con circa 221 paesi o territori coinvolti?

Nel mondo abbiamo assistito a differenti modi di gestire la crisi sanitaria globale. Paesi come Cina, Taiwan, Nuova Zelanda e Australia sono riusciti a eliminare o sono andati vicini all’eliminazione dell’epidemia relativamente bene. Altri come Hong Kong, Corea del Sud, Singapore, Finlandia e Norvegia sono riusciti a controllarla, tenendola a livelli bassi. Purtroppo, gli Stati Uniti, che ora temono una quarta ondata, e fino a qualche settimana fa anche il Regno Unito e diversi altri Stati europei, compresa l’Italia, ancora combattono con numeri di contagi giornalieri elevati, decine di migliaia di morti e servizi sanitari sovraccarichi. Per non parlare di paesi come il Brasile del tutto al collasso.

La diffusione del virus in tutto il mondo ha evidenziato le vulnerabilità critiche del nostri sistemi di governance sanitari a livello globale e nazionale. Eppure non erano mancati gli avvertimenti da parte di esperti e scienziati sulla inevitabilità di una pandemia di questa portata davanti alla quale ci siamo fatti trovare, soprattutto in Occidente, impreparati. I paesi più ricchi al mondo erano a corto di dispositivi di protezione individuale, ossigeno, ventilatori.

Scrive Anthony Faiola sul Washington Post: “Nonostante decenni di pianificazione, centri all’avanguardia per il controllo delle malattie e anni di esperienza nella lotta contro i focolai minori nei paesi ‘più poveri’, i popoli più ricchi del mondo – la Storia ci racconterà – non sono stati in grado o non hanno voluto fermare un virus senza subire perdite massicce. Le generazioni future vedranno la mancanza di leadership. Il mancato coordinamento. I continui lockdown. Nessun lockdown. La disinformazione e la politicizzazione di una crisi sanitaria. I negazionisti del virus e i no-mask dal Missouri a Medellín che hanno confuso la libertà personale con un disprezzo criminale per tutti gli altri”.

In questo anno abbiamo imparato quanto sia decisivo condividere il prima possibile le informazioni (pensiamo ai ritardi della Cina nel comunicare i primi casi di polmonite atipica) e dati aperti e accessibili, chiudere i confini, imporre lockdown e distanziamento sociale in modo tempestivo. E quanto sia fondamentale da parte dei decisori politici e dei governi comunicare in modo chiaro e coerente con i cittadini.

L’Australia ha agito da tutti questi punti di vista in maniera esemplare: ha riposto fiducia nella scienza, ha chiuso rapidamente i confini, ha limitato severamente anche i movimenti interni. Il messaggio forte e preciso: da destra a sinistra i politici hanno invitato i cittadini a indossare le mascherine (oggi sappiamo molto di più sulla loro efficacia nel contenere i contagi in combinazione con le altre misure), a rispettare il distanziamento sociale, a restare a casa. A oggi i casi registrati sono circa 29mila (compresi i ricoveri) e 909 i morti.

La Corea del Sud ha subito messo in campo un efficientissimo sistema di test e tracciamento, il Giappone ha potuto contare su un forte senso di collettività e rispetto comunitario. La strategia della Nuova Zelanda deve il suo successo alle quarantene e alle chiusure immediate e molto severe anche a fronte di pochi casi. Non appena l’OMS ha dichiarato il coronovarivus (PHEIC public health emergency of international concern) un’emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale, a fine gennaio 2020, il governo ha subito comunicato che avrebbe adottato una strategia di eliminazione (e non di contenimento o mitigazione) del virus.

Quattro sono le aree-chiave che si sono dimostrate più efficaci nel contenere la diffusione del virus e prevenire i decessi, secondo quanto scrive Jane Corbin sulla BBC: 1) Azione rapida ed efficace per il controllo delle frontiere e il monitoraggio degli arrivi 2) Testare, monitorare e rintracciare chiunque sospetto di essere infetto 3) Assistenza sociale a chi è in quarantena per contenere il virus 4) Leadership efficace e comunicazione pubblica coerente e tempestiva.

