L’innocenza scomposta di Nichi Vendola

marcegaglia

Sul piano giudiziario e penale, sarà una sentenza definitiva a valutare la condotta di Nichi Vendola nella gestione del disastro ambientale doloso che si è consumato nella città di Taranto. E quindi, preso atto che sulla sentenza di primo grado ognuno può esprimere le sue opinioni, possiamo fare soltanto ragionamenti sul piano politico.

Sul piano politico, culturale e personale, da una persona rispettabile e benintenzionata come Nichi Vendola, pur nel comprensibile coinvolgimento emotivo, mi aspettavo una reazione meno scomposta a quello che non è stato un processo contro Vendola, men che meno una “mostruosità giuridica” partorita da “una giustizia profondamente malata” che ha compiuto una “carneficina del diritto e della verità”, come ha sentito il bisogno di dire il diretto interessato.

Quello che si è celebrato a Taranto è un maxiprocesso per disastro ambientale, con 47 imputati e 902 parti civili che hanno denunciato un potere industriale che ha ucciso e avvelenato per profitto, ha tentato di nascondere all’estero un bottino da due miliardi macchiato di sangue, e nel frattempo investiva ingenti somme di denaro in pubbliche relazioni per coltivare i rapporti con i mass-media, la politica, il clero e finanche il mondo sindacale, realizzando una massiccia azione di lobbying per ottenere 14 decreti ad “aziendam” che hanno reso legale per l’Ilva ciò che continuava ad essere illegale per qualunque altro imprenditore, aggiungendo in premio 84 milioni di aiuti di stato illegali sanzionati dall’autorità antitrust della Commissione Europea che ne ha disposto il recupero.

Tutto questo Vendola lo sa, e non possiamo escludere che in questa “guerra ambientale” tra i cittadini di Taranto e il potere industriale lui sia stato un “danno collaterale” preso nel mezzo e colpito ingiustamente, perdendo parte della sua reputazione e gran parte del suo consenso, senza però perdere i diritti di difesa legale che gli saranno riconosciuti in tutti i gradi di giudizio.

Ma parlando di danni, ingiustizie e vite distrutte, se in questa guerra proviamo a fare il conteggio delle vittime dell’ecomostro, e allarghiamo la prospettiva al vero oggetto d’indagine dei magistrati scopriamo una città che ha visto morire 386 persone in 13 anni per le emissioni industriali dell’Ilva, ha dovuto sterminare migliaia di capi di bestiame, interdire alla coltivazione e al pascolo ogni terreno a meno di venti chilometri dagli altoforni, chiudere le finestre e le scuole per ordinanza sindacale se il vento tira dalla parte sbagliata, proibire il gioco dei bambini nei prati e nei giardini, piangere senza sosta un numero sempre maggiore di morti sul lavoro.

E allora viene da chiedersi: chi è che ha subito i “danni collaterali” più gravi in questa guerra, perdendo la vita o la salute, e non solamente la faccia? L’umiliazione che grida vendetta è quella che si è consumata in tribunale ai danni di un politico schiacciato da forze più grandi di lui che si era illuso di poter gestire in un fantomatico “industrialismo ecologico”, oppure quella che si è consumata nell’ecosistema di un’intera popolazione trattata come cittadini di serie B?

È davvero “malata” la giustizia che ha condannato questo scempio realizzato in nome del profitto, o è semplicemente fallibile come può esserlo una giunta regionale travolta da un disastro ambientale? Possiamo dichiararla malata solo perché si ipotizza un appellabile errore fatto da questa giustizia quando ha chiamato anche i politici a rispondere di gravi omissioni nell’azione di tutela della salute e dell’ambiente?

In questo procedimento Vendola era coinvolto solo marginalmente, sia come politico che come ambientalista: al centro dell’indagine ci sono le azioni penalmente rilevanti di Fabio e Nicola Riva, al centro della denuncia ambientale c’è l’iniziativa delle “ecosentinelle”, le parti civili del processo che hanno chiesto e ottenuto giustizia per le vittime innocenti di un’azienda criminale che ha spadroneggiato anche grazie a una classe politica inadeguata.

Se il racconto di questo processo diventerà “Nichi Vendola umiliato dalla giustizia malata” e non “cittadini uccisi dall’ecomostro”, a chi gioverà questo cambio di prospettiva e di narrazione? Mi chiedo a cosa servirà che i riflettori restino accesi su un politico famoso, mentre cala l’ennesima coltre di silenzio e disinteresse su un’industria che continua a inquinare quanto e più di prima, su una falda acquifera profonda che rischia di essere irrimediabilmente compromessa, su una cittadinanza ferita che non diventa centrale nel discorso politico nemmeno quando vince una difficile battaglia giudiziaria, innescata dalle analisi di un pezzo di pecorino farcito con la diossina dell’Ilva.

Se Vendola sarà assolto in appello, cosa che nessuno può escludere allo stato attuale delle cose, la giustizia sarà improvvisamente guarita? O sarà ancora malata di una politica che tanto a destra quanto a sinistra, vuole difendersi dai processi e non nei processi? Per dimostrare la sua innocenza, Vendola ha davvero bisogno di tirare in ballo “un ambientalismo che andrebbe bonificato dalla demagogia e dalla incompetenza” lanciando accuse tanto generiche quanto ingenerose, che colpiscono la reputazione di tutte le associazioni ambientaliste e i cittadini che erano parte civile in quel processo per difendere il loro ambiente, la loro salute e la loro vita? Di sicuro non ha bisogno di avvocati d’ufficio che sui mass media dipingono come “killeraggio” e associano al regime fascista una sentenza che ha fatto giustizia sulla strage invisibile di un’azienda killer e ha risarcito moralmente una popolazione ferita da un regime industriale che ha trasformato una città in una “camera a gas a cielo aperto”, dove puoi morire respirando aria avvelenata. La lotta alle mafie sarà più facile o difficile se uno dei suoi massimi esponenti delegittima con la forza della sua visibilità l’operato della magistratura in nome della stima per Nichi Vendola?

Se avrà argomenti più validi di accuse scomposte e generiche lanciate verso entità astratte come “giustizia” e “ambientalismo”, Vendola potrà affermare la sua innocenza in appello, scendendo nel merito dei rilievi che gli sono stati fatti e contestando le pene che gli sono state comminate: ma per farlo non c’è bisogno di fomentare sui media e nell’opinione pubblica un clima sociale che delegittima la giustizia che ha difeso Taranto in mezzo al vuoto della politica, un clima che umilia l’ambientalismo tarantino dopo una difficile battaglia legale, un clima che cambia la narrazione di questa vicenda giudiziaria mettendone in secondo piano i principali condannati e i crimini del capitalismo industriale, che adesso a Taranto non sono più impuniti.

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Fonte: Matita Rossa – http://gubitosa.blogautore.espresso.repubblica.it/2021/06/04/vendola/

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