La seconda ondata di Covid-19 ha travolto l’India come uno tsunami

La seconda ondata di Covid-19 ha travolto l’India come uno tsunami. Il boom di casi è in parte attribuibile alla variante “indiana”, denominata B.1.671, che sembra essere molto più contagiosa e letale e sta mietendo vittime anche tra le fasce più giovani. I video e le immagini raccapriccianti che da giorni ormai ingolfano i social media raccontano un Paese al collasso: posti letto in terapia intensiva che scarseggiano, ossigeno in esaurimento negli ospedali, file infinite di autoambulanze e risciò fuori ai nosocomi in attesa che si liberi un posto e i crematori che bruciano cadaveri senza sosta, giorno e notte. “Se l’apocalisse si potesse tradurre in un’immagine, sarebbe quella degli ospedali indiani”, ha scritto la giornalista Rana Ayyub sul Time.

Dopo la prima, forte ondata tra luglio e ottobre scorso, negli ultimi mesi si era assistito a un generale abbassamento della guardia. C’era chi urlava al miracolo indiano: bassa mortalità e casi relativamente sotto controllo. Solo poche settimane fa il ministero della salute millantava che il Paese fosse ormai fuori dall’emergenza pandemica: i numeri sembravano rassicuranti e in molti avevano sperato che l’India si stesse avviando a raggiungere una sorta di immunità di gregge. Il 23 aprile 2021 il Paese ha registrato invece 346.786 nuovi casi di Covid-19, il più alto incremento giornaliero al mondo dall’inizio della pandemia, superando il record dei due giorni precedenti, a conferma di un trend in costante aumento da settimane e una curva in ripida impennata. 

La situazione è particolarmente drammatica nelle grandi città come Delhi (dove si registra un morto ogni cinque minuti) e Mumbai, ma preoccupano anche le precarie condizioni delle strutture sanitarie nelle zone rurali. E se i numeri in India sono spesso da prendere con le pinze, oggi la discrepanza tra i numeri ufficiali sui decessi (2.624 nelle ultime 24 ore) e la realtà sul campo è diventata lampante. Stati come il Gujarat e l’Uttar Pradesh -entrambi governati dal partito del premier Narendra Modi- sono stati accusati di nascondere i numeri effettivi sulle morti da Covid-19. Gli esperti credono anche che i test rilevino solo una frazione dei casi attivi in una popolazione di 1,3 miliardi di persone. Ad agosto 2020 un’indagine sierologica stimava che i casi effettivi, e quindi la circolazione del virus, fossero parecchio inferiori ai numeri ufficiali. 

La capitale indiana è ora allo stremo: le persone stanno morendo in strada. I posti nelle terapie intensive sono terminati e la grave carenza di ossigeno ha costretto a dirottare parte della produzione industriale di ossigeno verso gli ospedali, che lanciano accorati appelli sui social. Mentre gli Stati litigano sulle forniture, l’India sta muovendo enormi quantità di ossigeno, scortate dai militari, verso le aree più colpite dall’ondata record, attribuita a una cattiva gestione della pandemia e ad una scarsa pianificazione. Anche Medici Senza Frontiere (Msf) ha ripreso le sue attività a Mumbai, nello stato del Maharashtra. “La situazione è molto preoccupante -ha dichiarato Dilip Bhaskaran, coordinatore in India- Msf è pronta a potenziare ulteriormente le sue attività per supportare le strutture sanitarie oggi completamente sature”.

Con le elezioni in corso in cinque Stati, a differenza dell’opposizione guidata da Rahul Gandhi, il Bharatiya Janata Party ha continuato in questi mesi a tenere comizi fiume: solo il 19 apriel 2021 il partito del premier Modi ha cancellato le prossime date della campagna elettorale, riducendo il numero dei partecipanti a 500. Nell’ultima settimana (16-23 aprile) diversi Stati hanno nuovamente implementato lockdown più mirati (dopo il disastro dello scorso anno) ma, senza sussidi e razioni alimentari per le fasce più deboli, il secondo esodo dei lavoratori informali era inevitabile. Il governo è inoltre sotto pressione per aver permesso che un raduno religioso come il Kumbh Mela (che ha riunito oltre due milioni pellegrini hindu sulle rive del Gange ad Haridwar) si tenesse in piena pandemia, e ora si teme un ulteriore picco dei contagi legati all’evento.

La recrudescenza della pandemia ha colpito negativamente la campagna vaccinale, sia nazionale -che si è arenata a meno dell’1,5% della popolazione- che la distribuzione delle dosi per Covax, il programma internazionale globale per la distribuzione equa dei vaccini. Anche se l’India produce due vaccini -Covaxin, di Bharat Biotech e Covishield, del Serum Institute of India (di cui ha fermato le esportazioni il mese scorso)- la campagna vaccinale ha subito una battuta di arresto: le autorità avevano sovrastimato la capacità produttiva del Paese. “Un fallimento difficile da capire per un Paese noto come la ‘farmacia del terzo mondo’”, ha detto l’economista Kaushik Basu, ex capo della Banca Mondiale. Dal prossimo primo maggio, l’India sarà il primo Paese al mondo a mettere i vaccini sul libero mercato (interno): i produttori forniranno il 50% delle dosi al governo centrale mentre il resto sarà venduto ai singoli Stati e alle agenzie private, senza controlli sui prezzi, con ovvie, drammatiche conseguenze per milioni di persone che non possono permettersi di pagare il vaccino.

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/la-seconda-ondata-di-covid-19-ha-travolto-lindia-come-uno-tsunami/

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