Non c’è pace senza il rispetto dei diritti dei palestinesi. L’appello dei Relatori delle Nazioni Unite

Lo scoppio delle violenze in Medio Oriente ha riacceso i riflettori e l’interesse della comunità internazionale sulla cosiddetta questione arabo-israeliana, mostrando anche uno spaccato piuttosto desolante rispetto alla percezione che politici, analisti e media occidentali hanno di quel contesto.

Chi invece osserva con costanza e preoccupazione da anni la condizione dei cittadini palestinesi nei territori della Cisgiordania e di Gaza sono i Relatori speciali delle Nazioni Unite Michael Lynk, chiamato a vigilare sulla situazione dei diritti umani nei Territori occupati dal 1967, e Balakrishnan Rajagopal, che si occupa del tema dell’alloggio come componente del diritto a un adeguato standard di vita, e vigila sul diritto alla non discriminazione in questo contesto.

Per anni, dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu, entrambi hanno ripetutamente chiesto alle autorità di Israele di rispettare i suoi obblighi internazionali e di fermare gli sfratti, le demolizioni e la rimozione forzata dei palestinesi dalle loro terre e anche in questo frangente hanno cercato di riportare il dibattito al nocciolo reale della questione: il rispetto per i diritti umani. I due Special rapporteurs in una nota di martedì 11 maggio passata in sordina hanno infatti espresso “grave preoccupazione per la risposta aggressiva di Israele alle proteste a Gerusalemme Est”, chiedendo al governo di Tel Aviv, come potenza occupante, di ritirare immediatamente la minaccia di sfrattare centinaia di famiglie palestinesi dalle loro case legalmente tutelate. E di fronte delle centinaia di persone, soprattutto palestinesi, ferite negli scontri che infiammano Gerusalemme da giorni, hanno chiesto ad Israele di esercitare la massima moderazione nel controllo delle manifestazioni dei palestinesi in città e di rispettare le libertà di riunione, di espressione e di culto religioso, spiegando che “vedere la polizia e le forze di sicurezza israeliane che attaccano grandi folle di residenti e fedeli palestinesi non fa altro che peggiorare un’atmosfera già infuocata”; così come una risposta militare a proteste civili contro pratiche discriminatorie “non fa che approfondire le divisioni sociali”.

Entrando nel merito di quello che da anni sta succedendo a Gerusalemme Est, i due Relatori per i diritti umani ripercorrono la vicenda degli sfratti in corso delle famiglie palestinesi dalle loro case nelle zone di Sheikh Jarrah e Silwan, spiegando che questa pratica si basa su due leggi israeliane: la legge sulla Proprietà assente del 1950 e la legge sugli Affari legali e amministrativi del 1970. La prima proibisce ai palestinesi di reclamare le loro proprietà perdute durante la guerra del 1947-1949 e la seconda consente invece agli ebrei israeliani di reclamare le proprietà perse durante la stessa guerra.

“Queste leggi sono intrinsecamente discriminatorie sia nell’intento sia nell’applicazione e violano i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario e le leggi internazionali sui diritti umani -continuano gli esperti indipendenti dell’Onu-. Una potenza occupante non può confiscare la proprietà privata della popolazione protetta e deve rispettare le leggi che hanno governato il territorio, a meno che non sia assolutamente necessario modificarle. Il trasferimento forzato della popolazione sotto occupazione è una grave violazione della Quarta Convenzione di Ginevra, che contribuisce a creare il contesto coercitivo che vige attualmente a Gerusalemme Est. Inoltre, questi sfratti violano il diritto ad un alloggio adeguato, un diritto umano fondamentale nel diritto internazionale. Quello che dovrebbe fare Israele è rimuovere la minaccia di sfratto, far rispettare i diritti di proprietà di queste famiglie palestinesi e regolarizzarle giuridicamente, oltreché annullare tutte le pratiche discriminatorie dalle proprie leggi” sostengono gli esperti.

Negli ultimi cinquant’anni, ricordano i Relatori speciali, il governo di Israele ha costruito illegalmente 13 insediamenti a Gerusalemme Est che ospitano più di 220mila coloni ebrei. “Ristabilire la calma a Gerusalemme è importante, ma creare le condizioni per la giustizia e l’uguaglianza nella città è ancora più importante, perché né la calma ‘a breve termine’ né la pace ‘a lungo termine’ saranno realizzate finché i diritti nazionali e individuali della popolazione palestinese della città saranno quotidianamente calpestati. Il rispetto dei diritti è l’unica strada da percorrere”, concludono Lynk e Rajagopal.

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/non-ce-pace-senza-il-rispetto-dei-diritti-dei-palestinesi-lappello-dei-relatori-delle-nazioni-unite/

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