Munch. Autoritratto su carne – Corrado Accordino diventa poesia dello smarrimento sul palco dell’Elfo Puccini



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Il nuovo spettacolo scritto e interpretato da Corrado Accordino non è solo un monologo ispirato alla figura del pittore norvegese Evdard Munch, autore del celebre dipinto, L’urlo. Ciò che abbiamo visto fare all’attore e regista di Teatro Binario 7 è un’operazione di pura poesia teatrale. L’autoritratto su carne si vuole immagine del vissuto interiore del pittore, scandaglio dei suoi demoni interiori, scavo negli abissi dei suoi tormenti. La scenografia è spoglia, non ci si aspetti di trovare rimandi didascalici ai dipinti di Munch. In scena dominano il nero, il chiaroscuro, la tenebra.

Accordino presta corpo e voce a una delle figure più emblematiche del Novecento, un artista dalle demoniache qualità profetiche, un uomo della soglia, vissuto a cavallo tra due secoli, incarnazione perfetta della scissione. Se dal punto di vista della storia dell’arte, Munch si fa precursore del simbolismo e dell’espressionismo tedesco, le tappe della sua travagliata vita di uomo sono altrettante stazioni del mal di vivere e, più in generale, di quel grande male che si apprestava a scatenarsi sull’Europa con gran fragore di armi, sangue, guerre fratricide, totalitarismi e orrore.

Il racconto in prima persona si avvia dalla descrizione di un momento cardine nella vita del pittore, che avrebbe scatenato l’epifania negativa della sua alienazione e dell’alienazione del mondo intero votato all’autodistruzione. Del resto, il tramonto di quella passeggiata con gli amici ignari e indifferenti, sul fiordo nero-azzurro, sotto un cielo che si dipinge di rosso sangue potrebbe evocare anche il tramonto dell’Occidente, come sarebbe stato magistralmente descritto da Oswald Spengler pochi anni dopo. Nella storia pochi sono quelli che hanno orecchie per sentire l’urlo infinito del caos che si accinge a distruggere tutto, l’urlo di Crono che si appresta a divorare i suoi figli. Uno di questi latori della cattiva novella è stato indubbiamente Edvard Munch.

La sua arte è stata inizialmente rigettata e vilipesa con i peggiori attributi. Successivamente è arrivata la fama, sono arrivati i soldi, imbarazzante e maltollerato fardello per un artista che non ha mai dipinto un quadro con l’intenzione di venderlo. Chiamarla arte degenerata potrebbe anche essere un complimento perché l’intenzione di Munch fu, da sempre, quella di staccarsi dalla tradizione stantia dei suoi predecessori e di portare la pittura più in là di dove gli era stata consegnata. Degenerare dai canoni ammuffiti del realismo: certamente sì. «Non ci saranno più scene d’interni con persone che leggono e donne che lavorano a maglia. Si dipingeranno esseri viventi che hanno respirato, sentito, sofferto e amato…»: questo il programma del pittore. Un artista visionario, un preannunciatore delle avanguardie. Da vivisettore d’anime qual è, Munch dipinge dall’interno, le sue tele esprimono stati psicologici: angoscia, disperazione, follia, solitudine, ossessione. Munch scava nel proprio mondo interiore e mette a soqquadro i brandelli della sua anima per arrivare all’essenziale. Rifugge i fronzoli e il superfluo. Mira a una scarnificazione del soggetto per afferrare l’essenziale. Per Munch l’arte deve essere tradimento dei canoni e delle regole che imbrigliano e soffocano l’espressività dell’artista e dell’essere umano in generale. Le regole, per il semplice fatto di esistere, scatenano inevitabilmente l’impulso alla ribellione e al tradimento. La riflessione sull’arte come tradimento rimanda per certi versi a quella sull’arte come errore e come fallimento – è questa una delle considerazioni che si stanno facendo proprio in questi giorni su un altro palco milanese, quello del Piccolo Teatro Grassi dove va in scena Antichi Maestri di Thomas Bernhard.

