Un nuovo “Pubblico” per un’altra idea di società
Un nuovo “Pubblico” per un’altra idea di società

L’offensiva liberista alla prova della pandemia

La pandemia ha rivelato i drammatici effetti di un modello economico e sociale fondato sul primato dell’impresa privata e del profitto. Le politiche neoliberiste e l’austerità sono state gli strumenti attraverso cui in Italia, più che altrove, il capitalismo ha puntato a una redistribuzione della ricchezza verso i profitti e le rendite, riducendo il salario diretto, con l’attacco alla contrattazione, la precarietà e il ricatto occupazionale, e quello indiretto e differito, mediante il pesante ridimensionamento del ruolo e delle funzioni del Pubblico.

L’offensiva neoliberista, ponendosi come fine ultimo la ridefinizione dei rapporti di forza tra le classi a vantaggio del capitale, non si è sviluppata solo a livello economico e culturale, ma ha investito tutti gli aspetti dell’assetto democratico costituzionale.

La retorica del “privato”, sfida egemonica del capitale
L’attacco al Pubblico, parte centrale di quello alla democrazia, ha agito a due livelli: in alto con la subordinazione delle istituzioni democratiche al quadro dei vincoli europei, condivisi da tutti i partiti in Parlamento; in basso con l’eliminazione progressiva di tutte le forme di controllo e di partecipazione democratica conquistate dalle lotte degli anni ’70, all’interno dei processi di sottrazione progressiva al Pubblico degli ambiti della riproduzione sociale e dei beni comuni.
In questo contesto e con queste finalità si colloca l’azione di una politica asservita agli interessi del capitale che negli ultimi decenni ha operato per:
– ridurre le voci di spesa per tutte le funzioni, le istituzioni e i servizi pubblici;
– privatizzare tutto il possibile, trasformando i bisogni in merci e riducendo il ruolo pubblico all’intervento compassionevole verso le povertà e le marginalità estreme, a vantaggio di un capitalismo in crisi di valorizzazione;
– azzerare il ruolo dello Stato nell’economia nazionale, ridimensionando anche la gestione del territorio e dei beni comuni, per consegnarli nelle mani della speculazione economica e finanziaria.
Ciò è stato possibile utilizzando ed enfatizzando i limiti e le distorsioni di un sistema con oggettive carenze e opacità, burocratizzato e spesso clientelare, vissuto dai cittadini-utenti come inefficiente e spendaccione. La retorica della “casta” si è rovesciata su tutti i settori pubblici, accompagnata dall’esaltazione dell’efficienza dei privati e della competizione.