Nessuno può affermare di aver fatto tutto bene, scrive Corbin, ma mettendo insieme quali misure adottate sono risultate più efficaci in diversi paesi, si riesce ad avere una sorta di manuale per la gestione di future epidemie di malattie infettive. Il primo passo è la preparazione: paesi, come la Corea del Sud, che avevano fatto la devastante esperienza dell’epidemia di MERS nel 2015, avevano imparato la lezione, avevano fatto riforme per rafforzare la risposta alle emergenze di sanità pubblica che hanno dato i loro frutti. Quando il nuovo coronavirus è arrivato sono riusciti ad appiattire rapidamente la curva dell’epidemia, senza chiudere attività o imporre severe restrizioni per la permanenza a casa a livello nazionale. Test e tracciamenti: mentre paesi come UK hanno iniziato i tracciamenti a maggio, i paesi dell’est asiatico hanno cominciato il contact tracing già a gennaio. “In Corea del Sud, – riporta la BBC – ospedali come Yangji, nel distretto Gwan-Ak di Seoul, sono stati designati per gestire la pandemia dal test al trattamento. Qui, le persone non entrano nemmeno nell’edificio: vengono testate all’esterno in uno speciale stand completamente sigillato. L’ospedale elabora tutti i propri test in loco e i risultati sono generalmente disponibili entro quattro o cinque ore”. I controlli e i monitoraggi di casi sospetti sono molto rigidi e pervasivi. Il bilancio delle vittime in Corea del Sud, un paese di 52 milioni di persone, è di 1.693.

Altri elementi chiave sono il supporto economico a chi è costretto alla quarantena e all’isolamento, la protezione dei più anziani, a partire dalle case di cura, la pianificazione di una strategia vaccinale di massa, che dovrebbe in ogni caso essere uno sforzo internazionale.

Se la leadership politica globale ha fallito (non dobbiamo mai dimenticare che da questa pandemia possiamo uscirne solo tutti insieme, se anche un solo paese continua a essere travolto dai contagi nessuno è al sicuro), abbiamo assistito a una performance della comunità scientifica senza precedenti: la sequenza del genoma di SARS-CoV-2, individuata da medici cinesi già ai primi di gennaio 2020, viene condivisa immediatamente a livello globale. Da allora sono stati disponibili i test per identificare il virus nelle persone e in tempi record si è arrivati alla scoperta di diversi vaccini, alcuni dei quali sfruttano tecnologie avanzate come quelli a mRNA. La sfida che però ora ci attende è quella delle variante che non andrebbero sottovalutate. È fondamentale da un punto di vista di sanità globale, oltre che etico, che i paesi più ricchi, in questa corsa all’accaparramento ai vaccini, si facciano carico delle campagne vaccinali anche dei paesi più poveri: più il virus circola più le varianti possono costituire un serio ostacolo ai vaccini fino ad oggi sviluppati. È di questi giorni l’intervista a Helge Braun, capo dello staff della Cancelliera Angela Merkel, che avverte: se il numero di infezioni aumenta di nuovo rapidamente, c’è un rischio crescente che la prossima mutazione del virus diventi resistente al vaccino, “allora avremmo bisogno di nuovi vaccini, e dovremmo ricominciare a vaccinare”. L’India, che era riuscita a contenere parzialmente la diffusione della COVID-19, sta vedendo recentemente un rapido aumento dei casi e gli esperti temono che sia da attribuire a una variante “doppio mutante”. “La doppia mutazione si verifica quando due varianti mutate di un virus si uniscono per formare una terza variante. Quella riportata in India è una combinazione delle varianti E484Q e L452R”, ha spiegato a DW MC Mishra, ex sovrintendente medico dell’All India Institute of Medical Sciences.

Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, l’86,7% dei casi di coronavirus in Italia, al 18 marzo, è dovuto alla variante inglese, che ha il 37% in più di trasmissibilità, mentre il 4% dei casi è dovuto alla variante brasiliana. L’indagine è stata condotta dall’ISS e dal Ministero della Salute ai laboratori regionali e alla Fondazione Bruno Kessler sulla base di campioni di dati raccolti da Regioni e Province.

In questo anno abbiamo imparato molto sul virus, a partire da come avviene la trasmissione attraverso goccioline e aerosol diffusi con la respirazione, la tosse, gli starnuti o parlando. Sappiamo oggi che fermare la diffusione di SARS-CoV-2 richiede restrizioni alla nostra vita sociale e un solido sistema di test-traccia-isolamento che identifica in modo rapido le persone positive e i loro contatti.

Conosciamo i sintomi e riusciamo a trattarli in modi più efficienti rispetto ai primi mesi e oggi abbiamo sempre più conferme sugli effetti a lungo termine (long COVID).  Sappiamo che l’immunità dura anche fino a 8 mesi. Anche se ad oggi non sappiamo ancora quanto dura l’immunità da vaccino o se i vaccini ci proteggono non solo dalla malattia, ma anche dall’infezione. I dati in UK e Israele fanno ben sperare.

Proprio in questi giorni alcuni media hanno anticipato il rapporto dell’OMS dopo la missione in Cina per indagare sulle origini della pandemia, che sono diventate un intricato pasticcio di cospirazione e politica. Inizialmente sembrava che il virus avesse avuto origine nel mercato all’ingrosso di pesce di Huanan a Wuhan. La maggior parte dei primi casi era collegata al mercato nel dicembre 2019, ma ulteriori indagini hanno rivelato infezioni da COVID-19 in persone che non avevano alcun contatto noto con il mercato. Il mercato è stato chiuso il 1 gennaio 2020 e sono stati analizzati centinaia di campioni ambientali. Sono state trovate tracce di SARS-CoV-2, ma non vi era alcun legame definitivo tra gli animali sul mercato e il virus. L’Organizzazione mondiale della sanità e il CDC cinese hanno entrambi suggerito che il coronavirus potrebbe essere circolato a Wuhan prima dello scoppio dell’epidemia e che il mercato ha semplicemente contribuito ad amplificarne la diffusione. Un anno dopo, non abbiamo ancora una risposta chiara sul ruolo del mercato nella pandemia. L’ipotesi più accreditata scientificamente è il salto di specie dall’animale all’uomo (passando per un intermediario ancora non identificato nel caso di SARS-CoV-2 a partire dai pipistrelli), l’ipotesi della fuoriuscita dal laboratorio non è ancora esclusa del tutto anche se altamente improbabile. A confermarlo anche l’ultimo rapporto dell’OMS che non giunge ad alcuna ferma conclusione e afferma che sono necessari altri approfondimenti. A criticare il rapporto USA, UK e da altri 10 paesi inclusi Canada e Australia, che accusano la Cina di trattenere dati fondamentali per comprendere cosa sia esattamente accaduto. Molto probabilmente non riusciremo mai a sapere davvero come ha avuto origine la pandemia. Lo stesso

Cosa sappiamo ad oggi sui contagi nelle scuole e cosa fare per renderle luoghi sicuri e permettere così il ritorno in presenza? Abbiamo assistito proprio in questi giorni in Italia a una discussione molto accesa in seguito alla pubblicazione sul Corriere della Sera di uno studio che invita a riaprire le scuole e che è stato molto criticato.

