Dall’India alla Cina come stanno andando le vaccinazioni

Dall’India alla Cina come stanno andando le vaccinazioni

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di Eleonora Zocca

Oggi sentiamo parlare spesso del “modello Israele”, ma durante la prima ondata di coronavirus abbiamo imparato a conoscere il “modello Sud Corea”. Mentre da noi il sistema delle tre T (test, tracciamento e trattamento) ha riscontrato grosse problematiche, a Seul i contagi sono sempre stati contenuti e dal febbraio 2020 la media settimanale non ha mai superato i 25 decessi. Uno dei motivi per cui l’epidemia ha avuto un andamento differente è da ricercare nell’esperienza che un paese come la Corea del Sud ha acquisito nell’affrontare nuove minacce pandemiche: dalla capacità di attivare in breve tempo e in larga scala il sistema di tracciamento all’abitudine nell’indossare le mascherine. Ma tra le ragioni che hanno fatto la differenza e di cui in Occidente si è parlato meno ci sono anche il tracciamento a ritroso, l’individuazione dei superdiffusori e la qualità dell’aria nei posti chiusi.

Come spiega in un lungo articolo la sociologa Zeynep Tufekci su The Atlantic, in alcuni paesi asiatici ci si è concentrati maggiormente sul fattore K, ovvero l’indice che misura la dispersione del virus. È stato rilevato infatti che circa il 20% dei casi è responsabile dell’80% della trasmissione. Per questo motivo si è deciso di capovolgere la modalità di tracciamento: invece di andare a rintracciare le persone che potenzialmente sono state contagiate negli ultimi giorni da un positivo, si va ad individuare il super diffusore che ha contagiato quello stesso positivo, così da interrompere la catena del contagio alla radice. L’ipotesi più probabile, infatti, è che ci si sia infettati in un cluster. Il ricercatore e docente alla Tohoku University, Hitoshi Oshitani, contrappone la strategia giapponese di individuare subito le manifestazioni importanti della pandemia a quella occidentale di cercare di eliminare la malattia “paziente per paziente”. 

Altro fattore preponderante è stato consigliare alle persone di non frequentare luoghi chiusi e affollati. In Giappone, ad esempio, il governo ha diffuso la regola delle 3C: no ai luoghi chiusi con scarsa ventilazione, no ai posti affollati e no ai contatti ravvicinati con altre persone. In Europa, per lungo tempo si è parlato esclusivamente di goccioline (droplet) e dell’importanza di disinfettare le superfici, trascurando invece la trasmissione via aerea (aerosol).

Le campagne di vaccinazione invece sembrano andare a rilento. Se andiamo a vedere i dati delle vaccinazioni allo stato attuale, ci accorgiamo che in Corea del Sud solo un milione di persone (su 50 milioni di abitanti) ha ricevuto almeno la prima dose e su 100 abitanti risulta completamente vaccinato lo 0,07% (in Italia hanno ricevuto la prima dose undici milioni di persone e il 5,88% è completamente vaccinato). Stesso discorso in Giappone“La lenta partenza della campagna vaccinale in Giappone ha trasformato la speranza in frustrazione”: così titola Nikkei Asia, giornale che si occupa di Asia in lingua inglese e che ha sede a Tokyo. Ad oggi in Giappone ha ricevuto la prima dose un milione di persone, tutte appartenenti al personale sanitario. Il primo ministro Yoshihide Suga ha annunciato, durante una conferenza stampa il 5 marzo, che gli anziani inizieranno a essere vaccinati dal 12 aprile, mentre il responsabile della campagna vaccinale, Taro Kono, ha rassicurato che entro giugno ci saranno abbastanza dosi per i 126 milioni di cittadini, ma che il picco di vaccinazioni non si vedrà prima di maggio. Eppure, con le Olimpiadi alle porte – già rimandate di un anno e che si svolgeranno senza pubblico – il Giappone avrebbe tutti i motivi per accelerare la campagna vaccinale. La governatrice di Tokyo, in un videomessaggio del 31 marzo, ha spiegato che la situazione è ancora grave e, invitando i cittadini a proteggere sé e i propri cari, ha annunciato le tre misure messe in campo: tamponi molecolari, individuazione delle varianti e aumento dei posti letto negli ospedali. Una strategia che non sembra bastare più ai paesi occidentali che stanno piuttosto puntando sulle campagne vaccinali. 