Le conseguenze sociali ed economiche in Italia e in Europa
L’ entità dell’attacco al settore pubblico risulta più evidente alla luce di alcuni dati:
scuola e università – 66 mld di euro di spesa contro i 120 della Francia e i 134 della Germania;
sanità – 150 miliardi di euro contro i 250 della Francia e i 350 della Germania;
dipendenti pubblici – 80 per mille abitanti contro una media europea di 118, i 135 della Germania e i 170 della Svezia.
Con la pandemia si è “scoperto” che cosa ha significato aver ridimensionato le strutture sanitarie, aver ridotto l’organico del personale medico e infermieristico, aver distrutto il sistema di prevenzione e la medicina territoriale.
Si è riflettuto meno però sui danni economici diretti e indiretti per l’insieme della società, per esempio sul costo economico dovuto alla mancanza di prevenzione sanitaria e ambientale, agli infortuni sul lavoro ecc. Si calcola che, solo per l’inquinamento, tra ricoveri ospedalieri, perdita di benessere, impatti sulla salute e quindi riduzione dell’aspettativa di vita, si determina una spesa che ammonta a un costo medio di 1400 euro per cittadino, equivalente a circa il 5% del PIL.
Lo stesso vale per lo svuotamento delle strutture per la prevenzione e la mancanza di controlli sulla sicurezza e la tutela dagli infortuni nei luoghi di lavoro, dove ai danni per la salute si sommano enormi costi economici: nel 2012 il costo complessivo dei danni da lavoro era di 52 miliardi.
È stato evidente come studenti, insegnanti e famiglie abbiano pagato e continuino a pagare pesantemente il fatto che il Paese sia stato colto dall’emergenza dell’epidemia con la Scuola in uno stato di degrado, con un patrimonio edilizio vecchio e inadeguato, classi sovraffollate e un quarto del personale precario: un sistema dell’istruzione progressivamente depauperato e svuotato del ruolo di garante del diritto costituzionale che tanto peso ha nella valorizzazione delle persone. Si è mortificato il ruolo sociale dei docenti, non si è adeguatamente combattuto l’abbandono scolastico risalito dal 2017 mentre i tassi di scolarizzazione e dei laureati restano tra i più bassi d’Europa.
Va sottolineato che i tagli all’istruzione insieme a quelli sulla ricerca, oltre ad avere un‘incidenza sui diritti degli studenti, incidono poi sull’insieme dell’economia, sull’occupazione e la qualità del lavoro, privando la società e tutti i settori della produzione e della riproduzione sociale di energie e competenze professionali preziose. Come accade quando giovani formati sono costretti a lasciare il Paese per mancanza di impieghi che li valorizzino.
Stesso ragionamento vale per la Giustizia. Un rapporto della Banca Mondiale del 2020 colloca l’Italia al centoventiduesimo posto su 190 paesi per la categoria “Tempo e costi delle controversie”. Le disfunzioni della giustizia italiana non dipendono solo dalla scarsità di risorse investite, ma pesa sicuramente il fatto che la spesa italiana è sotto la media europea con 93,6 euro per abitante a fronte dei 155 della Germania, i 116 dell’Austria, i 100 del Belgio.
Con la pandemia e la mancanza di redditi per vivere sono emerse anche le tante povertà e marginalità sociali, prodotte da decenni di politiche neoliberiste e dall’abbandono in cui la riduzione progressiva del welfare pubblico e di ammortizzatori sociali universali hanno lasciato intere fasce di popolazione, principalmente giovani e donne.

L’attacco agli enti locali, ai beni comuni e alla pianificazione territoriale
A questa devastazione sociale hanno contribuito anche i tagli agli enti locali (22 miliardi di euro solo tra il 2010 e il 2017) che hanno agito in due direzioni:
1) la riduzione del personale, col blocco delle assunzioni e i tagli dei trasferimenti, con gravi conseguenze specie sulle giovani famiglie per la mancanza di nidi e scuole pubbliche per l’infanzia;
2) i costi inaccessibili dei nidi, la riduzione della qualità delle mense e dei servizi in genere.
I tagli al personale, oltre ad aver inciso negativamente sulla possibilità dei Comuni di erogare i servizi alle persone o sostenere attività culturali per la comunità, hanno impoverito le capacità delle amministrazioni locali di progettare, pianificare e gestire il territorio. Non a caso questi tagli sono andati di pari passo con l’abbandono della pianificazione pubblica, lasciata totalmente, con l’urbanistica contrattata, nelle mani dei privati, mentre venivano pesantemente ridimensionati i poteri delle assemblee elettive e la partecipazione dei cittadini. Ridimensionamento del pubblico, appropriazione predatoria dei beni comuni e attacco alla democrazia sono andati di pari passo.

