Sea-Watch sostiene i portuali di Genova: Mentre protegge le “navi della morte”, l’Italia criminalizza chi difende i diritti umani e chi salva vite in mare.

Sea-Watch esprime il suo pieno sostegno ai portuali di Genova, ennesimo obiettivo della crociata delle autorità italiane contro chi si impegna in prima linea nella solidarietà e nella difesa dei diritti umani.

Da maggio del 2019 le maestranze portuali di Genova si oppongono al transito indisturbato di armi e altro materiale bellico presso le banchine del capoluogo ligure. Come documentato dagli stessi lavoratori, sotto la Lanterna attraccano navi della compagnia di bandiera saudita Bahri e altri cargo che nella stiva trasportano sistemi di armi e munizioni destinati a paesi in conflitto. Si tratta di mezzi blindati, cingolati, obici, mortai e cannoni che, passando per l’Italia, raggiungono poi zone di guerra come la Libia, lo Yemen, il confine tra Turchia e Siria, il Kashmir.

In questi Paesi vengono commesse gravi e ripetute violazioni del diritto internazionale umanitario, non sono garantiti i diritti fondamentali e la popolazione civile è sistematicamente esposta al rischio di detenzioni arbitrarie, violenza, maltrattamenti e tortura. I nostri equipaggi sono da anni testimoni diretti delle violenze fisiche, psicologiche e sessuali subite da chi fugge da quei paesi a seguito di guerre, persecuzioni politiche, povertà endemiche. Ai traumi vissuti nei paesi di origine si aggiungono anche quelli inenarrabili causati dai percorsi migratori forzati, in assenza di canali d’accesso sicuri.

I Paesi Membri dell’Unione Europea non solo continuano ad alimentare i conflitti nel Sud Globale, ma si rendono anche protagonisti delle sistematiche omissioni di soccorso e degli ingiustificati ritardi nelle operazioni di Ricerca e Soccorso (SAR) di quanti fuggono proprio da quei conflitti. Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM), dal 2014 a oggi, oltre 21.000 persone hanno perso la vita sulla rotta del Mediterraneo Centrale. Circa otto morti al giorno, per sette anni.

Tuttavia, a finire sotto indagine oggi non c’è chi lascia che le persone anneghino in mare o chi stipula accordi con quei Paesi nei quali vengono violati i più elementari diritti umani, ma chi, tra i lavoratori del Porto di Genova, ha organizzato scioperi e manifestazioni contro le navi della morte e chi, nel Mediterraneo Centrale, supplendo all’ignavia delle istituzioni preposte, salva vite umane.

I dettagli sconcertanti, emersi negli ultimi giorni, sulle intercettazioni illecite dei giornalisti nelle indagini che coinvolgono organizzazioni umanitarie attive nel soccorso in mare, mostrano come anche i principi cardine dell’ordinamento giuridico italiano arrivino a essere violati nel tentativo di criminalizzare la solidarietà.

Le azioni repressive contro la mobilitazione dei portuali di Genova si inseriscono in questo clima intimidatorio e ci pongono di fronte a degli interrogativi: possiamo sopportare che si continuino a violare i principi del diritto internazionale e della nostra Costituzione per mero fine economico? Possiamo sopportare che coloro che si impegnano nella denuncia delle violazioni dei diritti fondamentali delle persone, siano indagati o imputati di reati che fino ad oggi non hanno mai portato a nessuna condanna? L’intensa campagna di criminalizzazione posta in essere contro chi difende i valori fondanti dell’Unione Europea non ci ridurrà al silenzio.

Ci uniamo, pertanto, alla mobilitazione dei portuali, forti della consapevolezza che le vite umane risparmiate dalle armi o dal mare, la difesa dei diritti e la denuncia siano il fondamento del nostro agire.

Fonte: Sea Watch – https://sea-watch.org/it/portuali_di_genova/

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