Italia tra narrazione e prospettiva

La crisi pandemica si è manifestata in modo asimmetrico, colpendo con forza titanica consumi e reddito. In Italia si sovrappone a debolezze endogene e lasciti degli errori di austerity. Persino McKinsey ha capito che se non crescono i salari non ci sarà una solida ripresa. Ma non Confindustria.

Il 2020 è passato lentamente e ha cambiato non poco la percezione del tempo e forse anche dello spazio. Un anno attraversato da incubi, delusioni, aspettative, ancora incubi, nuovi orizzonti e ancora speranze. Appena l’anno nuovo (2021) si è affacciato qualcosa cambia immediatamente: con l’arrivo dei vaccini, lo spettro dell’incertezza torna nuovamente ad aleggiare sulle vite di tutti e l’oligopolio di poche case farmaceutiche condiziona le strategie di Paesi (almeno di quelli europei) e comunità. L’Italia poi ci mette del suo.

Un ritratto (poco promettente) del Belpaese

Se vogliamo comprendere fino in fondo la Storia che stiamo vivendo è necessario da un lato fotografare la situazione del dare e dall’avere prima della crisi pandemica e dall’altro osservare i nodi di debolezza che il nuovo equilibrio socioeconomico post-pandemia potrebbe delineare. Partiamo col dire che per avere una reale consapevolezza della situazione economica del Paese sarebbe il caso di usare un approccio comparativo rispetto ai principali Paesi europei. Una comparazione che ci posiziona rispetto ai vicini e non solo alle realtà interne. Infatti, una lettura meramente territoriale dell’Italia restituirebbe una realtà già nota e consolidata, ancorché più polarizzata tra Nord e Mezzogiorno, ma farebbe perdere l’orizzonte europeo e, peggio ancora, non permetterebbe di comprendere

1) il progressivo allontanamento dalla media europea delle così dette regioni virtuose del Paese1,

2) la consapevolezza che i nodi di struttura riguardano l’intero sistema e non singoli territori.

Ripercorrendo la storia recente dagli anni Novanta, il nostro Paese, assieme ai così detti PIIGS, ha registrato dinamiche di PIL, consumo delle famiglie, reddito da lavoro e consumi pubblici che hanno intaccato in profondità la capacità di generare reddito nel prossimo futuro:

  1. Il PIL italiano è sistematicamente più basso di altri paesi dell’Unione (in particolare Germania, Francia, Europa 19);
  2. La propensione al consumo delle famiglie è molto più alta della media europea. In altri termini, la quota di reddito disponibile è per lo più utilizzata per soddisfare i bisogni primari, diversamente dagli altri Paesi che, avendo un reddito disponibile più alto, possono “allocarlo” in attività diverse o più coerenti con il proprio reddito2;
  3. Il livello della spesa pubblica in consumi non solo è sempre più contenuto dei Paesi considerati, in rapporto al PIL, ma si contrae ancor di più a partire dalla crisi dei subprime (2008/09) e dalla crisi dei debiti sovrani (2011/13) indotta dai miopi comportamenti della Commissione Europea e forse ancor di più dai miopi comportamenti della politica nazionale, che spesso si è mostrata più ‘realista del Re’;
  4. Il reddito da lavoro in rapporto al PIL diventa sempre più residuale per tutti i Paesi, per poi stabilizzarsi dopo il 2008. Più di tanto il reddito da lavoro non può essere ridotto, se non ipotizzando una sorta di società feudale. Colpisce il livello nazionale sistematicamente più basso di quello dei Paesi considerati, ancorché la struttura dei redditi da lavoro nazionali manifesti un diverso ruolo dei trasferimenti pubblici da Paese a Paese;
  5. Il ridimensionamento della politica redistributiva del reddito nel mercato primario, come in quello dopo le politiche pubbliche, ha polarizzato verso l’alto (il 10% più alto) il reddito disponibile.

A supporto di queste analisi si vedano i successivi grafici che delineano gli andamenti negli ultimi 20/30 anni di alcune variabili macroeconomiche fondamentali. Gli effetti delle debolezze discusse sopra hanno anzitutto condizionato i comportamenti degli agenti economici privati.

