Le mani della Cina sull’Africa

Le mani della Cina sull’Africa

17 min lettura

di Antonella Sinopoli

Il primo Forum Cina-Africa nel 2000 e l’inizio dell’espansione cinese in Africa
Finanziamento, vaccini, debiti, tecnologie: la pervasività della Cina nel tessuto economico e sociale africano
I danni ambientali e sociali della pesca commerciale, delle estrazioni minerarie e dello sfruttamento delle materie prime
“I cinesi: gente strana”

All’inizio era il comunismo. Poi venne il capitalismo che si trasformò velocemente in neo-colonialismo. Sta negli “ismi” la sintesi della parabola dei rapporti (in epoca contemporanea) tra Cina e Africa.

Tutto cominciò – se vogliamo fissare un principio –  dalla lotta delle nazioni africane per l’indipendenza e quella contro l’apartheid. La lotta per liberarsi dalla pressione dei paesi europei, ancora “proprietari” dopo la Seconda Guerra Mondiale, delle vite, delle economie, del futuro del continente. Ma il conflitto mondiale avrebbe cambiato, appunto, non solo le società ma gli assetti geopolitici mondiali. E avrebbe risvegliato la consapevolezza degli africani che da un lato, chiamati a combattere tra i ranghi degli eserciti colonizzatori, avevano sperimentato la caduta del mito dell’invincibilità dell’uomo bianco; dall’altro, avevano cominciato a elaborare e assimilare teorie sulla libertà, l’indipendenza, il socialismo. I Movimenti di liberazione nazionale in Africa trovarono grande sostegno nella Cina di Mao con l’allora premier Zhou Enlai, che nel 1963/1964 fu il primo leader cinese a compiere un viaggio in alcuni paesi del continente e incontrarne i leader. Sostegno morale, ma anche militare. Un apporto concreto, spesso senza estremo clamore, mentre la Russia – che pure all’inizio sembrava un interlocutore privilegiato – rimaneva imbrigliata nei meccanismi della Guerra Fredda con gli USA. 

Ghana, Etiopia, Sudan, Angola, Somalia, Tanzania, Zambia, Zimbabwe: sono molti i paesi che in quegli anni ottennero aiuti o furono “stimolati” dalla Cina che si giocava così – tra ideali, forniture di armi, avvio di infrastrutture – il suo futuro nel continente africano. Sfidando, nello stesso tempo, l’influenza americana e russa. Per memoria storica ricordiamo alcuni dei leader africani, all’epoca non solo panafricanisti ma vicini agli ideali socialisti: Kwame Nkrumah in Ghana; Julius Nyerere in Tanzania; Sékou Touré in Guinea; Léopold Senghor in Senegal. Da allora molte cose sono cambiate, al socialismo non ci pensa più nessuno mentre la discussione è ormai rivolta ai numeri degli investimenti, ai volumi di cemento armato, alla quantità di prestiti e debiti.

Il primo Forum Cina-Africa nel 2000 e l’inizio dell’espansione cinese in Africa

Ma rifacciamo un passo indietro che serve per capire che la Cina fin da sempre (da quando sono iniziati i rapporti diplomatici ed economici con l’Africa) ha avuto ben chiaro il percorso da compiere. O almeno il modello teorico che ancora oggi serve a “giustificare” quella che da molti è giudicata una presenza ingombrante. L’ideologia alla base della politica estera cinese nel continente africano partiva dalla Conferenza di Bandung (1955) dove i paesi del “Terzo Mondo” – termine che allora non aveva un’accezione negativa ma si riferiva ai nuovi equilibri socio-economici mondiali – proprio sotto la rilevante guida di Zhou Enlai (e dell’indonesiano Sukarno e l’indiano Nehru) cercavano un’alternativa alla colonizzazione. Alternativa che implicava anche la crescita economica dei paesi in via di sviluppo. Pacifismo, solidarietà tra le nazioni e i loro leader, equità erano i concetti che sostenevano la visione elaborata durante quegli incontri. Una visione che si contrapponeva al dualismo USA-URSS e che si poneva come superamento delle ideologie a favore dei popoli.