Il ruolo dello Stato, la visione strategica in economia e nelle politiche ambientali
L’incapacità del Paese di accedere, spendere e gestire i fondi strutturali europei, dilapidando quelli utilizzati in una miriade di progetti senza un disegno strategico, trova una delle cause nella inadeguatezza delle amministrazioni di progettare e gestire, in particolare in alcuni territori.
L’impoverimento delle strutture ha favorito il trasferimento delle funzioni pubbliche alle imprese private.
Mentre si procedeva con tagli e privatizzazioni, si è scatenata la grande offensiva contro il ruolo dello Stato nell’economia con la vendita delle grandi aziende a controllo pubblico. Offensiva accompagnata costantemente da una campagna sul primato del privato nei confronti delle inefficienze del pubblico, dall’enfasi sul valore della concorrenza quale motore di efficienza e sulle migliori possibilità garantita ai cittadini dalla “libera scelta”.
I “capitani coraggiosi” di casa nostra, mentre predicavano le magnifiche virtù della concorrenza, hanno potuto mettere le mani su settori nei quali cercavano per i propri capitali un’alta remunerazione al riparo della concorrenza, specie in attività protette da veri e propri monopoli naturali, grazie alla complicità di politici, alcuni dei quali oggi si dichiarano pentiti, senza però mettere in discussione quelle scelte nella sostanza.
Si è cominciato col privatizzare, con vere e proprie svendite, pilastri fondamentali dell’industria nazionale, poi mandati in rovina da capitalisti di ventura, che li hanno usati come mucche da mungere e infine abbandonati, con gravissimi danni per tutto il sistema produttivo che vede in quel passaggio l’avvio del declino ancora in atto.
Non solo non sono state mantenute le promesse di risanamento, ma si è lasciato che scomparissero interi settori e filiere ex pubbliche. Il capitalismo italiano è riuscito in 30 anni a distruggere intere filiere d’eccellenza insieme alle grandi imprese capofila: elettronica, chimica, telecomunicazioni; basti per tutti l’esempio dell’auto dove l’Italia passa da paese con 11 marchi a non avere più un sistema nazionale dell’automotive.
Insieme al tessuto di grandi imprese, che permettevano al Pubblico di agire politiche industriali, è venuto meno un enorme patrimonio di competenze e professionalità di uomini e donne dotati di un alto senso del ruolo pubblico, di un’attenzione agli interessi generali del Paese. Si sono perse così la maggior parte delle capacità progettuali e gestionali indispensabili per ricostruire l’economia nazionale garantendo le persone e l’ambiente. Le vicende di Alitalia ci ricordano le gravi conseguenze economiche e occupazionali derivate dall’averne affidato la gestione a una girandola di manager privati prestati dalla finanza, con approccio e competenze di tipo speculativo e non industriale.
Dopo le grandi imprese industriali nazionali è stata la volta di settori come le autostrade, i trasporti, le telecomunicazioni, l’acqua, i servizi pubblici locali, in cui l’incremento degli attivi, realizzato dopo la privatizzazione, non è attribuibile a maggiore efficienza, ma, come testimoniato dalla Corte Dei Conti, all’aumento delle tariffe a danno degli utenti. L’ideologia neoliberista sostenuta dall’idea della scarsità, ha inciso così in profondità che ormai quando pensiamo ai diritti dimentichiamo quelli che erano percepiti come tali fino a non molto tempo fa: il diritto alla mobilità, all’informazione, alla comunicazione, alla cultura, all’acqua (la vita!). Le privatizzazioni hanno seguito negli anni la via diretta della svendita o della trasformazione in Spa, soprattutto nel caso di servizi pubblici locali come acqua, trasporti, energia, al fine di sottrarre le municipalizzate al controllo democratico, attività in cui si è distinto il personale politico/manageriale del Pd.

Le Spa infatti obbediscono al diritto privato, tant’è che, secondo le norme europee non possono essere sostenute da fondi dello Stato, sono scalabili anche da capitali stranieri e tenute a perseguire l’interesse degli azionisti invece che l’interesse pubblico, come sarebbe giusto visto che i profitti derivano dalle tariffe pagate dagli utenti. Le grandi “multiutilities” del Nord, sorte e consolidatesi sotto le amministrazioni di centrosinistra, dopo aver sottratto ai comuni la gestione dell’acqua, dell’energia e dei rifiuti, trasformando gli inceneritori in un gigantesco affare, si apprestano con il Recovery Plan a privatizzare la gestione dell’acqua pubblica nel Sud. La consegna ai privati di importanti settori gestiti in regime di monopolio smentisce la narrazione neoliberista sulla concorrenza, rivelando l’intento di volerla applicare solo ai lavoratori.