Affrontando anche questa vicenda, ancora una volta, si rende doverosa una riflessione sul ruolo della comunicazione scientifica e dell’ecosistema mediatico, che hanno responsabilità non indifferenti nella confusione e nella disinformazione che rischiano sempre più di compromettere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Incertezza scientifica, infodemia, comunicazioni istituzionali poco chiare e contraddittorie, scontri tra addetti ai lavori, media poco responsabili, decisioni disorientanti hanno segnato questi mesi di pandemia globale. Come ha scritto Antonio Scalari proprio affrontando questo tema su Valigia Blu partendo dal caso Astrazeneca e della decisione da parte di alcuni paesi di sospenderlo per approfondire casi rari ma gravi di trombosi: “La fiducia che viene meno non è nella scienza in quanto tale, come impresa culturale collettiva o insieme di saperi. Quella che può venire messa in discussione, durante una crisi come quella che stiamo vivendo, è la scienza così come rappresentata da alcuni, singoli, esperti o dalla scienza-istituzione, cioè dalla scienza rappresentata da accademie, comitati tecnico-scientifici, agenzie regolatorie ed enti tecnico-scientifici governativi, che con i loro diversi ruoli contribuiscono al funzionamento della stessa democrazia. C’è poi, come già accennato, il ruolo dei media, la cui responsabilità nel diffondere buona informazione o, al contrario, nell’amplificare la cattiva informazione o perfino la disinformazione e le bufale, è oggi più che mai critico, come si è visto in questi mesi. Le lezioni che la pandemia può darci sul rapporto tra scienza, società, politica e informazione sono già molte. Speriamo che servano per il futuro”.

In questi mesi siamo riusciti a imparare molto per difenderci dal virus, ma i casi continuano ad aumentare in molti paesi nel mondo. C’è speranza che saremo in grado di controllare il virus in questo 2021. Ma per farlo dobbiamo anche fare i conti con i grandi fallimenti nella gestione 2020. Che significa affrontare anche il ruolo delle Regioni, il rapporto con il Governo, il tema dell’organizzazione del Sistema Sanitario Nazionale e le autonomie regionali, la medicina territoriali, i tagli, la privatizzazione della sanità, e i bassi investimenti nella ricerca.

Come ha detto Dale Fisher, esperto di malattie infettive che ha fatto parte della spedizione dell’OMS che a febbraio 2020 ha visitato la Cina per comprendere il virus e guidare una risposta globale alla pandemia: “Non possiamo correre il rischio di non imparare la lezione di questi ultimi 12 mesi. Siamo stati duramente colpiti e abbiamo pagato un prezzo molto alto. Una delle cose peggiori che possiamo fare è che quando tutto sarà finito, torneremo alla normalità. Se non impariamo da tutto questo, la storia si ripeterà”.

Quando si può dichiarare finalmente finita una pandemia? E quali sono le lezioni fondamentali che dobbiamo apprendere da questa pandemia che ha stravolto le nostre vite, per farci trovare preparati con la prossima emergenza sanitaria che non è un se ma un quando, come ormai ci stanno avvertendo gli scienziati da mesi e come sembrano aver capito alcuni leader mondiali che ieri hanno annunciato un trattato internazionale proprio in visione della prossima pandemia?

Di tutto questo parleremo nel nostro secondo appuntamento con Valigia Blu Live, dopo il primo incontro dedicato alla crisi climatica, che si terrà giovedì 1 aprile alle 19.00 sul gruppo “Sostenitori di Valigia Blu” e sarà poi disponibile a tutti a partire dal giorno dopo sul nostro canale youtube. Con noi ci saranno Elisabetta Tola, giornalista scientifica di Radio 3 Scienza e Marco Cattaneo, direttore de Le Scienze. Il format prevede una prima parte una discussione con i due ospiti e poi una seconda con domande da parte del pubblico.

Nota tecnica: per la diretta useremo la piattaforma StreamYard, che vi chiederà l’autorizzazione a fare apparire il vostro username nei commenti, per farlo cliccate qui (basterà farlo solo una volta) 👉https://streamyard.com/facebook.

L’iscrizione al gruppo “Sostenitori di Valigia Blu” è annuale e si può accedere partecipando al nostro crowdfunding con una donazione di 20 euro.

Foto anteprima di Dr StClaire via Pixabay

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/pandemia-lezioni-futuro/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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