Se quei presupposti sono falliti nel corso degli eventi – vedi l’espandersi di dittature e del potere del big man nei decenni ’70-’90 – il concetto di sviluppo, al di là di qualsiasi ostacolo possa impedirlo, è rimasto il faro delle azioni e degli accordi intervenuti negli anni tra i governi cinesi e quelli africani. Senso degli affari e pragmatismo sono stati i binari su cui si è mossa la Cina, restia non solo a imposizioni provenienti dall’esterno sulle proprie politiche interne ed estere, ma anche a dettare legge in casa degli altri su cose che non toccano il business. Per esempio, i diritti umani. Aspetto chiarito, nero su bianco, a partire dall’istituzione del primo Forum Cina-Africa. Era l’ottobre del 2000, altra data importante per comprendere il Grande Balzo del Dragone in terra africana. Il secondo stadio dell’evoluzione dei rapporti economici (e quindi in un certo senso politici) tra questi due giganti (uno per capacità di penetrazione, l’altro per l’ampiezza del suo territorio e delle sue risorse).

In occasione di quel primo forum – si chiama FOCAC, si tiene ogni tre anni e il prossimo sarà ad ottobre 2021 – venne elaborato un documento in 10 punti in cui si stabilivano aspetti fondamentali delle nuove relazioni sino-africane. Una riguarda proprio i diritti umani. Contrariamente alla maggior parte dei paesi al mondo, la Cina – con soddisfazione di quei presidenti che ancora guidano i loro paesi alla stregua di padri-padroni – stabilisce di fatto il principio di “non ingerenza” sulle questioni interne che tocchino i diritti umani. Al punto 4 si legge: “L’universalità dei diritti umani e delle libertà fondamentali dovrebbe essere rispettata”, ma poi si aggiunge: “Ogni paese ha il diritto di scegliere […] il proprio sistema sociale, il modello di sviluppo e i modi di vivere alla luce delle specifiche condizioni nazionali”. Quindi, avverte il documento: “I paesi che variano nel loro sistema sociale, stadio di sviluppo e background culturale hanno il diritto di scegliere il proprio approccio ai diritti umani”. Inoltre – ed è questo il paragrafo più rilevante, e anche buffo sotto certi aspetti: “La politicizzazione dei diritti umani e l’imposizione di condizioni, relative ai diritti umani, sull’assistenza economica dovrebbero essere fermamente contrastate in quanto costituiscono una violazione dei diritti umani”. Quanto la questione sia una costante spina nel fianco della Cina, che in questo senso non vuole sentire ragioni, lo dimostra il recente caso delle “ritorsioni” verso l’Occidente che ha “osato” intervenire sul caso degli Uiguri. 

In quegli stessi anni l’ufficio estero della Xinhua News Agency veniva trasferito da Parigi a Nairobi. Da allora, la presenza di media cinesi nel continente africano si è consolidata, soprattutto in Africa orientale. Il gigante asiatico ha ben chiaro l’impatto e il ruolo della comunicazione, che qualche volta – ovvio – può sfociare in sottile propaganda. Sempre nella capitale kenyota hanno sede la CCTV (China Central Television), gli uffici della China Global Television Network, la stazione della China Radio International. A Nairobi e Johannesburg ci sono poi le redazioni del China Daily. Ovvio che ci si domandi quanto questi media possano giocare nel tipo e modello di informazione e che sorga la preoccupazione dell’incidenza che possa avere il training a giornalisti africani. Mentre ci sono già state accuse di interferire nell’informazione locale, addirittura chiedendo di evitare la copertura di certe notizie.

Insomma, con questo input – sviluppo, ma senza andare troppo per il sottile su altre questioni – si è aperto il nuovo Millennio dei rapporti sino-africani. Ed è negli ultimi vent’anni che la Cina si è espansa enormemente verso l’estero, soprattutto in Africa, seguendo quel famoso invito al go out (la go out policy), serie di misure del Governo cinese per spingere e agevolare gli imprenditori a investire fuori dalla Cina e poi, nel 2013 l’iniziativa One Belt, One Road che ha lo scopo di connettere la nazione cinese con i paesi lungo l’antica Via della Seta. Ovviamente attraverso investimenti. Altrettanto ovviamente per trovare una soluzione all’eccesso demografico e alla forza lavoro che preme (oggi la Cina, paese più popoloso al mondo, conta 1 miliardo e 400 milioni di abitanti). E poi c’è l’Africa, con le sue (ancora inesaurite) risorse naturali, con la sua necessità di sviluppo, di piani infrastrutturali, di competenze tecniche. Sono passati molti anni dalla costruzione di quella storica (e iconica) ferrovia che collegava – 1860 chilometri – la Tanzania con lo Zambia. Era il 1976, da allora gli investimenti hanno raggiunto impegni economici stratosferici. 

Al 2018, data dell’ultimo summit FOCAC, secondo i dati forniti dal ministro degli Esteri, Wang Yi, la Cina aveva costruito in Africa più di 6.000 chilometri di strade e ferrovie, quasi 20 porti e più di 80 centrali elettriche. Senza contare, ricorda il Governo, gli interventi in altri campi: la scuola (ne sono state costruite oltre 170) e la sanità (130 ospedali) solo negli ultimi cinque anni (dati al 2020). Prima della pandemia, il volume degli affari tra Africa e Cina superava i 200 miliardi di dollari statunitensi, confermando la nazione asiatica come il primo partner negli affari per un decennio consecutivo. Gli investimenti diretti in Africa – sono cifre governative – hanno raggiunto la cifra di 110 miliardi di dollari USA e oltre 3.700 imprese cinesi hanno investito in territorio africano. Bisogna comunque tener presente che spesso dati e cifre fornite dai rappresentanti del governo cinese non corrispondono a quanto invece affermano altri tipi di studi e ricerche. Quella di McKinsey, per esempio, molto accurata, indica almeno 10.000 imprese cinesi operanti in Africa al 2017 in solo 8 paesi presi in esame.

Finanziamento, vaccini, debiti, tecnologie: la pervasività della Cina nel tessuto economico e sociale africano

Poi è intervenuta la pandemia che sembra aver messo in discussione un certo tipo di relazioni tra i Governi dei paesi africani e il Governo di Pechino. E anche quelle che riguardano più strettamente i cittadini. Il trattamento, gli abusi e gli atti di razzismo contro lavoratori e studenti africani soprattutto a Wuhan, epicentro della diffusione del virus, e Guangzhou, hanno raffreddato gli entusiasmi, e non solo dei giovani desiderosi di cogliere opportunità all’estero. Negli ultimi anni sono andate aumentando borse di studio e programmi di scambio tra le Università. Lo scopo è non solo consolidare i legami ad ogni livello, ma anche – opportunisticamente – formare una certa classe dirigente, quella con cui si continuerà a fare accordi (e affari) nei prossimi anni.

Le ipotesi di un allettamento delle relazioni e dei commerci, dovute tra l’altro alle chiusure delle frontiere e alle difficoltà generali di movimento, vengono smentite da analisti che – pur nelle difficoltà e imprevedibilità del momento – insistono sul “bisogno” di finanziamenti da parte dei paesi africani e dunque sulla disponibilità cinese, meno stringente rispetto alle regole imposte da organismi come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale.  Attenzione però, sembrano andati i tempi in cui i Governi africani avevano facile accesso ai finanziamenti per le infrastrutture, e questo a causa di un cambio di politica dei prestiti da parte delle due maggiori banche, la China Development Bank e la China Exim Bank. Questo non vuol dire che tutti i prestiti cesseranno (non conviene a nessuno) ma che saranno più selettivi. Questo è uno dei punti su cui, secondo gli osservatori, si giocheranno le relazioni tra l’Africa e il colosso asiatico, nel 2021.

