La storia di Abdul, l’integrazione che la burocrazia nega

Cara redazione di Vita, vi voglio raccontare una storia che ha visto coinvolta me e la mia famiglia, quella dell’amicizia con Abdul, ragazzo nigerino arrivato in Italia come migliaia di altri suoi coetani in cerca di una vita migliore.

Abdul Kader ha ricevuto il diniego definitivo alla sua richiesta di un permesso di soggiornare in Italia. Per questo vorrei qui raccontare la vicenda di questo ragazzo africano che ho ospitato anche perché la sua parabola rispecchia quella di tanti altri ragazzi finiti in un analogo stallo.

Abdul Kader è arrivato in Sicilia nel 2015, quasi immediatamente ha avuto il colloquio con la commissione e ha richiesto l’asilo. Questo gli ha dato l’accesso a un permesso di soggiorno provvisorio. Dopo circa un anno si è spostato a Milano. A Milano ha frequentato un CPIA conseguendo un attestato di conoscenza della lingua italiana e la licenza media, ha trovato dei lavori temporanei (con regolare contratto), ha svolto attività di volontariato e quest’anno, colpito dall’esperienza della pandemia, si è iscritto al corso per assistente socio-sanitario. Abdul Kader è ragazzo intelligente che a questo punto parla benissimo italiano, ha molta voglia di lavorare e ha dimostrato di poter fare bene diversi lavori.

In questi anni la sua storia burocratico-legale è andata avanti con un primo diniego del permesso di soggiorno e un conseguente ricorso (gratuito) che gli ha dato diritto a un altro permesso provvisorio, un secondo diniego e un secondo ricorso (per cui ha pagato 1000 euro) con conseguente permesso di soggiorno provvisorio e il diniego definitivo che ha ricevuto in questi giorni che lo lascia senza alcun documento che permetta la sua presenza in Italia. Questo significa che non può lavorare legalmente, non può affittare una casa, non può prendere la patente, non può avere un medico di base, in pratica non può fare niente se non inserirsi in circuiti illegali. Non può nemmeno accedere a un rimpatrio assistito perchè non ha il passaporto (ha cercato di ottenerlo recandosi a Roma presso l’ambasciata del suo paese e poi rivolgendosi agli uffici preposti nel suo paese tramite alcuni famigliari, ma al momento senza alcun esito). È un racconto complicato, ma vi dà solo una pallida idea di quanto la sua vita in questi anni sia stata dominata da una serie di difficili passaggi burocratici che sembrano adesso, dopo 6 anni, concludersi con un fallimento definitivo, in contrasto con un percorso positivo di progressiva integrazione.

E naturalmente nell’ultimo ricorso era documentato tutto questo percorso, di lavoro, di studio, di inserimento nella realtà del nostro paese, compresa una lettera di un parroco milanese che ha conosciuto e sostenuto Abdul Kader in questi anni. È vero che nella prima domanda, quella presentata appena sbarcato, Abdul Kader aveva raccontato una storia stereotipata che non era la sua, quella che qualcuno, in Libia o sul barcone, gli aveva garantito essere il lasciapassare per l’Italia e che probabilmente i giudici del Tribunale di Palermo avevano già sentito decine e decine di volte, ma la pericolosità del Niger, il quarto paese più povero del mondo, dove sono attivi sia Boko Haram che l’Isis con numerosi attentati anche negli ultimi tempi, è ben nota.

Alla fine di questo racconto vorrei esprimere la mia grande speranza che per Abdul Kader e tanti ragazzi come lui si apra una possibilità, che avrebbe sicuramente conseguenze positive anche per noi italiani. In generale è certamente necessario mettere a punto un percorso per la regolarizzazione meno complesso e più realistico rispetto al momento attuale… leggo in questi giorni la possibile creazione di corridoi umanitari dalla Libia e da altri paesi, forse si potrebbe pensare a un “corridoio umanitario” per chi già in Italia e in possesso di un positivo iter di integrazione si trovi costretto a vegetare in una situazione senza sbocchi.

Vi ringrazio molto dell’attenzione e del lavoro di informazione che ogni giorno fate.

Nelle foto, immagini della vita quotdiana di Abdul Kader accolto a Milano dalla famiglia Doninelli

Fonte: Vita.it – http://www.vita.it/it/article/2021/04/22/la-storia-di-abdul-lintegrazione-che-la-burocrazia-nega/159089/

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