Una delle ragioni per cui il Giappone è partito a rilento risiede nei tempi di approvazione del vaccino Pfizer-BioNTech da parte degli enti regolatori, arrivata due mesi dopo rispetto a quella dell’EMA in Europa e della FDA negli Stati Uniti. Uno slittamento dovuto alla richiesta del governo di eseguire i test clinici anche in Giappone, paese non incluso tra quelli scelti dalle due aziende. AstraZeneca, che invece attende ancora l’approvazione, ha stretto un accordo con l’azienda Daiichi Sankyo Co. che ha già iniziato a produrre le 30 milioni di dosi delle 120 previste, mentre Moderna non ha ancora presentato la richiesta di valutazione. 

A incidere fortemente sull’andamento della campagna vaccinale c’è anche lo scetticismo dei giapponesi rispetto ai vaccini. Uno studio pubblicato su The Lancet alla fine del 2020 mostra come il Giappone sia tra i paesi al mondo con il più basso tasso di fiducia nei vaccini. I ricercatori evidenziano come sia stata determinante la paura diffusasi nel 2013, quando il ministero della Salute decise di non raccomandare più il vaccino contro il papillomavirus (HPV), a seguito di alcuni casi di effetti collaterali ampiamente coperti dai media. Gli accertamenti dimostrarono che tra i due eventi non c’era alcun legame, ma ormai l’adesione al vaccino era scesa al di sotto dell’1%. Nello stesso studio si legge inoltre che, rispetto a quanto si era previsto nel 2013 con una copertura vaccinale del 70%, la crisi dei vaccini avvenuta tra il 2013 e il 2019 potrebbe provocare tra i 24 e i 27 mila casi in più di papillomavirus e circa 5000 morti per cancro uterino tra le donne nate tra il 1997 e il 2007. 

Ora con l’allentamento delle misure e la campagna vaccinale che procede a rilento, il governo teme una nuova ondata nella forma di una nuova variante. Trovata nel 70% dei pazienti COVID testati lo scorso mese all’ospedale di Tokyo, la mutazione E484K – soprannominata Eek – è ancora in fase di studio. Al momento non è stata rilevata una maggiore contagiosità, ma preoccupa le autorità sanitarie perché non si hanno ancora abbastanza dati per definire la letalità e la capacità di sfuggire al vaccino. 

In modo diametralmente opposto si sta muovendo Singapore. Primo paese asiatico ad approvare il vaccino Pfizer-BioNTech, la città-Stato ha avviato la campagna di vaccinazione in contemporanea con l’Europa, partendo anche in questo caso dal personale sanitario. Ad oggi Singapore ha vaccinato con entrambe le dosi l’8% della popolazione (468mila persone su 5.7 milioni di persone), si appresta ad approvare il vaccino di AstraZeneca, mentre quello di Moderna è già attivo. A rifornire le scorte di Singapore ci sarebbe, inoltre, anche il vaccino di produzione cinese Sinovac. O almeno così sperava Pechino. Arrivata via mare con un carico di 200mila dosi, la prima imbarcazione cinese non è stata salutata dal governo di Singapore con lo stesso entusiasmo con cui aveva accolto le prime dosi Pfizer-BioNTech o Moderna. Mentre a supervisionare la consegna del vaccino americano-tedesco c’era il ministro dei Trasporti Ong Ye Kung in persona e il primo ministro Lee Hsien Loong aveva definito l’arrivo dei vaccini Pfizer-BioNTech “un regalo benvoluto che aspettavamo tutti con impazienza”, a distanza di un mese, le dosi Sinovac sono rimaste ancora inutilizzate, evidenziando i limiti della “diplomazia dei vaccini” da parte Pechino. Alla base ci sarebbe un grande scetticismo nei confronti del vaccino Sinovac, ritenuto poco affidabile per la mancanza di dati forniti dai cinesi alla comunità scientifica. Nonostante Sinovac e Sinopahrm siano stati tra i primi vaccini ad aver avviato le sperimentazioni lo scorso anno, Pechino ha reso noti solamente i risultati finali, senza pubblicare su alcuna rivista scientifica studi consultabili da terze parti che ne attestino la validità. 