Tradimento, dunque. Tradimento degli antichi maestri (come direbbe, appunto, Bernhard) e, viceversa, fedeltà ai propri spettri, a tutto ciò che si è nell’intimo più profondo e inconfessabile, a quegli opachi strati dell’essere che la psicoanalisi avrebbe dissezionato ed etichettato come inconscio. E fedeltà al corpo, alle viscere, a tutto ciò che è materia viva, che pulsa e si contorce oscenamente di vita e di desiderio e che in men che non si dica si riduce a putredine, polvere, nulla. Munch ama tutto questo perché noi, esseri umani, siamo tutto questo e una soluzione allo sdoppiamento non esiste. Una sintesi è semplicemente impossibile, a discapito e a dispetto di tutti gli infantili e autosufficienti idealismi. Unica soluzione? Munch lo ha capito: abbracciare il caos che si è, assumersi tutte le stimmate della mostruosità della condizione umana. Moderno gnostico, afferra con estasi il proprio sdoppiamento, va a caccia di un’anima che gli sfugge ma che sente di essere in comunicazione con l’energia sotterranea del tutto. Conosce bene, e sin dalla più tenera infanzia, gli angeli neri (che forse angeli non sono) che lo hanno da sempre accompagnato donandogli i fiori avvelenati che hanno riempito il suo cammino di uomo nel fango dell’esistenza: malattia, morte, insonnia, angoscia, allucinazioni, follia, manie di persecuzione. Munch non cerca mai di sottrarsi alla devastazione, anzi, ama questo male e lo mette al servizio della sua arte. Vita e arte si confondono. Il male alimenta l’arte e la vita e viceversa. Si potrebbe parlare della forza liberatoria e creatrice del male, come direbbe  Georges Bataille.

D’altronde, Munch proviene da un’area geografica, quella scandinava, nota non solo per le sue straordinarie bellezze naturali, ma anche per aver dato pensatori e poeti che hanno scandagliato impietosamente le regioni più oscure dell’animo umano: Ibsen, Strindberg (che viene evocato nel monologo), o il filosofo norvegese antinatalista Peter Wessel Zapffe, ultimamente riportato in auge da Thomas Ligotti.

L’amore è brevemente evocato in uno dei passaggi tragicomici dello spettacolo. Munch può al massimo tollerare la compagnia di una donna che gli può donare brevi momenti di leggerezza ma niente di più. Il suo unico compito è quello di dipingere e non può che arretrare dinanzi alla prospettiva di un matrimonio o di un rapporto stabile. Non vuole avere figli, temendo di trasmettere loro le sue orribili tare.

Di grande fascino l’interpretazione di Corrado Accordino, con la sua maschera di dolore vivente, il corpo che sussulta, si trascina, si agita, si raggomitola, trema, cammina, cerca, interroga l’oscurità. Ci aspettiamo quasi di sentire il fruscio delle ali degli angeli neri quando è il momento dell’uscita di scena sulle note di You Want It Darker, una delle ultime canzoni intrise di gnosticismo del maestro Leonard Cohen, scomparso qualche anno fa.

La scommessa di Accordino, sulle tracce di Munch, è quella di portare il teatro più in là rispetto a quello che gli è stato donato. La sua ricerca poetica mira a un teatro dell’anima e non possiamo che augurargli di continuare a spingersi sempre più avanti su questa strada.

MUNCH Autoritratto su carne

MILANO, TEATRO ELFO PUCCINI, SALA FASSBINDER

18 / 23 MAGGIO 2021

di e con Corrado Accordino

collaborazione artistica Simona Bartolena

scene e costumi Aurelio Colombo

assistente alla regia Valentina Paiano

produzione Compagnia Teatro Binario 7

Fonte: Scenario


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Fonte: Articolo 21 – https://www.articolo21.org/2021/05/munch-autoritratto-su-carne-corrado-accordino-diventa-poesia-dello-smarrimento-sul-palco-dellelfo-puccini/

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