Un altro è il vaccino. La Cina sta pianificando una vera e propria catena di distribuzione nel paesi africani. Che supera non solo l’impegno dell’Europa o degli Stati Uniti in questo senso, ma anche il programma COVAX (che punta a mettere a disposizione entro la fine del 2021 almeno 2 miliardi di dosi di vaccino, di cui 1,3 miliardi da destinare ai paesi più poveri). Emblematica l’immagine, trasmessa anche in televisione, del presidente senegalese, Macky Sall, mentre gli veniva iniettato il Sinopharm. Ricordiamo a questo proposito che il prossimo FOCAC sarà ospitato, anche se con ogni probabilità virtualmente, a Dakar. In ogni caso, la diplomazia giocata sull’invio di aiuti in strumentazione, medicinali, infermieri e medici, non è una novità. Fin dagli anni Sessanta. Secondo dati di Pechino il personale medico cinese ha curato (al 2018) 220 milioni di pazienti in 48 paesi africani e nel corso degli anni in Africa sono arrivati oltre 21.000 tra infermieri e dottori.

Altro aspetto fondamentale – e in questo caso punto dolente – delle relazioni sino-africane è il debito. Se nel 2000 – ritorniamo al documento elaborato al termine del primo summit Cina-Africa – si ribadiva che il debito estero rappresentava un grosso fardello per le economie africane impossibilitate in tal modo a crescere, negli anni quel debito si è accumulato e cresciuto proprio nei confronti della Cina. Repubblica Democratica del Congo, Niger, Kenya, Zambia sono tra i paesi più indebitati. E Gibuti (il debito con la Cina ammonta a oltre il 70% del PIL) dove non è un caso che, nel 2017, sia stata aperta la prima base navale militare cinese. Un’area strategica nel Corno d’Africa che assicura alla Cina una posizione di controllo dei propri interessi e della propria posizione nello scacchiere internazionale. E a questo proposito va aggiunto che non è soltanto sul fronte economico e delle transazioni in dollari che si giocano le ambizioni della Cina in Africa e la competizione con altri paesi, ma anche su quello militare e della sicurezza. Le armi importate dalla Cina (periodo 2013-2017) rappresentano il 17% delle intere importazioni africane in questo settore, il 55% in più dei cinque anni precedenti. Un dato inferiore a quello di altri paesi esportatori, anche se – elemento assai interessante – alcuni paesi come Zimbabwe, Mozambico, Namibia, Tanzania, Zambia, hanno importato il 90% delle armi dalla Cina. Va chiarito comunque che analisi approfondite rivelano che sono gli Stati Uniti i maggiori esportatori di armi e supporto a regimi non democratici.

Ma torniamo al debito. Da tempo si parla di una moratoria sugli interessi e una rinegoziazione dei pagamenti. Anche nel tentativo di avere o conservare una priorità rispetto a istituzioni come la World Bank o l’FMI. Ha fatto comunque discutere la nuova modalità con cui imprese e governo cinese tentano di mettere al riparo i propri investimenti, vale a dire chiedendo che a fare da garanzia siano le aziende nazionali. Uno di questi casi è lo Zambia, tra i paesi africani con il più alto livello di debito (3 miliardi di dollari dichiarati – ma pare siano molti di più – solo con la Cina). Fece scalpore quando Africa Confidential pubblicò la notizia di una trattativa in corso tra il Governo dello Zambia e quello cinese, per la cessione della compagnia elettrica di Stato, la Zesco, operazione che avrebbe colmato il debito. Si parlò di “messa in vendita” del paese (lo Zambia è stato soprannominato Chambia, proprio a indicare la mano pensante della Cina su questo territorio). Stessa cosa era accaduta con il porto di Mombasa in Kenya messo a garanzia del debito mentre – sollecitato da medesime notizie che si stavano diffondendo nel paese – il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, si affrettava a dire che gli asset dello Stato non sarebbero mai stati messi in vendita.

Alcuni hanno definito il sistema dei prestiti una “trappola”, ma altri considerano questa lettura una iperbole che niente avrebbe a che fare con le reali motivazioni degli accordi tra la Cina (e le sue banche) e progetti infrastrutturali. Avanzando documentazioni e studi che mostrerebbero che l’intento predatorio da parte della nazione asiatica è un falso. Anche se – si riconosce – i ritorni economici di alcuni progetti non avrebbero soddisfatto le aspettative, e quindi l’intento del prestito.