Già impegnata in una lunga battaglia per la democrazia – è recente la notizia dell’approvazione della legge elettorale che di fatto consegnerà la quasi unanimità del Congresso nelle mani di Pechino – Hong Kong sta attraversando sul fronte vaccini un momento confusionale. Il 24 marzo, il governo ha sospeso il vaccino Pfizer-BioNTech dopo aver trovato uno dei due lotti con crepe sulle fiale e imballaggi non perfettamente sigillati. Secondo gli ultimi aggiornamenti, si sta lavorando per riattivare le somministrazioni e – ha fatto sapere la Fosun International, gigante cinese che si occupa della distribuzione del vaccino Pfizer-BioNTech – un carico è già pronto per la consegna. L’unico vaccino al momento disponibile rimane Sinovac che però non gode di particolare fiducia, soprattutto a seguito del clamore che hanno sollevato sette casi di reazioni sospette. La governatrice Carrie Lam, che il 22 marzo ha ricevuto la seconda dose proprio del vaccino cinese, si è subito scagliata contro la “campagna diffamatoria” e ha rassicurato sull’efficacia di Sinovac. Al momento a Hong Kong risulta completamente vaccinato l’1,51% della popolazione, mentre hanno ricevuto almeno una dose poco più di 600mila persone su una popolazione di 7 milioni di abitanti. 

La Cina ha esportato fino ad ora 100 milioni di vaccini Sinovac e Sinopharm. Ma come sta procedendo la campagna nel paese? Secondo gli ultimi dati diffusi da Pechino – sui database pubblici come Our World in Data non sono consultabili – la Cina ha superato le 100 milioni di dosi. Il Global Times, giornale in lingua inglese che veicola la propaganda del partito all’estero, riporta che il 26 marzo la Cina ha toccato il numero più alto di somministrazioni in un giorno: 6,11 milioni. L’obiettivo è coprire il 40% della popolazione entro giugno, il che vuol dire raggiungere le 10 milioni di dosi giornaliere. In generale, però, la campagna vaccinale sta procedendo più lentamente di quanto annunciato. Il vaccino non è obbligatorio e, secondo un sondaggio condotto a febbraio dal Center for Disease Control and Prevention cinese, meno della metà del personale sanitario della provincia dello Zhejiang è intenzionato a vaccinarsi. Così, nelle città, ci si sta organizzando in altro modo e per combattere lo scetticismo sono comparsi, davanti agli hub vaccinali, carretti che offrono gelati gratuiti o altri beni alimentari a chi ha appena ricevuto una dose. Intanto, Pechino, sicura anche di un numero di contagi irrilevante, già pensa a riaprire le frontiere e ha annunciato di voler permettere l’accesso agli stranieri a condizione che facciano il vaccino Sinovac o Sinopharm. Sui siti delle ambasciate di circa 20 paesi, tra cui anche Italia, Regno Unito e Giappone, sono comparsi i comunicati ufficiali, dopo che il portavoce del ministero degli Esteri, Zhao Lijian, aveva dichiarato in conferenza stampa che “la proposta di facilitare i viaggi di tutti coloro a cui è stato somministrato un vaccino cinese è nata dopo averne valutato sicurezza ed efficacia”. 