La costruzione dell’alternativa
Sappiamo come è andata su Sanità e Scuola, che hanno subito tagli su tagli, ma proprio in questi settori si è evidenziato, con la pandemia, quanto siano ancora presenti le resistenze sociali alla mercificazione, sedimentate in anni di lotte, e le difficoltà delle forze neoliberiste a far accettare fino in fondo l’ideologia dello “Stato minimo” con la fine dei diritti universali. La pandemia ha fatto toccare con mano l’importanza di tutele, che solo il Pubblico può garantire per la vita delle persone, e il fallimento del mercato capitalistico, che arriva a lavorare contro se stesso, non garantendo la riproduzione sociale anche a scapito dell’economia.
Queste contraddizioni aprono nuove possibilità alla lotta per un modello sociale alternativo, in cui il Pubblico torni ad essere centrale.
Con la pandemia e il ricorso generalizzato all’intervento dello Stato per salvare le attività economiche, arriva al capolinea la narrazione neoliberista sulla capacità di autoregolamentazione del mercato, sul primato dell’impresa e dei profitti.
Nel caso particolare dell’Italia è esattamente l’aver ridotto lo Stato al ruolo di erogatore di fondi alle imprese, lasciando al mercato le scelte sul loro utilizzo, una delle principali cause del disastro economico e industriale in cui è stato precipitato il Paese.

La pianificazione pubblica contro i processi disgregativi in atto
Oggi è diventato chiaro che, in mancanza di una nuova programmazione pubblica, di adeguate politiche industriali e piani di settore, unite alla nazionalizzazione di filiere strategiche, l’economia e il sistema industriale italiano sono destinati al declino e all’aumento degli squilibri territoriali, primo fra tutti quello che penalizza pesantemente il Mezzogiorno.
Il regionalismo differenziato, sia in quanto avanza sull’onda di spinte liberiste, sia perché porta con sé la frammentazione delle attività economiche, è esattamente l’opposto di quella visione unitaria di Paese, necessaria per affrontare le grandi sfide della riqualificazione infrastrutturale e produttiva alla luce della riconversione ambientale, della rivoluzione digitale e delle gigantesche ristrutturazioni già in moto su scala europea.
I processi disgregativi, messi dolorosamente in evidenza dalla crisi pandemica, con le sovrapposizioni e i conflitti di competenze fra i vari livelli istituzionali, rischiano di precipitare definitivamente con il progetto di “autonomia differenziata”, favorendo la frammentazione sociale e il drenaggio di risorse, con l’attacco alla fiscalità nazionale e il ridimensionamento del ruolo dello Stato e dell’interesse generale
Come dopo l’ultima guerra, la ricostruzione del Paese non può che essere in capo allo Stato e al sistema pubblico.
Le risorse del Recovery Plan vanno utilizzate per:
-avviare un altro modello economico e sociale, centrato sul contrasto alle disuguaglianze, a cominciare da quelle territoriali e da un riequilibrio di investimenti verso il Mezzogiorno e le zone più deprivate del Paese;
-ripristinare i diritti negati e garantire a tutti e tutte l’accesso a: lavoro, salute, scuola, fruizione artistica e culturale, formazione e informazione, mobilità, tutela dell’ambiente, del paesaggio e dei beni comuni.