Per seguire nel dettaglio la situazione debitoria dell’Africa è utile il lavoro del China Africa Research Initiative (CARI) che dal 2007 ha cominciato a registrare e analizzare i prestiti della Cina ai paesi africani. Secondo il sito, tra il 2000 e il 2018 sono stati firmati 1.077 accordi di prestiti pari a 148 miliardi di dollari con Governi africani o imprese di proprietà statale. Risulterebbe, inoltre, una riduzione del debito pari a 7.6 miliardi di dollari solo nel periodo 2020-2021, anche come misura legata alla pandemia. La pandemia, comunque, ha messo in atto un programma di sospensione del debito che include almeno 40 paesi africani. Iniziativa G20 in cui rientra anche la Cina.

Perdere il controllo su beni, proprietà, servizi e sulle proprie risorse, è un incubo anche per i comuni cittadini. Sono loro che parlano – per strada, sui social, nei dibattiti radiofonici – di neo-colonialismo. Dovunque si vada ci sono lavori in corso targati Cina e non c’è mercato che non sia strapieno di prodotti made in PRC: dai telefonini alle pile agli elettrodomestici; dall’abbigliamento ai prodotti per la pulizia a quelli per la scuola. Molti di scarsa qualità, plastica, difficile da smaltire e che dunque finisce nei mari, nei corsi d’acqua, in cumuli di roba in villaggi e città. Merce che dura poco, ma accessibile a chi non può permettersi di meglio. Comunque si è rivelato un vantaggio per gli africani la penetrazione cinese nell’ambito della tecnologia e della comunicazione. L’azienda Transsion, per esempio, si è focalizzata nel realizzare smartphone per il mercato africano. Telefonini non solo a basso costo (anche meno di 10 dollari) ma anche con tecnologie interne adatte all’ambiente e alla luce africana, come camere calibrate per i toni più scuri della pelle o con batterie dalla lunga durata (considerati i frequenti blackout). I suoi prodotti: Tecno, Infinix e Itel, in molti paesi africani hanno ormai superato le vendite di Samsung e Nokia. E si parla già dell’espansione dei servizi 5G ad opera di compagnie come Huawei e ZTE.

Sul fronte della tecnologia il continente africano si presta come “campo di sperimentazione” per progetti – ad esempio – che riguardano la tecnologia di sorveglianza. Sono state proprio la Transsion e la ZTE a fornire al governo etiope infrastrutture per monitorare le comunicazioni dei cittadini. E già qualche anno fa il governo dello Zimbabwe ha firmato un accordo con la Cloud Walk Technology per applicare il programma di riconoscimento facciale. E apparentemente solo rivolto al settore del business e della sicurezza è la presenza – a Johannesburg – di Hikvision, azienda che realizza le migliori (si dice) camere di sorveglianza al mondo.

I danni ambientali e sociali della pesca commerciale, delle estrazioni minerarie e dello sfruttamento delle materie prime

Ma quando si parla di Cina in Africa non si può dimenticare la grande questione dei danni ambientali che lo sfruttamento delle risorse e il consumismo sfrenato stanno provocando. Una situazione che va ad aggiungersi ai pericoli legati al cambiamento climatico e a quelli che ne sono già il risultato: alluvioni e siccità estreme, erosione delle coste, aleatorietà dei raccolti e dunque carestia.

Ed è a partire dalle segnalazioni delle comunità di pescatori dell’area costiera dell’Africa occidentale che si è cominciato a indagare in questi anni sulle attività di pesca da parte di imprese cinesi. Un’attività fortemente invasiva, che non tiene conto dei periodi di “riposo” per la fauna marina e neanche dei divieti, per esempio quello della pesca a strascico o l’uso di esplosivo o della tecnica saiko, che invece risultano pienamente praticati da grandi pescherecci e che umiliano i pescatori locali. È inutile dire che quello che arriva sulla costa (la maggior parte dei pescatori africani usa ancora le reti tradizionali e piccole imbarcazioni che non permettono quindi di allontanarsi) è solo quel che rimane. Poca cosa per comunità che vivono solo di quest’attività e che quindi lamentano quanto il mare si sia negli anni impoverito. Secondo una stima la flotta cinese dedicata alla pesca va dalle 200.000 alle 800.000 imbarcazioni, che corrispondono a quasi la metà mondiale. Il governo cinese fa sapere che quelle operanti in mari distanti dalla Cina sono soltanto 2.600, ma alcune ricerche ne hanno valutato invece 17.000. Molte di queste imbarcazioni operano in modo invisibile e solo inchieste con l’uso di satellitari hanno permesso di stabilire la portata della loro attività che spesso rientra nella cosiddetta IUU (Illegal Unreported Unregulated Fishing).

