Clima e finanza: le banche centrali del G20 remano contro l’Accordo di Parigi

Le pratiche delle banche centrali dei Paesi del G20 non sono coerenti con gli scenari di transizione ecologica e decarbonizzazione stabiliti dall’Accordo di Parigi sul clima. È quanto emerge dal rapporto “The Green Central Banking Scorecard” pubblicato il 31 marzo 2021 da Positive Money UK, organizzazione senza scopo di lucro fondata nel 2010 e impegnata in campagne per un sistema bancario e monetario a supporto di un’economia “equa, sostenibile e democratica”. Il report, promosso e sostenuto da 24 istituti di ricerca e da Ong, è diffuso in vista dell’incontro del 7 aprile dei ministri dell’Economia e dei banchieri centrali del G20, che si riuniranno per dibattere, tra le varie sfide globali, anche della transizione dell’economia verso una “maggiore sostenibilità”, per citare Banca d’Italia.

L’organizzazione ha espresso aspre critiche sulla incapacità delle banche centrali del G20 di attuare politiche monetarie e finanziarie incisive sul lungo termine volte a ridurre il sostegno ai combustibili fossili e alle attività nocive per il Pianeta. In questo scenario, ad aggravare la situazione è il comportamento delle 60 maggiori banche commerciali e d’investimento a livello globale (fra cui anche Unicredit e Intesa Sanpaolo), che -secondo quanto riportato nel rapporto 2021 “Banking on Climate Chaos” di Rainforest Action Network, BankTrack e altre Ong- hanno investito in progetti sui combustibili fossili per oltre 3mila miliardi di dollari dal 2016 (il primo anno post Parigi) al 2020.

Se le banche private pesano e non poco nell’allontanare sempre più l’obiettivo della decarbonizzazione, il quadro che esce dal rapporto di Positive Money è desolante. Nelle schede di valutazione sono stati assegnati punteggi analizzando quattro categorie differenti che segnalano il livello di incisività delle pratiche virtuose, politiche e iniziative messe in atto dalle banche centrali dei Paesi del G20 sulla strada per diventare più “sostenibili”: soltanto in una categoria, quella della ricerca e del sostegno, che include pubblicazioni ambientali, discorsi, documenti di lavoro o partecipazione a forum come NGFS e Sustainable Banking Network, 14 banche risultano “promosse” a pieni voti.

Il vero problema è invece nelle altre tre categorie: politica monetaria, politica finanziaria e dare l’esempio (includendo, in quest’ultimo caso, fra le altre cose, la divulgazione dei rischi ambientali delle banche centrali e il rendere più verdi i portafogli non politici). In generale, nessuna banca centrale, considerando il punteggio aggregato, si è avvicinata alla metà del punteggio più alto.

È paradossale, ma fino ad un certo punto, che ai vertici della classifica ci siano le banche centrali di due Paesi come Cina e Brasile, caratterizzati da gravi crisi climatiche e ambientali: al primo posto la Banca popolare cinese (PBoC) insieme alla China Banking and Insurance Regulatory Commission (CBIRC), che hanno ottenuto un punteggio aggregato comunque piuttosto basso (appena 50 su 130); e al secondo posto, il Banco Central do Brasil (BCB), con un punteggio aggregato di 45 su 130. Probabilmente proprio in virtù del fatto che i rischi ambientali dei due Paesi -questa l’ipotesi del rapporto- sono più visibili e hanno un maggiore impatto sociale, i banchieri centrali e le autorità di vigilanza hanno avuto uno stimolo più forte ad agire in direzione di politiche “verdi”. Anche se come noto in quei Paesi la strada è tutta in salita.

Il risultato modesto ma comunque superiore alle altre banche centrali del G20 aiuta ad individuare i punti in cui migliorare: mentre il primo posto di PBoC e CBIRC della Cina potrebbe derivare dal coordinamento stretto delle autorità monetarie e prudenziali con altri dipartimenti governativi, il secondo posto della banca centrale del Brasile, Paese sconvolto dal problema della deforestazione che il governo di Bolsonaro fa di tutto per determinare e aggravare, potrebbe discendere dalla sola politica nel G20 che abbia impedito, in maniera chiara, il finanziamento di una attività “nemica” del Pianeta. Infatti “la prima politica verde della BCB (Banco Central do Brasil) -si legge-, che richiede alle istituzioni finanziarie di acquisire la prova del rispetto delle normative ambientali da parte dei mutuatari che chiedono credito rurale in Amazzonia è stata implementata nel 2008 e ha prodotto un impatto positivo sui tassi di deforestazione”. E l’anno dopo un nuovo atto legislativo inerente a questioni monetarie ha ridotto i finanziamenti per l’ampliamento delle colture in Amazzonia e in altre regioni sensibili sotto il profilo ambientale. Una goccia in mezzo alle fiamme.

Scorrendo la classifica, alla banca centrale del Brasile seguono quelle di Francia e Regno Unito e, al quinto posto, l’Unione europea. La Banca centrale europea ha registrato dieci decimi rispetto alla categoria ricerca e advocacy (ha inciso anche il fatto che fa parte della rete internazionale Network for Greening the Financial System) ma ha ottenuto soltanto 2/50 per la politica monetaria, ancora di scarso impatto, nonostante accetti come garanzia obbligazioni legate alla sostenibilità; la politica finanziaria dell’Ue è stata valutata con 15/50 (a favorire il punteggio, ma a incidere ancora troppo poco, fattori come l’obbligo per le banche di inserire i rischi ambientali e climatici nelle pratiche di gestione del rischio); e per quanto riguarda il buon esempio, il punteggio della Bce si è fermato a 6/20, nonostante tentativi di avanzamento come l’istituzione di un centro di ricerca sul cambiamento climatico per guidare l’agenda sul clima.

Il rapporto rende evidente la necessità che banche centrali e autorità di vigilanza facciano in modo che i loro processi decisionali tengano conto della questione climatica, e che si adottino misure concrete che impongano alla finanza di rispettare gli impegni di Parigi. Politiche “ad alto impatto”, per esempio, dovrebbero includere, secondo il rapporto, “l’esclusione dei combustibili fossili dai programmi di acquisto di attività e dai quadri di garanzia e l’adeguamento di strumenti prudenziali come le ponderazioni del rischio per integrare efficacemente il rischio dei prestiti ad alto tenore di carbonio”. Il cambiamento climatico, con il suo enorme impatto sociale e con i suoi rischi caratterizzati da “radicale incertezza” a lungo termine, è infatti un pericolo anche per la stabilità dei prezzi e finanziaria. E le banche centrali del G20, anche in assenza di espliciti mandati di sostenibilità, farebbero bene a non dimenticarsene.

© riproduzione riservata

Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/clima-e-finanza-le-banche-centrali-del-g20-remano-contro-laccordo-di-parigi/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *