La violenza contro le donne e i centri che lavorano con gli uomini maltrattanti

La violenza contro le donne e i centri che lavorano con gli uomini maltrattanti

10 min lettura

di Federica Delogu

Il dibattito sulla violenza maschile contro le donne è cresciuto in Italia negli ultimi anni e ha prodotto numerosi interventi legislativi che sono andati in un senso perlopiù repressivo del fenomeno, con pene più severe per gli autori. I movimenti femministi hanno dedicato particolare attenzione alla presa in carico delle vittime attraverso l’istituzione di centri antiviolenza, case rifugio, servizi dedicati alla prevenzione della violenza e all’educazione culturale.

Un aspetto è rimasto però a lungo fuori o ai margini del dibattito pubblico ed è quello che ha a che vedere con la presa di coscienza, da parte degli uomini, di un fenomeno che li riguarda: il ruolo maschile nella società e nelle relazioni con le donne, la visione dell’autonomia e della libertà femminile, la crisi del sistema patriarcale. 

Al fondamentale lavoro svolto dai centri antiviolenza e dai servizi di protezione e sostegno delle donne, nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza è importante affiancare un discorso agli e con gli uomini, quelli che la violenza la compiono, quelli che potrebbero farlo in futuro. 

Sulla base di questi concetti a partire dagli anni ‘80 si è sviluppata, a livello internazionale, l’idea del lavoro con gli autori di violenza, prima negli Stati Uniti e in Australia e successivamente in Europa. 

Partendo dall’assunto che la violenza non è un dato naturale e può essere interrotta, i programmi che lavorano con i maltrattanti hanno come obiettivo la responsabilizzazione dell’autore delle violenze, mantenendo sempre la centralità della vittima, per interrompere i comportamenti violenti. 

Il primo programma in Europa rivolto ad autori di violenza nelle relazioni di intimità è “Alternative to violence”, nato in Norvegia nel 1987 in collaborazione con le associazioni femministe e seguito negli anni successivi da esperienze diverse in altri paesi (Svizzera, Lettonia, Austria, Portogallo e Gran Bretagna), come riportano le autrici del volume “Il lato oscuro degli uomini. La violenza maschile contro le donne: modelli culturali di intervento”, curato dall’associazione LeNove.

La necessità di un trattamento degli autori di violenza come segmento di una più ampia azione integrata compare in diversi documenti di organismi internazionali ed europei. È presente nel report conclusivo della Conferenza mondiale delle Donne di Pechino nel 1995 nella “Dichiarazione e Piattaforma di Azione” tra gli interventi da attuare per combattere la violenza contro le donne, nella Raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa sulla protezione delle donne dalla violenza nel 2002, nella Risoluzione 5 aprile 2011 del Parlamento Europeo, e infine nella Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne, che oltre alla necessità di programmi rivolti agli autori di violenza domestica e di reati sessuali, specifica che i programmi devono essere attuati in stretto coordinamento con i servizi specializzati di sostegno alle vittime. 

Dunque, a livello internazionale ed europeo, i programmi di intervento sono da anni incoraggiati e raccomandati, in un’ottica di responsabilizzazione e prevenzione. L’esperienza italiana è invece decisamente più recente. Se infatti piccoli gruppi o singoli studiosi hanno iniziato ad affrontare il tema della violenza dalla prospettiva maschile sin dagli anni ‘80 e ‘90, per parlare di una vera elaborazione che porta a interventi specifici si devono attendere gli anni 2000. 

Solo nel 2009 – scrive il sociologo e docente dell’Università di Parma Marco Deriu nel saggio Cambiamenti di frame. La prospettiva culturale e politica del lavoro sulla violenza maschile – si è assistito in Italia a una svolta significativa nelle politiche rivolte al contrasto della violenza maschile contro le donne. Uno spostamento di focus, prima rivolto solo alle donne come vittime o soggetti di una ricerca di autonomia, ha iniziato a considerare anche gli uomini, e si è andati poi verso il passaggio successivo, non scontato, che ha visto la creazione di servizi e centri rivolti ai responsabili, nell’ottica di un coinvolgimento maschile nel contrasto alla violenza.

La situazione italiana

A partire dal 2009 dunque nascono in Italia le iniziative più strutturate, anche se il trattamento degli uomini violenti era già presente sin dal 1995 nel lavoro del Centro italiano per la promozione della mediazione (CIPM) di Milano.

Oggi in Italia i centri che lavorano con gli autori di violenze sono oltre cinquanta, con metodologie e pratiche differenti, che spesso combinano approcci diversi. La maggior parte dei centri italiani sono riuniti nell’associazione “Relive, Relazioni libere dalle violenze”, che ha ripreso le linee guida del Work With Perpetrators-European Network, la rete europea fondata nel 2014 che oggi riunisce oltre 60 organizzazioni.

Due sono i filoni principali entro cui si inseriscono le esperienze di lavoro con gli autori in Italia: uno, quello del CIPM, più orientato a un lavoro psicologico-clinico per la gestione dei conflitti, l’altro, rappresentato dal Centro Ascolto Uomini Maltrattanti (CAM), con una visione pro femminista nell’ottica di contrasto alla violenza contro le donne come problema strutturale e culturale.

Il CIPM fonda il suo lavoro sui principi della giustizia riparativa, secondo cui il reato deve essere considerato a partire dai danni che provoca su altre persone, e prevede dunque un coinvolgimento attivo dell’autore, della vittima e della comunità. All’autore del reato è richiesta dunque una partecipazione che lo porti a interrogarsi su quello che è successo e ad acquisire gli strumenti per non ripetere il proprio comportamento.

«Nel nostro lavoro trattamentale – dice a Valigia Blu Paolo Giulini, fondatore del CIPM – affrontiamo i cosiddetti “reati relazionali” nella prospettiva della Giustizia Riparativa, che quando abbiamo creato il centro, nel ‘95, iniziava a raccogliere l’interesse di criminologi, sociologi e penalisti. L’idea è quella di mettere al centro della questione giudiziaria non tanto l’autore quanto la vittima, con le sue esigenze e i suoi bisogni e lavorare per evitare la vittimizzazione secondaria, quindi ulteriori violenze o conseguenze sulla sua vita. In questo lavoro la collettività non assiste come spettatrice passiva ma è invece impegnata nella tutela della vittima e nella riparazione». 

Nel 2009 invece nasce a Firenze il Centro Ascolto Uomini Maltrattanti (CAM), che ha un approccio di contrasto alla violenza maschile attraverso la decostruzione degli stereotipi e dei nodi culturali che stanno alla base del comportamento violento. Successivamente sono state aperte sedi anche a Ferrara, nel nord Sardegna, a Cremona e a Roma.

La filosofia del CAM, che nasce da un centro antiviolenza e quindi in stretta collaborazione con i servizi dedicati alle donne, lavora sull’autore, con cui si attiva un percorso individuale di natura clinica, e sul sistema culturale e sociale, per metterlo in discussione e modificarlo.

«Uno dei principi fondamentali della nostra associazione – ci dice Mario De Maglie, vicepresidente e socio fondatore del CAM – così come delle associazioni che aderiscono a Relive, è che la violenza non è una malattia. Concepirla come una patologia significa deresponsabilizzare gli uomini, che considerandosi malati o patologici non si assumono la responsabilità delle loro azioni. Noi partiamo dall’idea che l’uomo violento non subisce l’azione che compie ma è parte attiva del suo comportamento e quindi deve e può essere parte attiva anche della sua interruzione».

«Il nostro approccio si rifà alla psicoanalisi.  Non crediamo alla “rieducazione”, ma partiamo dal presupposto freudiano che la pulsione è ineducabile. Non pensiamo che gli uomini che si accaniscono contro i corpi delle donne siano in preda a raptus o siano da considerarsi “malati”. Non si tratta di “mostri”, sono uomini frutto della loro cultura e ciascuno ha la sua storia», aggiunge Laura Storti, psicanalista e presidente dell’associazione “Il Cortile”, che ha sede a Roma alla Casa internazionale delle donne, e in cui è attivo uno sportello rivolto agli uomini maltrattanti. «Noi lavoriamo con il soggetto e il nostro lavoro mira al singolare, rifiutando la generalizzazione. Diamo loro l’opportunità di interrogarsi su cosa li ha portati a fare del male a quella che considerano la donna della loro vita, quando e come è nato quel comportamento violento. Se vogliamo che la violenza cessi dobbiamo aprire spazi di parola rivolti a loro. Questi uomini sono spesso padri e pensiamo sia necessaria una loro elaborazione sul modello di uomo e di donna che propongono ai loro figli e alle loro figlie. Per questo pensiamo siano necessari percorsi di sostegno alla genitorialità là dove si riavvicinano a loro».

Come funzionano i centri

Il lavoro sugli autori di violenza è rivolto sia a persone inviate dall’autorità giudiziaria o da altri servizi, sia a persone già detenute, così come a uomini che si rendono conto di aver messo in atto atteggiamenti violenti e decidono di intraprendere un percorso. 

Caterina Peroni, ricercatrice che si occupa di lavoro sugli uomini per il Progetto Viva del Centro Nazionale di Ricerca e ha collaborato con il CAM di Ferrara per quattro anni, osserva a Valigia Blu: «Nel gergo degli operatori si dice che anche gli uomini che si presentano autonomamente non sono spontanei ma spintanei, cioè spinti ad accedere al programma da qualcuno. Può essere la compagna che minaccia di andarsene o reti familiari e amicali che convincono l’uomo a intraprendere un percorso, nonostante lui inizialmente non riconosca di essere violento». 

Quello che però inizialmente può provenire da una spinta esterna deve trasformarsi in una scelta volontaria e consapevole, fondamentale per intraprendere il “percorso trattamentale”. «Un momento importante, anche dal punto di vista simbolico – prosegue Peroni – è la firma del contratto. Avviene dopo una serie di incontri conoscitivi individuali che hanno l’obiettivo di valutare i rischi e precede l’inizio del lavoro di gruppo. Davanti agli altri uomini del gruppo ci si impegna a non commettere violenza, a non assumere droghe o alcolici e a tenere gli operatori aggiornati sui propri comportamenti. È il momento che dà l’avvio al trattamento». 

La fase preliminare, dunque, prevede colloqui individuali che affrontano i diversi aspetti del vissuto dell’uomo e il contatto del centro con la partner o ex partner, prima di accedere al lavoro di gruppo. Nel caso del CAM il percorso prevede l’accesso a un gruppo psicoeducativo di sei mesi di carattere cognitivo-comportamentale con sessioni su argomenti specifici come la definizione di violenza, gli effetti della violenza sulle donne e sui minori, la genitorialità, lo stile comunicativo.

«Il gruppo è accogliente», aggiunge ancora De Maglie. «Lo preferiamo al lavoro individuale perché è uno spazio di confronto in cui ci si rende conto che non si è soli e si instaurano una serie di dinamiche positive per l’interruzione della violenza, anche attraverso il sostegno reciproco. Sono incontri mirati a dare degli strumenti pratici agli uomini».

Dal 2108 la Questura di Milano ha avviato con il CIPM il Protocollo “Zeus”, che regola l’invio a un “percorso trattamentale” dei soggetti sottoposti al provvedimento amministrativo dell’ammonimento del Questore. «Si tratta di autori di condotte che, in escalazione, possono prefigurare fattispecie di reato come stalking e violenza domestica. In questo modo si possono intercettare le persone prima che la situazione degeneri o che ripetano la violenza», spiega Giulini a Valigia Blu.

Il lavoro in carcere

Dal 2009 Paolo Giulini manda avanti un progetto nell’istituto milanese di San Vittore su maltrattanti e stalker appena arrivati in carcere. «Quando si entra in carcere – racconta – si attiva il fenomeno di ibernazione penitenziaria. Il reato si congela perché è un luogo in cui di quel reato non si parla. Gli uomini non elaborano il proprio comportamento, diventano anzi vendicativi nei confronti di chi li ha denunciati, e quando escono dal carcere possono essere ancora più pericolosi. La frequenza del trattamento può inoltre portare a misure meno afflittive, come gli arresti domiciliari, se questo non comporta rischi per la vittima».

«Noi lavoriamo da anni sia nel carcere di Regina Coeli sia in quello di Rebibbia a Roma con un progetto di psicoanalisi applicata, il laboratorio “Parole e scrittura”», aggiunge Storti. «È uno spazio settimanale in cui i detenuti possono parlare liberamente e confrontarsi e tengono un diario di quello che si dice. All’inizio il lavoro in carcere non è stato facile perché i detenuti erano spesso diffidenti, ma nel corso del tempo le cose sono andate sempre meglio. Il lavoro che facciamo in carcere può rappresentare l’opportunità affinché si rompa la ripetizione di questi atti, ovvero vada contro l’altissima recidiva che si incontra in questi reati».