Situazione analoga per il settore estrattivo, che da anni rappresenta una fetta sostanziosa degli investimenti cinesi, ma spesso ha anche provocato conflitti all’interno delle comunità legati allo sfruttamento esasperato del territorio e alla perdita della terra. Soprattutto quando si parla di estrazioni illegali, che hanno in passato anche provocato espulsioni di cittadini cinesi. Secondo un recente studio, equivarrebbe a 33 miliardi di dollari la stima degli investimenti nel settore minerario nell’Africa sub-sahariana (cifre che non tengono conto delle numerose miniere illegali) tra il 2006 e il 2017, pari al 12% degli investimenti totali cinesi in tutti i settori dell’economia. Trasporti, infrastrutture ed energia rimarrebbero i settori più ampi. Ma negli ultimi anni c’è stata una notevole accelerazione, con aziende minerarie cinesi in piena attività soprattutto in Ghana, Sudafrica, RDC, Zambia e Zimbabwe.

Ci sono poi paesi dove la nazione asiatica si divide il controllo minerario solo con il governo centrale (nessun altro tipo di competizione da altri paesi). Per esempio in Eritrea o in Guinea, dove c’è un sostanziale monopolio cinese sulle miniere, in accordo con i governi locali. Alluminio, bauxite, cobalto, zinco, uranio, manganese, rame, e naturalmente oro: tutti elementi preziosi per le economie moderne di questo terzo Millennio. Tutti elementi di cui anche la Cina ha bisogno. E poi c’è il petrolio: Angola, Congo, ma anche la Libia sono i maggiori fornitori della Cina anche se negli ultimi anni il volume di barili esportato da questi paesi è alquanto diminuito, sostituito da accordi con l’Arabia Saudita, la Russia, il Regno Unito. E a proposito degli effetti collaterali provocati da relazioni sbilanciate tra gli Stati, va citato il caso dell’Angola. Il governo di questo paese si è visto costretto a chiedere al G20 un ristoro del debito e a negoziare una serie di accordi con paesi importatori del suo petrolio. Tra questi la Cina a cui lo Stato dell’Africa meridionale deve gran parte del suo debito (pari a circa 25 miliardi di dollari) accumulato per la costruire strade, ospedali, infrastrutture. La pandemia e l’abbassamento del costo del petrolio hanno peggiorato uno stato di crisi in corso da tempo nel paese e che aveva già portato a ripagare il debito con la sua risorsa più preziosa. Situazioni estreme a cui forse non si arriverebbe – o che sarebbero meno drammatiche – se nel business non ci fosse sempre il fattore X a giocare un ruolo importante.

Nel 2015 il giornalista Tom Burgis, nel suo The looting machine, spiegava a che livelli la corruzione endemica aveva contribuito allo sfruttamento selvaggio delle risorse africane. In particolare Burgis si è concentrato sull’attività in Nigeria e Angola della China Sonangol International, multinazionale con le mani in pasta in vari settori, petrolifero, minerario, ma anche dell’immobiliare evidenziando la difficoltà di risalire ad accordi e documentazioni chiare tra le parti. La segretezza che li circonda rende difficile tracciarne forme e contenuti. Nel 2017 un report del Carter Center, portava alla luce la sparizione di 1 miliardo e 163 milioni di dollari in Congo. Si trattava di un prestito della Cina in cambio di minerali alla Sicomines. Nessuna prova che quei soldi siano stati usati a favore della popolazione. Solo esempi, ma casi simili sono molti, senza contare le “piccole bribe” a intermediari di varia natura. Un’inchiesta (ancora della McKinsey che essendo statunitense ha naturalmente interesse a portare a galli questi fattori) rivelava nel 2017 che tra il 60% e l’87% delle aziende cinesi ha ammesso di aver pagato una “mancia” o una “mazzetta” per ottenere una licenza per lavori o una transazione. Insomma, messa così, per molti leader africani, consulenti, ministri e staff vari, l’”ansia” cinese di investire e operare in Africa è una vera e propria manna dal cielo. A non essere proprio felice è la fauna africana. Pangolini ed elefanti sono le principali vittime di un mercato avido di quelle squame (in un caso) e di quell’avorio (dall’altro) utilizzati per medicinali e polveri varie, per ninnoli o rinvigorenti. Nonostante divieti e misure di controllo internazionali.