Se guardiamo agli investimenti nazionali, siano essi investimenti fissi lordi e siano essi in macchinari (capital goods), osserviamo come nel tempo siano diventati via via meno allineati all’andamento europeo da un lato, ma anche coerenti con la specializzazione produttiva italiana, dall’altro. Gli investimenti fissi lordi in rapporto al PIL si contraggono nel tempo, mentre gli investimenti in macchinari rapportati al PIL rimangono stabili o crescono lievemente. I dati mostrano che Germania e Italia manifestano una certa specializzazione produttiva nei capital goods, sebbene 1) una parte non trascurabile della domanda nazionale di macchinari sia soddisfatta da importazioni per quanto riguarda la conoscenza incorporata, 2) ed è sostitutiva rispetto all’obsolescenza della dotazione tecnica disponibile a cui fa riferimento la produzione nazionale. La divergenza italiana dal lato dell’intensità tecnologica nei principali beni e servizi realizzati condiziona pesantemente la capacità delle imprese nel soddisfare la nuova ed emergente domanda di beni ad alto contenuto tecnologico (knowledge-oriented). Un vincolo che teoricamente NGEU (Next Generation EU) potrebbe rimuovere3.

Grafici più rappresentativi

(clicca sull’immagine per ingrandire)

L’austerità espansiva (o cosa non devi fare per uscire da una crisi)

L’austerità espansiva dello scorso decennio, sostanzialmente un costrutto concettuale motivato da “esigenze tecniche” per giustificare il taglio della spesa pubblica a cui si associava un contemporaneo miglioramento del benessere generale e della sostenibilità macroeconomica, ha pervaso la politica economica fin dai primi anni Novanta e imperversa tutt’oggi nel panorama nazionale. Guardando ai fatti che la Storia recente ci ha restituito, l’austerità espansiva e tutte le sue declinazioni, primo fra tutte il così detto “sentiero stretto” dell’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan4, delineano un mondo impreparato a qualsiasi evento economico anomalo, sia esso esogeno e sia esso endogeno.

Come ricorda Roberto Artoni, “le sofferenze maggiori (arrivano dalle) politiche cosiddette riformiste degli anni passati. La precarizzazione del rapporto di lavoro e lo spostamento dei rapporti di lavoro da quello dipendente a quello apparentemente autonomo hanno prodotto fragilità economica in vasti strati della popolazione (…). Le politiche di contenimento della spesa sociale a partire dai primi anni 2000, soprattutto nella sfera sanitaria, hanno inciso non poco sulla drammatica evoluzione della società italiana5.

La pandemia tra crisi endogena ed esogena

Per come si è manifestata, la crisi COVID-19 sembrerebbe essere un fenomeno esogeno che potrebbe anche avere delle ricadute sulla struttura socio-economico-produttiva di tutto il mondo. Al momento però, non avendo sufficienti informazioni statistiche e dati sui cambiamenti di struttura avvenuti, risulta difficile catturarne la profondità. Ciò che invece possiamo sostenere è che non siamo in presenza di una crisi endogena del sistema capitalistico che muta il corso e il contenuto del reddito6. Inoltre, in modo assolutamente non sorprendente, la crisi pandemica si è manifestata in modo asimmetrico sugli agenti economici e sulle variabili del sistema, colpendo con forza titanica consumi e reddito.

La pandemia è un fenomeno esogeno che non intaccherà le fondamenta del sistema economico nel suo insieme, tanto più le misure pubbliche (crescita del deficit, debito e il concorso delle banche centrali) saranno coerenti con la perdita netta di reddito intervenuta durante tutto il 2020. Per offrire dei riferimenti storici, la crisi dei subprime e poi quella dei debiti sovrani (quest’ultima figlia delle politiche di austerità), hanno modificato in profondità e in modo permanente gli assetti economici europei e internazionali, mentre la pandemia ha interrotto il flusso del reddito. L’ulteriore polarizzazione del reddito intervenuta durante la pandemia è il lascito delle politiche di austerità degli anni pregressi, che hanno indebolito il sostegno al reddito dei lavoratori precari.

Poteva diventare anche una crisi sistemica, ma lo Stato è intervenuto (fortunatamente) per evitare l’implosione del capitalismo. A quanto pare, la lezione e gli errori del 2008-2011 sono serviti davvero a qualcosa. Questa volta le principali misure riguardano spese aggiuntive e contributi in conto capitale, prestiti e garanzie. Queste ultime (garanzie) rappresentano per l’Italia, la Francia e la Germania, rispettivamente, il 33%, 16% e 31% del PIL. L’impegno in questa direzione è giustificato dalla necessità di non far venire meno il flusso sanguineo al sistema economico: il denaro e la liquidità.

Questa riflessione è un altro modo per ricordarci che il capitalismo non è fatto solo di merci e servizi, piuttosto di un’economia monetaria di produzione, ovvero un modo di interpretare la moneta. Come è noto, il processo D-M-DI (Denaro-Merce-Denaro) inizia e finisce con il denaro, mentre la merce svolge una funzione strumentale. Occorre però sottolineare che il ciclo di valorizzazione del denaro sospinge l’evoluzione tecnologica del sistema di produzione, e comporta pertanto anche il cambiamento qualitativo delle merci (incrementale) e della stessa forza-lavoro, necessario affinché D1 sia maggiore di D7.

Durante la crisi del 2008, invece, le banche centrali fungevano da prima e ultima difesa alla crisi, iniettando liquidità nel sistema finanziario. Solo quando la crisi di liquidità è diventata anche una crisi di solvibilità che minacciava sempre e solo la stabilità finanziaria, i governi hanno fatto inizialmente ricorso a piani di salvataggio mirati a singole istituzioni. Sono state concesse linee di liquidità a favore di istituti insolventi, che in molti casi sono stati poi sottoposti a vendita e fusione con un partner che si presumeva più solido.

La spesa pubblica in consumi e/o garanzia degli investimenti è diminuita nella sua dinamica in ragione di una malcelata fiducia nell’austerità espansiva. Il grafico di cui sotto evidenzia l’assenza delle politiche anticicliche pubbliche: la spesa in consumi pubblici (che dovrebbe condizionare l’andamento economico) nel 2020 è significativamente superiore rispetto ai livelli passati. La risposta pubblica tra la prima e la seconda crisi è la prima e vera discontinuità politica. Pur non sapendo quanto essa sia stata acquisita dalla storia recente, rappresenta in ogni caso una profonda discontinuità.

Ma andiamo più nel dettaglio. Pur essendo ancora nell’occhio del ciclone, tutte le grandi istituzioni hanno spinto per un intervento pubblico enorme e mirato. In Europa, ad esempio:

  1. Italia: la dotazione di garanzie punta a sbloccare più di 750 miliardi di euro (quasi il 50% del PIL) di liquidità per le imprese e le famiglie;
  2. Germania: attraverso il fondo di stabilizzazione economica (WSF) e la banca pubblica di sviluppo KfW, il governo ha allargato il volume delle garanzie pubbliche per le imprese di diverse dimensioni, gli assicuratori del credito e le istituzioni non profit, alcune ammissibili per garanzie fino al 100%, aumentando il volume totale di almeno 757 miliardi di euro (24% del PIL);
  3. Francia: nel periodo marzo-novembre 2020 ha aumentato la dotazione fiscale dedicata per affrontare la crisi di quasi 180 miliardi di euro (circa l’8% del PIL, comprese le misure di liquidità), le quali si aggiungono al pacchetto di garanzie pubbliche di 327 miliardi di euro (quasi il 15% del PIL), assieme a 315 miliardi di euro di garanzie per prestiti bancari e regimi di riassicurazione del credito8.

L’idea generale che si sta formando è quella di un pavimento pubblico che si alza e che potrebbe consolidare la transizione economica.