La centralità del Pubblico come paradigma anticapitalista
Le nostre proposte, anche in relazione all’uso delle risorse dei fondi europei, prevedono il rilancio del Pubblico nel campo della riproduzione, della cura e della produzione. Ma pensiamo ad un Pubblico completamente rinnovato, che si metta alle spalle le degenerazioni e gli illeciti prodotti da rapporti clientelari con la politica e tramite il sistema degli appalti con le imprese amiche, in cui l’innovazione tecnologica e dei processi, le assunzioni, un grande piano di formazione e valorizzazione del personale siano finalizzati ad aumentare le competenze, migliorare l’organizzazione del lavoro e l’erogazione dei servizi.
Un ruolo decisivo in questa direzione può assumerlo l’istituzione di forme strutturate di partecipazione dei cittadini e delle cittadine, delle lavoratrici e dei lavoratori da coinvolgere nelle scelte e dotate di poteri di controllo reali.
È indispensabile la ricostruzione delle forme democratiche e partecipative la cui affermazione negli anni 70 è stata decisiva per l’estensione dei diritti, nella Scuola come nella Psichiatria, nella Sanità come nella Giurisdizione.
Quel grande ciclo di lotte e di costruzione partecipata ai processi di cambiamento sono stati fondamentali per far crescere nelle lavoratrici e nei lavoratori, insieme a migliori condizioni economiche e normative, un forte senso di responsabilità del loro ruolo pubblico al servizio della comunità. Proprio quelle forme di partecipazione e controllo sono state il principale obiettivo delle politiche neoliberiste, in quanto ostacolo al loro pieno dispiegamento.
L’abbiamo visto nella Scuola, dove il ridimensionamento delle strutture democratiche, in particolare del collegio dei docenti, col trasferimento di poteri ai “dirigenti”, sia stato individuato come necessario per la subordinazione del sistema dell’istruzione alle imprese. In tutti i settori pubblici, l’attacco all’occupazione, la precarizzazione del personale, l’assenza di un’organizzazione del lavoro collegiale, l’attacco alle forme di gestione democratica sono andati di pari passo coll’immiserimento dei servizi e il ridimensionamento complessivo del sistema.
Le nuove forme della partecipazione democratica per un’altra idea di società
Bisogna ripartire allora su basi nuove, non riproponendo pedissequamente ciò che è stato, ma avanzando proposte alternative.
Ad esempio, nella Scuola bisogna porsi l’obiettivo della rivalutazione delle funzioni degli Organi Collegiali, della partecipazione dei territori, del personale e degli studenti, cancellando l’idea stessa del “dirigente manager”, da sostituire con una figura elettiva, per il coordinamento didattico, da parte del Collegio Docenti.
Nella Sanità l’obiettivo della ricostruzione del sistema della prevenzione è inscindibile dal rilancio del tessuto partecipativo territoriale, con poteri reali ai comitati di partecipazione e controllo, dalla restituzione del ruolo di indirizzo ai Comuni, ai cittadini, alle lavoratrici e ai lavoratori, con poteri reali.
Negli Enti Locali sono necessarie la riappropriazione del territorio e una pianificazione democratica, la ricostituzione dei beni comuni, l’estensione e la riqualificazione dei servizi, che devono procedere con quelle per la ricostruzione dei processi partecipativi e democratici, restituendo ai Consigli comunali, ovvero alle assemblee elettive, i poteri sottratti a favore di quelli esecutivi.
Infine, perché il Pubblico, sia a livello centrale che periferico, possa svolgere il ruolo di indirizzo e programmazione, indispensabile per risolvere le fragilità strutturali dell’economia e realizzare la riconversione ambientale per un modello economico e sociale fondato sull’interesse generale, è necessario:
1) ricostituire, attraverso un grande piano mirato di assunzioni, sia a livello centrale che periferico, strutture dotate di competenze progettuali, manageriali e gestionali perse da tempo, assumendo il meglio di ciò che fu l’IRI;
2) rafforzare il controllo e la presenza pubblica diretta nelle attività produttive strategiche, che non possono e non debbono essere lasciate al mercato e alla proprietà privata;
3) mettere in campo un forte sistema nazionale della Ricerca a guida pubblica, con una forte rivalutazione di quella di base;
4)costituire un forte polo pubblico del credito.

Siamo consapevoli del fatto che la ricostruzione del Pubblico in forme nuove potrà avvenire solo in seguito alla ripresa di un grande e unitario percorso di lotte sociali, culturali e politiche antiliberiste, di un’ampia e diffusa mobilitazione di saperi, a partire dalle lavoratrici e lavoratori pubblici, per l’affermazione di una concezione che abbia al centro della propria missione l’estensione dei diritti, l’attenzione al “prendersi cura”, la qualità delle relazioni, la trasparenza dei processi: un pezzo del percorso della costruzione di un’alternativa di società.

Come Rifondazione Comunista siamo massimamente impegnati in questa direzione.

Antonello Patta, responsabile Lavoro
Loredana Fraleone, responsabile Scuola
Tonia Guerra, responsabile Campagna NO Autonomia Regionale differenziata
Rosa Rinaldi responsabile Sanità

Fonte: Rifondazione Comunista – http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=46584

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