A rimanere esclusa dalle mire espansionistiche della “diplomazia dei vaccini” cinese c’è Taiwan. L’isola che fu rifugio del generale Chiang Kai-Shek si è distinta, sin dalla prima ondata, per una gestione dell’epidemia efficace facendo registrare in tutto 1050 casi di contagio e 10 morti. Già attrezzata ad affrontare la pandemia per via delle esperienze pregresse, Taiwan ha avviato la campagna vaccinale la scorsa settimana con le prime 117 mila dosi di AstraZeneca – unico vaccino al momento disponibile. Il governo a febbraio era prossimo a un accordo con Pfizer-BioNTech per l’acquisto di 5 milioni di dosi, ma il ministro della Salute, Chen Shih-chung, il 29 marzo nel corso di una conferenza stampa ha dichiarato che il contratto rischia di sfumare a causa di “interventi da parte di forze esterne” –  presumibilmente Pechino. In tutto è previsto l’arrivo di 10 milioni di dosi AstraZeneca, 5,05 milioni di Moderna e 4,7 rientranti nel piano COVAX (Covid-19-Vaccine Global Access Facility), il progetto della GAVI Alliance (che comprende OMS, Banca Mondiale, UNICEF e la Bill & Melinda Gates Foundation) che punta a mettere a disposizione entro la fine del 2021 almeno 2 miliardi di dosi di vaccino, di cui 1,3 miliardi da destinare ai paesi più poveri. Intanto Taiwan, che non ha mai affrontato un lockdown totale e che non prevede l’uso obbligatorio della mascherina negli spazi aperti, sta pensando di allentare le misure di quarantena anche per chi entra nel paese dall’estero se vaccinato. 

Per quanto riguarda invece i paesi del sud-est asiatico, la Cambogia, che dall’inizio della pandemia ha registrato 2.915 casi totali e 22 decessi, sta importando il vaccino da Russia e Cina. A fine marzo è stato consegnato un carico di 1.5 milioni di dosi Sinovac a un costo di 15 milioni di dollari. L’Indonesia ha avviato la campagna vaccinale iniziando dal personale sanitario, ma il governo sta riscontrando difficoltà a procurarsi le dosi per i suoi 268 milioni di abitanti – anche perché è richiesta la certificazione halal che attesti l’idoneità dei vaccini e la conformità con la legge islamica. Ha inoltre approvato un piano che permette ai privati di importare i vaccini per accelerare il numero di inoculazioni, non accolta favorevolmente dagli esperti sanitari del paese. 

Nelle Filippine, uno dei paesi del sud-est asiatico più colpiti dalla pandemia con oltre 815 mila casi di contagio e più di 14 mila morti, la campagna vaccinale, iniziata a marzo, entrerà a pieno regime da maggio. Anche il presidente Duterte ha aperto alle aziende private. L’obiettivo è vaccinare 25 milioni di persone entro l’anno. La Thailandia ha ordinato 61 milioni di dosi da AstraZeneca e conta di vaccinare metà della popolazione entro l’anno. La prima dose del vaccino anglo-svedese somministrata nel paese è andata al primo ministro Prayuth Chan-ocha, che però ha dovuto attendere qualche giorno in più a causa di una sospensione delle somministrazioni sulla scia di quanto avvenuto in alcuni paesi europei. L’Istituto di igiene ed epidemiologia del Vietnam ha siglato invece un accordo con Medigen Vaccine, una società di Taipei, capitale di Taiwan, per assicurarsi dalle 3 alle 10 milioni di dosi. Il vaccino Medigen, che sta per concludere la fase II e che potrebbe essere pronto a luglio, è sviluppato in collaborazione con l’Istituto di sanità americano (NIH). Il Vietnam sta lavorando anche a un proprio vaccino che al momento ha superato la prima fase. Il Laos ha approvato a marzo il vaccino Sputnik ed è in trattativa con la Cina per l’acquisto di Sinovac, la Malaysia ha firmato un accordo con Pfizer assicurandosi 32 milioni di dosi, mentre il Myanmar – dove dal colpo di Stato del primo di febbraio è in corso un’accesa guerra civile che ad oggi conta più di 500 morti – è nella lista dei paesi che beneficerà del programma COVAX.