Se guardiamo agli investimenti in beni capitali per trimestre del 2020 emerge anche qualcos’altro. I livelli di questi investimenti per i Paesi considerati non solo recuperano le posizioni iniziali, ma mostrano dei volumi in forte crescita (il famoso pavimento pubblico che permette una parziale programmazione della transizione economica). In modo del tutto sorprendente, perfino alcuni think-tank del potere capitalistico odierno iniziano a supportare l’idea che gli Stati e le istituzioni politiche debbano rivestire un ruolo diverso. La realtà che stiamo attraversando potrebbe aver indotto almeno una parte delle istituzioni del capitale a considerare con occhio diverso l’intervento pubblico e quello dei privati in economia.

La società McKinsey ricorda che: “senza un’azione per rafforzare la domanda, tuttavia, la crescita potrebbe rimanere tiepida, la crescita dei salari bassa e, di conseguenza, la crescita della produttività potrebbe rallentare perché le imprese non investono e le imprese più produttive hanno difficoltà a crescere come è successo dopo la crisi finanziaria globale”.

Non è tutto. Sempre secondo la McKinsey “la natura della crisi COVID-19 e le azioni intraprese dalle imprese potrebbero esacerbare gli strascichi strutturali di lunga durata sulla domanda (…). Le imprese possono aiutare ad affrontare il problema del rallentamento della domanda enfatizzando l’aumento delle entrate piuttosto che cercare solo efficienze, investendo nella riqualificazione dei lavoratori che, senza le giuste competenze, rischiano di perdere il lavoro o di subire tagli salariali, minando la domanda. I politici hanno una gamma di strumenti per sostenere la domanda e il reddito al netto delle tasse, dallo stimolo fiscale alle norme per la fissazione dei salari e alla pre-distribuzione9. Chiaramente la proposta va migliorata e declinata in maniera puntuale, ma quanto meno, a differenza di Confindustria, nel mondo della consulenza sembra finalmente esserci maggiore consapevolezza nel fatto che nel mondo post-COVID per le ricette austere del passato non possa più esserci troppo spazio.


Note:

1 La Lombardia, per esempio, in termini di flusso del reddito e della capacità di innovazione ha, nel corso degli ultimi 15 anni, perso terreno rispetto alla media europea. Investimenti, povertà, ricerca e sviluppo, valore aggiunto per addetto, PIL e Pil pro-capite non sono più allineate alla media dei Paesi europei e dei principali paesi fondatori. https://www.cgil.lombardia.it/wp-content/uploads/2019/06/manifattura-fiom-2019.pdf

2 Diversamente sarebbe inspiegabile la minore propensione al risparmio delle famiglie consumatrici italiane rispetto all’area euro. Banca Italia, 2019, Relazione annuale, ed. Banca Italia, p. 68.

3 Anna Variato, Paolo Maranzano, Roberto Romano, 2020, Next Generation EU: challenges for the possible horizon of Italian economic policy between narratives and empirical evidence, ed. V. 73, N. 291.

4 Pier Carlo Padoan, 2019, Il sentiero stretto e oltre, conversazione con Dino Pesole, Il Mulino.

5 Roberto Artoni, 12 aprile 2021, Per uno sviluppo equo e sostenibile, ed. https://welforum.it/per-uno-sviluppo-equo-e-sostenibile

6 Il riferimento principale è Marx quando descrive i cicli economici. Infatti, l’imperscrutabilità, la non verificabilità dei risultati futuri e l’incertezza in cui sono prese le decisioni di investimento caratterizzano profondamente l’ambiente economico e sociale dell’agire umano, e condizionano le aspettative degli operatori che, involontariamente (con l’eccezione degli speculatori finanziari), amplificano il ciclo economico.

7 Roberto Romano e Stefano Lucarelli, 2017, Squilibrio, Ediesse, p. 63.

8 FMI, Aprile 2021

9 Jan Mischke e altri, marzo 2021, Will productivity and growth return after the COVID-19 crisis? Ed. McKinsey&Company

Fonte: Sbilanciamoci.info – https://sbilanciamoci.info/italia-tra-narrazione-e-prospettiva/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=italia-tra-narrazione-e-prospettiva

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