Moratoria?
Moratoria?

Renata Puleo

Quest’anno la somministrazione censuaria dei test INVALSI è oggetto di particolare attenzione. A tutti coloro che non sono stati colonizzati da 10 anni di asfissia da standardizzazione, appare l’assurdità di effettuare una valutazione di abilità e competenze (quali delle due? su questo spesso l’Istituto si contraddice) dopo un anno e mezzo di pandemia, di didattica a singhiozzo, di digitalizzazione offerta come panacea. La richiesta di moratoria che sta circolando – e che ho firmato – induce ad alcune riflessioni. Chiedere una sospensione dei test può essere una mossa tattica che vale per l’eccezionalità del momento, ma ad essa deve coniugarsi una strategia di più lungo respiro e sguardo che apra un dibattito nella scuola, nel paese, in Parlamento, sulla necessità di riformare totalmente il SNV affidato all’INVALSI. Anche qui due aspetti. Il primo concerne la necessità di un ragionamento culturale e politico che riporti la valutazione – sia formativa che sommativa – nella scuola, ovvero che ritorni completamente nella cornice delle scelte dei docenti e dei collegi.  Ciò è possibile nella forma della co-ricerca, modalità con cui ogni lavoratore della scuola si misura con il fine, l’oggetto, il contesto, gli attori e i mezzi della valutazione, facendone un ambito ampio di formazione e di riorganizzazione del lavoro. Il secondo prevede che le verifiche statistiche sul nesso efficacia ed efficienza, siano affidate agli istituti di ricerca terzi (e l’INVALSI non lo è dato la sua posizione in house nel Ministero), capaci di valutare gli investimenti non cucendoli sulle performances degli alunni, ma sulle criticità del servizio (edifici, organici, salari, tempo-scuola, scuole diffuse, ecc) e su tutto ciò che oggi – nelle diverse realtà del paese – rende difficile l’accesso all’istruzione (dall’infanzia all’università). L’INVALSI è stato negli anni blindato da emendamenti in leggi di bilancio, da norme riguardanti educazione, istruzione, formazione (specifiche, come il Regolamento 80/2013 o il Dlgs 62/2017, e derivate, come nella normativa sull’inclusione, sulle qualifiche professionali, ecc ). Quindi, solo una riforma lo può abolire (o quanto meno riportare a pure funzioni di ente autonomo di ricerca). Lungi da tutto questo ragionare, l’attuale governo ha introdotto la generalizzazione dei test nel PNRR, come garanzia, a monte e a posteriori, della resa degli investimenti sulla scuola, per altro modesti e mirati all’incremento dei processi di dematerializzazione del lavoro di insegnamento.

Pertanto, l’attuale insofferenza verso i test anche da parte di chi non li hai mai criticati (famiglie, ma anche docenti e studenti), o li ha subiti come una medicina necessaria, occorre che si trasformi in ragionevolezza critica. Lo sciopero indetto il 6 maggio dai sindacati di base è un buon inizio, anche perché coniuga il boicottaggio di almeno una giornata di somministrazione con altri obiettivi di lotta, primo fra i quali il tema del precariato e delle classi pollaio.  Ma serve un lavoro di contro-informazione costante, diffuso fin da subito e non più abbandonato. Non mancano i supporti nella letteratura nazionale e internazionale, per farlo: ideologia del controllo di stampo neoliberista, educazione all’obbedienza, formattazione e parcellizzazione dei saperi, espropriazione delle conoscenze, abbattimento della scuola pubblica, debolezza tecnica di fattura dei test. Dobbiamo ricominciare – o continuare – a studiare e ad agire, nella dimensione di una buona praxis, legame virtuoso e circolare fra teoria e pratica.

Fonte: Rifondazione Comunista – http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=46716

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