Certo non bisogna pensare che i governi africani (o alcuni di essi) non stiano adottando misure per salvaguardare i propri interessi. Pensiamo a Eswatini (ex Swaziland) dove vige ancora la monarchia e il cui re è intenzionato a non entrare nel girone infernale dei debiti con la Cina. Oltretutto per Pechino si tratta di un paese nemico, poiché è l’unico Stato africano ad aver riconosciuto Taiwan come nazione indipendente e ad avere con questo paese legami diplomatici. Oltre, va detto, ad accettarne prestiti. O anche la Costa d’Avorio che, nel 2018, ha negoziato secondo i propri interessi un progetto idroelettrico del costo di 580 milioni di dollari, chiedendo al gigante Sinohydro che solo il 20% del personale chiamato a lavorare al progetto fosse cinese, che il materiale di lavoro fosse comprato in loco e che la lingua parlata fosse il francese. O ancora lo Zimbabwe, che recentemente ha vietato lo sfruttamento minerario nei suoi parchi nazionali. Ma non sono gli unici casi di Stati africani od organizzazioni della società civile che si stanno impegnando per un maggior controllo dei contratti (finora molto opachi) o dello sfruttamento delle risorse.

“I cinesi: gente strana”

Ma a questo punto ci sarà curiosità di conoscere quali sono le grandi opere cinesi in Africa. Ne citiamo qualcuna: tra le sedi istituzionali va ricordato il quartier generale dell’Unione Africana (2012) ad Addis Abeba, in costruzione è quello della Cedeao/Ecowas ad Abujia in Nigeria e tre parlamenti, in Zimbabwe, Congo e Gabon. Spesso si tratta di lavori per stimolare la diffusione della cultura africana designando spazi specifici: come il Museo delle Civiltà nere a Dakar, 35 milioni di dollari, o che hanno un valore politico, come il Mwalimu Nyerere Memorial Academy (45 milioni di dollari) in Tanzania, dal nome dell’ex presidente dalle idee socialiste. L’Accademia, i cui lavori sono stati inaugurati un paio di anni fa dallo scomparso presidente, John Magufuli, servirà a formare leader che provengono da paesi governati dagli ex movimenti di liberazione dell’Africa meridionale. A livello di infrastrutture non si può non ricordare la linea ferroviaria Mombasa-Nairobi, il più costoso progetto di questo genere dall’indipendenza, quasi 4 miliardi di dollari per 579 chilometri circa.  Progetti analoghi sono in corso in Etiopia, Gibuti, Nigeria. Mentre lo scorso anno è stata consegnata al governo dell’Angola una linea ferroviaria di 1.344 chilometri.

Ma i cinesi sono gente strana”, questa è la vox populi. Strana, perché se ne stanno sempre tra loro, ce ne sono milioni nel continente, ma fai fatica a incontrarli. Strana, perché non si mescolano con le comunità locali, se ne stanno nei loro bar, ristoranti, compound, in quelle che sembrano vere e proprie enclavi. Sono strani, perché – sempre vox populi – stanno in Africa a fare affari ma occupano poco personale africano e cercano di tenersi il know how tutto per sé. Strani, perché hanno un atteggiamento di distacco da tutto e tutti (quando i tutti sono i cittadini comuni). Strani, perché non riescono a smettere di produrre inquinamento ma riescono a controllare il tempo. Strani, infine, perché applicano il capitalismo – e segnano il passo del neo-colonialismo – restando convinti di essere ancora comunisti. E, cosa ancora più strana, non vedendovi alcuna contraddizione.

Immagine in anteprima: PrachataiCC BY-NC-ND 2.0, via Flickr.com

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/cina-interessi-africa/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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