L’India, infine, ha avviato dal primo aprile la vaccinazione di tutti i soggetti al di sopra dei 45 anni mentre si trova a fronteggiare una nuova (e imprevista) ondata di contagi. L’8 aprile sono stati registrati 126.789 nuovi casi e dall’inizio della settimana più volte sono stati superati i 100 mila contagi giornalieri. L’India è il terzo paese al mondo per numero di contagi e decessi dopo Brasile e Stati Uniti con più di 12 milioni di casi confermati e oltre 165 mila decessi, riporta BBC. Eppure i contagi erano scesi a meno di 15 mila al giorno quando l’India ha lanciato la sua campagna di vaccinazione il 16 gennaio per poi tornare a salire di nuovo a marzo, in parte a causa degli scarsi protocolli di sicurezza e di lacune nelle operazioni di test e tracciamento. Secondo gli esperti, la seconda ondata è stata alimentata da una minore attenzione da parte della popolazione nell’utilizzo dei dispositivi di protezione e in messaggi contraddittori provenienti dal governo che ha autorizzato riunioni fino a 3 milioni di persone, come nel pellegrinaggio Kumbh Mela ad Haridwar, lungo il Gange, l’apertura al pubblico della partita di cricket tra India e Regno Unito ed eventi politici molto partecipati per elezioni che si terranno in cinque Stati. “Mi sento frustrato dal fatto che l’India non abbia lanciato la campagna di vaccinazione in modo più aggressivo mentre la curva era in discesa e controllabile”, ha detto a BBC Bhramar Mukherjee, professore di biostatistica ed epidemiologia presso l’Università del Michigan. 

La campagna di vaccinazione in India si è articolata in tre momenti. La prima fase, da metà gennaio, ha riguardato gli operatori sanitari. A marzo sono iniziate le somministrazioni dalle persone oltre i 60 anni e tra i 45 e i 59 anni affetti da più patologie. Il primo marzo è stato vaccinato il premier Narendra Modi che ha ricevuto la seconda dose proprio in questi giorni. Dal primo aprile è iniziata la terza fase rivolta, come detto, a tutte le persone dai 45 anni in su. 

Finora sono state somministrate quasi 80 milioni di dosi: oltre 10 milioni di persone sono state vaccinate completamente. L’obiettivo è coprire 250 milioni di persone entro luglio, ma secondo gli esperti per raggiungere tale obiettivo bisogna aumentare il ritmo delle somministrazioni arrivando a 10 milioni di dosi al giorno (attualmente sono 3 milioni). Molti altri candidati si trovano in diverse fasi delle prove. La diffusione è stata lenta a causa dello scetticismo sui vaccini e delle difficoltà avute dai più poveri e dagli abitanti delle zone rurali a registrarsi e accedere gratuitamente al programma vaccinale, scrive BBC.

La vaccinazione è volontaria. Le cliniche e gli ospedali statali offrono dosi gratuite mentre ci si può vaccinare in strutture private pagando 250 rupie (2,81 euro). L’agenzia indiana del farmaco ha approvato due vaccini: Covishield, sviluppato da AstraZeneca-Oxoford e prodotto dal Serum Institute of India (SII), e Covaxin, sviluppato dall’azienda indiana Bharat Biotech. Per aumentare il ritmo delle vaccinazioni l’India ha sospeso temporaneamente le esportazioni del vaccino sviluppato da AstraZeneca.

Foto anteprima Andrii Makukha sotto licenza CC BY-SA 4.0 via The Wire China

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/covid-vaccini-asia/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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