Il lavoro con i detenuti è parte anche del progetto del CAM, che a Ferrara ha realizzato, nel 2016, il progetto “Il Cerchio degli Uomini”, per condividere con i detenuti per reati di violenza una riflessione sulle identità di genere, le relazioni, l’affettività, la mascolinità e la gestione della rabbia, mentre la sede di Firenze ha avviato da anni un lavoro con i detenuti delle Case circondariali Sollicciano, Mario Gozzini e Pistoia. 

Che cosa manca

Analisi approfondite sui centri che lavorano sugli uomini sono condotte in Italia dall’associazione LeNove e dal Progetto Viva, realizzato dall’IRPPS (Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali) – CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio.

L’analisi del Progetto Viva ha censito in Italia 54 programmi attivi al 31 dicembre 2017, escludendo quelli rivolti ai soli detenuti, con una concentrazione maggiore nelle regioni del nord e quattro regioni, Basilicata, Calabria, Molise e Valle d’Aosta, in cui non è presente nessun progetto. Nello stesso anno, il 2017, erano 1.217 gli uomini presi in carico dai centri per maltrattanti in Italia.

Molti di questi programmi sono inseriti in reti territoriali antiviolenza o lavorano in collaborazione con enti e istituzioni, elemento essenziale per un lavoro integrato e coordinato sul territorio. Quello che emerge è dunque un panorama eterogeneo e in crescita, costituito perlopiù da realtà molto recenti, sia pubbliche sia private.

La legge italiana del 2013 sul femminicidio, e in seguito i due Piani Nazionali di contrasto alla violenza hanno introdotto, sulla base della Convenzione di Istanbul, la possibilità di finanziare i programmi rivolti agli autori e, di conseguenza, negli anni successivi sono nati diversi nuovi centri.

La ricerca del Progetto Viva evidenzia come le due principali fonti di sostentamento dei centri siano l’autofinanziamento e il finanziamento proveniente da bandi pubblici, a cui seguono, in misura significativamente inferiore, altre forme, come il pagamento delle prestazioni da parte degli utenti. 

«La piaga italiana, e adesso il dibattito intorno a questa questione è centrale, è che non esistono requisiti di accreditamento definiti a livello nazionale», commenta Peroni, curatrice del Progetto Viva. «Mentre per i centri antiviolenza c’è un’intesa Stato-Regioni che stabilisce quali siano le caratteristiche minime per accedere ai finanziamenti nazionali distribuiti dalle Regioni, per i centri rivolti agli uomini gli standard non sono stati ancora definiti. Resta ancora un conflitto intorno al riconoscimento della validità di questi programmi». 

Sull’efficacia dei centri per maltrattanti non esistono dati ufficiali realizzati da enti terzi: il monitoraggio, raccomandato anche dal Consiglio d’Europa, è svolto dai singoli centri.

L’analisi del Progetto Viva mostra come la maggior parte dei programmi preveda sia una supervisione sia una valutazione regolare delle proprie attività, anche se solo una minoranza si affida a organismi esterni.

Per comprendere se il lavoro con gli autori funziona il network europeo “Work with Perpetrators” ha elaborato un protocollo di valutazione, Impact, a cui ha aderito anche l’associazione Relive, che permette di analizzare i risultati del lavoro secondo procedure standardizzate.

«Da questo punto di vista – conclude Peroni – l’associazione Relive include le nuove esperienze perché si adeguino agli standard condivisi ed è anche interlocutrice del governo a livello nazionale e della rete “Work with Perpetrators” a livello europeo. L’obiettivo è armonizzare i vari programmi per definire una base comune, pur nella differenza di approccio e metodologie».

Fino a quando il tema del lavoro con gli uomini non sarà regolato e il dibattito pubblico non sarà aperto alla riflessione sul maschile per destrutturare i modelli culturali però il panorama italiano rischia di rimanere legato a singole iniziative invece che inserito in un più ampio sistema integrato di contrasto alla violenza maschile contro le donne.

Immagine in anteprima via Queensland University of Technology

Segnala un errore

Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/violenza-donne-centri-uomini-maltrattanti/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *